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Spiritualità o psicologia?

9 ottobre 2017

Spiritualità o Psicologia?

Mentale o mentale?

 

Traduzione a cura di Sritha Lakshimi

 

Quando siamo in uno stato critico, di angoscia, di tristezza, di rabbia, ci poniamo delle domande spirituali e psicologiche? Tutto può diventare una fuga per non essere in contatto con la realtà: la psicologia, la spiritualità, il riflettere su queste due nozioni…Quando siamo pervasi dalla grazia, attraverso la contemplazione, ci consideriamo “spirituali”? Quando stiamo tentando di capire qualcosa di noi stessi, quando ci stiamo guardando, analizzando, pensiamo di essere degli “psicologi” per questo?

Non è il rinchiudersi che provoca le lotte fra gli uomini. Costui invocherà la spiritualità perché questo approccio gli ha permesso di andare oltre la propria sofferenza; codesto penserà soltanto attraverso la psicologia poiché è lei che gli ha mostrato la strada dell’integrità scomparsa. L’una è meglio dell’altra? più adeguata? più completa? Codesti devono per forza trovare un terreno di intesa? E se, per un attimo, togliessimo queste parole dal vocabolario…Se non ci fossero più parole adatte a fare questa distinzione, resterebbero i nostri stati (d’animo), la nostra capacità di guardarci, la nostra capacità di farci illusione. Rimarrebbero delle relazioni o dei giudizi: <<Siamo identificati alla nostra costruzione mentale al punto di non essere in grado di guardare in faccia che siamo solo noi a giudicare noi stessi? ”

Perché le persone che praticano la spiritualità sono indicate spesso come settarie? Perché trasmettono parole che hanno semplicemente ascoltato, delle parole e dei concetti che le pongono al di sopra delle loro condizioni umane e che permettono loro di scappare, fuggire dalle loro diverse emozioni cosiddette squilibrate. E il cattolicesimo, il protestantesimo, l’ortodossia sono anche settarie come i Testimoni di Geova anche l’ateismo o lo stesso buddismo, il settarismo non è la lotta di alcune fazioni di piccoli gruppi ma la lotta di ciascuno entro se stesso per il fatto che aderiamo a delle credenze ed opinioni; credenze ed opinioni che ci rendono ciechi e separati dalla realtà. Perché la psicologia ai giorni nostri ha un posto così rispettabile nella nostra società? Perché essa si riferisce all’umano, e in maniera più scientifica della spiritualità la quale non porta in essere nessuna credenza o almeno che continui a essere in contatto con la realtà nel momento presente. Perché in un certo modo vuole essere in terra fingendosi terra, risponde alla straordinaria malattia del nostro mondo occidentale che sono il riconoscimento sociale e il materialismo.

 

