{"id":2510,"date":"2013-02-04T11:35:28","date_gmt":"2013-02-04T11:35:28","guid":{"rendered":"http:\/\/www.revue3emillenaire.com\/it\/?p=2510"},"modified":"2016-04-03T23:02:31","modified_gmt":"2016-04-03T23:02:31","slug":"le-maglie-della-rete","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.revue3emillenaire.com\/it\/le-maglie-della-rete\/","title":{"rendered":"Le maglie della rete"},"content":{"rendered":"<p align=\"center\">JEAN BOUCHART d\u2019ORVAL<\/p>\n<p align=\"center\">Le\u00a0 maglie della\u00a0 rete<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p align=\"center\">A cura di Maurizio Redegoso Kharitan<\/p>\n<p><em>3e mill\u00e8naire<\/em><em> <\/em>&#8211; Ho spesso l\u2019impressione di essere preso dalla vita, condotto da un insieme di reazioni, di modo di reagire agli avvenimenti che si succedono nella mia vita. Sono un tessuto di reazioni. Ed in altri momenti, talvolta fugaci come un lampo, mi sento vivo. Ma vivo in un modo che non pu\u00f2 definirsi o spiegarsi. Veramente vivo. E questa impressione che vi siano due vite in me, o due stati, mi interroga molto. Mi chiedo se e\u2019 possibile collegare tutto ci\u00f2. Come riportare della vita nella vita?<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>Jean Bouchart d\u2019Orval<\/em> &#8211; Lo stato naturale, \u00e8 ci\u00f2 che \u00e8 qui quando non mettiamo pi\u00f9 l\u2019accento su alcuno stato. E\u2019 la vita libera, senza intralci. Semplicemente la vita. In realt\u00e0, non vi sono due stati. Ci sono degli stati che prendono posto, s\u2019incarnano in questo spazio in cui noi siamo. Quando l\u2019accento non \u00e8 pi\u00f9 messo su uno stato particolare, sentiamo la vera vita. Per delle ragioni di linguaggio, parliamo di stato ma di fatto non ve ne \u00e8 uno. Se vediamo bene ci\u00f2, la questione di portare uno stato in un altro stato non si pone pi\u00f9. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 niente da importare. Vi \u00e8 in noi un movimento incessante, quello di voler importare qualcosa che sentiamo ad un dato istante nel momento a venire. Questo movimento partecipa alla vita meccanica. E\u2019 un abitudine il voler sempre trasportare un\u2019intuizione in un momento a venire. E\u2019 la maniera di vivere abituale, ed \u00e8 ci\u00f2 che va visto. Curiosamente, paradossalmente anche, nel momento in cui vediamo questo movimento interiore di voler preservare uno stato particolare o di cercare di trasportarlo laboriosamente nel futuro, ci\u00f2 si arresta.<\/p>\n<p>Ci chiediamo perch\u00e9 dopo tutti questi anni, tutti questi libri spirituali, tutte queste belle e vibranti intuizioni sulla realt\u00e0 dell\u2019esistenza, siamo ancora tuffati in questa vita abituale, questa specie di grigiore. Di fatto lo spettacolo della vita \u00e8 cos\u00ec affascinante! E\u2019 per questa ragione che trascorriamo due ore in una sala cinematografica. Perdiamo di vista totalmente che siamo seduti in una sala, davanti ad uno schermo dove parlando chiaramente, non accade nulla! Ma la successione d\u2019immagini fisse ed il legame che il nostro cervello tesse tra ogni immagine sono cos\u00ec appassionanti! La luce cosciente non \u00e8 nulla. Non pu\u00f2 essere percepita. Il campo \u00e8 dunque libero per tutte le percezioni, ed \u00e8 totalmente riempito da ci\u00f2 che possiamo chiamare la vita mondana. Si \u00e8 affascinati da due ore al cinema, e da ottantacinque anni di una vita. Non \u00e8 un errore vivere cos\u00ec, ma constatiamo che questo ci fa vivere artificialmente.<\/p>\n<p>Il fatto di non vivere in maniera reale \u00e8 alla base della sofferenza umana. Viviamo in modo falso, fallace, al livello della ragione fabbricata dalla memoria, dal cervello. Ricordiamoci gli inizi della nostra carriera di essere umano. Cosa vi era? Solo delle percezioni. D\u2019altra parte, fisicamente, gli occhi erano proporzionalmente pi\u00f9 grossi del resto perch\u00e9 eravamo puro sguardo, ed eravamo anche puro udito, puro orecchio. Ma rapidamente, le immagini si accumulano. Lasciano delle tracce nella memoria ed il cervello si sbriga a collegare tutto ci\u00f2, di fare delle correlazioni tra le impressioni nascenti. Molto rapidamente, costruiamo il mondo. E facendo questo, costruiamo una parola, un \u201cio\u201d. Non possiamo costruire l\u2019uno senza costruire l\u2019altro. Chiamo questo la rete fabbricata, quella della ragione. Ad un dato momento, viviamo solo al livello delle maglie di questa rete. Raramente, molto raramente, talvolta quando riceviamo uno shock &#8211; pu\u00f2 avvenire non importa quando -, ci si ritrova fra le maglie della rete. E l\u00ec, vi \u00e8 un istante inconcepibile, impossibile a memorizzare, ma che lascia ugualmente una traccia nella memoria. E\u2019 questa traccia lasciata nella memoria che, confrontata al resto della nostra vita abituale, fa che realizziamo che non viviamo la chiarezza: \u201cma dio mio, non vivo questa luce, vivo quasi incessantemente nella nebbia!