Per colui che ha imparato la lettura con il metodo globale e per coloro che l’hanno imparata dal metodo sillabico, se c’era in ogni parte una vera connivenza con il metodo e un legame di fiducia con l’insegnante, non è solo la tecnica che ha permesso questo apprendimento ma anche l’ascolto, lo sguardo, l’analisi che ha sviluppato durante questa inchiesta. Per l’individuo che esplora la spiritualità, presto o tardi, percepirà che la sua introspezione è traballante, c’è una mancanza, lo stesso per colui che esplora la psicologia, se questa esplorazione è sincera. Lo <<spirituale>> si renderà conto che non si conosce malgrado abbia fatto il possibile per rimanere osservatore. Si, egli scoprirà che non ha mai scrutato la sua <<parte profonda>>, si rende conto che si è scoperto la faccia dal ripetere e dall’aderire alle parole pronunciate attraverso la bocca di colui che egli venera: <<Voi non siete né la vostra psicologia, né il vostro corpo, ma solamente l’essere nel profondo di voi stessi, questo amore incondizionato che dimora instancabilmente>>. Egli scoprirà la sua confusione a questo proposito, osservando che queste poche parole sono state un pretesto per mantenersi in superficie, avendo sviluppato “megarde”, involontariamente, la sindrome dell’autotrasporto per quanto riguarda i suoi stati interiori e i suoi giudizi. Egli apprenderà, si, che si è mascherato dietro il meraviglioso archetipo della presenza divina, dietro questo amore, si, tutto come meravigliosamente incondizionato che, allora egli pensava, non aveva bisogno di riflessione e di introspezione, abbandonando la propria ombra oscura nell’ombra e nel silenzio, tanto che si è rinchiuso nei giudizi del tipo giudizio ultimo. Lo <<psicologo>> si renderà conto che la conoscenza che ha di sé è una conoscenza di protezione, d’orgoglio, di <<me, io so>>. Si renderà conto che se non soffre più come le altre volte non è perché ha guarito i suoi stati nevrotici, ma perché li ha spostati dentro di sé, li ha inseriti nel suo corpo finché quest’ultimo si addormenta e diventa in un certo modo insensibile, è stato lui stesso a porre al di sopra questi diversi stati dalla sua pretesa di conoscere se stesso. Capirà che non si è mai permesso di essere toccato dalle sue emozioni, che raramente si è presentato a se stesso vulnerabile e che per corrispondere all’immagine sociale dello “psicologo”, si presenta agli altri sempre senza colpa, si crede di disporre dell’autorità di colui che detiene la conoscenza di sé, in apparenza facendo del suo meglio per essere allo stesso livello dei suoi concittadini, in realtà si distingue per la sua conoscenza salendo su di un pulpito. L’uno e l’altro scopriranno questo orgoglio come inerente a tutte le persone che entrano nel percorso della conoscenza di sé. Un orgoglio che impedisce sia di ascoltare veramente l’altro e se stesso sia la possibilità di un approccio diverso da quello proprio; certamente non è l’approccio che limita l’individuo nella sua introspezione, ma l’individuo che inconsciamente e secondo le sue inclinazioni sceglierà questo o quel tipo di contatto per rimanere in superficie di se stesso. E’ lui stesso che crea la procedura, è proprio lui che secondo la sua apertura la modula, la forma, la limita. E’ lui che detiene la responsabilità di rinchiudersi.

 

A mio avviso, un seminarista e uno studente in psicologia sono ignari sia l’uno che l’altro che le loro conoscenze sono mentali. Anche se si riflette, non è sufficiente, questa conoscenza deve essere convalidata dal reale: dall’esperienza, senza fare conclusioni. Un seminarista resterà infantile fintanto non comprenderà che il desiderio che lo spinge a vivere attraverso la religione è provocato dalla sua paura d’affrontare l’umano e i suoi condizionamenti. Invece di dirigersi verso questa paura, non fa che voltarsi verso delle credenze dove il miracoloso serve come religione o spiritualità. Egli si limiterà inconsciamente al puerile. La rigidezza più o meno forte degli uomini <<religiosi>> denota a qual punto essi si sono blindati, corazzati e armati, confermando con questa durezza la propria paura per le preghiere, per il dovere e per gli ordini a cui hanno dato il loro amore piegando le spalle. Qui non c’è umiltà ma solamente della paura e della pretesa.

CORRIAMO DIETRO A DELLE CHIMERE (SPIRITUALITA’, PSICOLOGIA) PER NON CONFRONTARCI CON IL NOSTRO MONDO INTERIORE.

 

Paura di considerare la propria <<imperfezione>>, la pretesa di credere che la propria conoscenza è il sapere. L’amore dei <<religiosi>> non è altro che necessità e intimazione, il loro discernimento è annegato nella confusione, non è più una questione di ipocrisia ma di turbamento interno. Ma anche, che il desiderio, non dichiarato, dello psicologo è quello di detenere un potere conoscitivo che può rivendicare. E che questa conoscenza sarà, diversa da quella del seminarista, una protezione alla sua incapacità di avvertire e riconoscere la paura dell’inafferrabile. Quell’uomo deve confrontarsi con se stesso, con la domanda <<chi sono io?>> e non con qualcos’altro. Saremo <<spirituali>> per fuggire ai condizionamenti, saremo <<psicologi>> per fuggire il <<non-mentale>>. Corriamo dietro a delle chimere (spiritualità, psicologia) per non confrontarci con il nostro mondo interiore.

 

Se non si avranno più queste nozioni, resteremo nel nostro stato interiore. La spiritualità, se resta mentale, se non si inserisce nel corpo, nella carne, se non si collega in una osservazione priva di un punto di vista, dividerà noi stessi, e bisogna fare attenzione che non è lei che crea tutto ciò ma noi e ci confonde. La <<psicologia>>, se non si libera della parte peggiore della conoscenza che ha appreso, se lo <<psicologo>> segna sempre questa distanza con il suo consulente nello stesso modo che fa con i suoi stati interiori, creerà anche là un taglio con se stesso, si separerà da se stesso.

 

Allora si, che la psicologia e la spiritualità si rivolgeranno allo stesso uomo che noi siamo dal momento che viviamo nel presente, dal momento che noi non ne siamo più separati e non viviamo più negli opposti interiori del tipo <<psicologia o spiritualità?>>. Penso a Prajnanpad al discernimento e alla perspicacia che ha dimostrato prendendo coscienza di illustrare il vuoto che subì la spiritualità indiana. Egli, non solo ha sperimentato i limiti della sua tradizione (esperienza che ha colpito il suo corpo fisico in modo irreversibile), ma ancora di più, egli si rese conto della poca attenzione e del poco interesse che questa concedeva al suo corpo, alle emozioni, a ciò che noi tutti sperimentiamo: l’identificazione. La Bhagavad Gita, così illuminante, non s’inserisce nella carne, nel condizionale. Prajnanpad ha appreso dalle ricerche di Freud gli elementi indispensabili che permettono di colmare il vuoto della sua tradizione. Egli ha compreso, ha visto chiaramente che la spiritualità senza la conoscenza di sé è un’illusione. Come si può comprendere ciò che non è stato compreso? Come possiamo morire a noi stessi finché restiamo identificati al nostro mentale? Siamo in molti a pretendere di conoscerci quando confondiamo conoscenza intellettuale e viva osservazione, parlare della realtà ed essere con il reale. Pensiamo che queste persone diverse, siano state risvegliate da una grazia, da buona fortuna, un regalo caduto dal cielo, pensiamo di doverci purificare corporalmente, energicamente, mentalmente, emozionalmente, psicologicamente, per avere questa buona fortuna… tutto ciò denota la nostra piccolezza. Guardiamo le nostre credenze, osserviamo da vicino le nostre opinioni, vediamo come non vogliamo demordere dai nostri riferimenti, verifichiamo con gli occhi aperti: esaminiamo questo mentale a cui siamo identificati, esaminiamo i nostri innumerevoli giudizi e la nostra capacità di accusare l’altro, guardiamo apertamente la nostra capacità a proiettare sull’altro le proprie denigrazioni, guardiamo come colpevolizziamo, e che questa colpevolezza è prodotta unicamente dai giudizi che noi infliggiamo. La luce non illuminerà la nostra interiorità, è la nostra oscurità che ci illumina, è attraverso la nostra oscurità che vediamo meglio, più distintamente. La luce non fa che sedurci, e ne siamo impressionati. Non abbandoniamo i nostri corpi e le nostre emozioni nell’oblio, non faranno che cristallizzarsi e noi diventeremo insensibili ed ottusi. Andiamo nelle nostre tenebre, vediamo le nostre identificazioni e i meccanismi con benevolenza con la sola luce dell’ascolto e della sincerità.

 

Hélène Naudy condivide con noi il suo <<incontro vivente>> attraverso una sintesi di venti anni di ricerca interiore, di domande, di riflessione e di pratica (Yoga, Taiji quan, psicoterapie, tecniche energetiche). Diventata terapeuta, essa propone oggi una <<terapia psicocorporea energetica>>.

Vedere i suoi articoli nel 3° millennio n°75,76,77,78 e 80.

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