\u201d. E\u2019 per questa ragione che interroghiamo il nostro modo d\u2019essere, al livello della rete fabbricata. E\u2019 da l\u00ec che giunge la domanda: \u201cche fare?\u201d. E\u2019 l\u2019eterna domanda. Ma non vi \u00e8 nulla d\u2019intelligente che possa essere fatto deliberatamente.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Questa domanda \u201cche fare?\u201d si pone sempre in questi momenti perch\u00e9 \u00e8 impossibile\u00a0 pensare che non vi \u00e8 nulla da fare! Se qualcuno esprime questa possibilit\u00e0, posso accettarla intellettualmente, ma di fatto non l\u2019accetto realmente&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Cosa posso volere, se questo non viene dalla mia memoria? Quando vediamo questo, vale a dire l\u2019inanit\u00e0 completa del voler intraprendere un nuovo passo, una nuova pratica compreso il fatto di non intraprendere alcuna pratica, che \u00e8 ugualmente nullo, qualcosa si riduce, si scioglie. Le pratiche non sono in causa, ma piuttosto il modo automatico in cui funzionano. Il cervello \u00e8 fatto cos\u00ec. Non si tratta d\u2019altra parte di errore, vi \u00e8 una bellezza immensa. \u201cL\u2019universo si rivela ricoprendosi\u201d: diceva Eraclito molto tempo fa. Ci viene una nuova schiarita nel momento in cui ci rendiamo conto che ogni pratica e tecnica sono generalmente delle tattiche per arrivare a non sentire pi\u00f9 ci\u00f2 che \u00e8. In quanto cosa sentiamo? La miseria, il malessere. E vogliamo ritirare questo. Perch\u00e9? Perch\u00e9 in tutta evidenza non siamo questo.<\/p>\n<p>E\u2019 la gioia che \u00e8 il criterio universale di tutto ci\u00f2 che facciamo, diciamo e pensiamo. E\u2019 in riferimento a questa gioia indelebile in noi che vediamo che non viviamo questo. Vogliamo fare allora qualcosa.<\/p>\n<p>Ma pi\u00f9 ci inseriamo in una tattica per non sentire pi\u00f9, pi\u00f9 ci allontaniamo da ci\u00f2 che cerchiamo. La sola conclusione possibile \u00e8 giustamente sentire e fermarsi di non voler pi\u00f9 sentire. E\u2019 il senso stesso del passo tradizionale, se possiamo utilizzare questa parola, che si orienta verso la pura considerazione.<\/p>\n<p>Jean Klein ha avuto uno shock, diciamo, nel momento in cui ha realizzato che <em>non vi \u00e8 nulla da fare. <\/em>E\u2019 uno shock estremamente difficile da accettare per il cervello, in quanto esso \u00e8 sempre in uno stato di voler fare qualcosa. Non possiamo uscire deliberatamente da questo funzionamento. La constatazione che consiste nel vedere che funzioniamo in modo automatico non viene da una pratica. Viene \u201ccos\u00ec\u201d&#8230; da se stesso.<\/p>\n<p>E\u2019 la vita che ci obnubila, ed \u00e8 la vita che ci illumina. E\u2019 la stessa vita che ci fa riscoprire la realt\u00e0 della vita, e che ce la fa ri-scoprire. E tra le due, ci inquietiamo, ci attiviamo e ci agitiamo sempre in nome di ci\u00f2 che non siamo.<\/p>\n<p>Prima ancora che la domanda \u201cche fare\u201d sia posta, ci\u00f2 che c\u2019era da fare \u00e8 stato fatto, e non \u00e8 stato fatto da qualcuno. Certamente, ameremmo che questa chiarezza possa estendersi a tutti gli elementi della vita che non partecipano a quest\u2019illuminazione. Ancora una volta, sono tentato di dire che non vi \u00e8 niente da fare, ma questa risposta non \u00e8 soddisfacente. Allora diciamo: \u201cguardate\u201d. E\u2019 questo che c\u2019\u00e8 da fare: guardare. Considerare ogni limitazione. C\u2019\u00e8 questo confronto tra ci\u00f2 che siamo profondamente, che non possiamo negare, e ci\u00f2 che crediamo di sapere della vita, che non vogliamo lasciare. L\u2019incontro dei due \u00e8 tollerabile per il cervello. Siamo illimitati. Anche tutto ci\u00f2 che \u00e8 limitato nel tempo ci rivolta. La paura della morte, per esempio, \u00e8 una rivolta: \u201cNo, non \u00e8 possibile!\u201d. Da l\u00ec viene ogni ricerca della libert\u00e0. Ma cerchiamo in modo maldestro, con delle azioni, con un\u2019ideologia, nelle religioni, nella politica. L\u2019altro giorno, mi sono imbattuto su quest\u2019affermazione di Giordano Bruno [1] che riassume questo meravigliosamente: \u201cVerr\u00e0 un giorno in cui l\u2019uomo si risveglier\u00e0 dall\u2019oblio e capir\u00e0 finalmente e veramente a chi ha ceduto le redini della sua esistenza: ad un mentale fallace, bugiardo, che lo rende e lo mantiene schiavo&#8230; L\u2019uomo non ha dei limiti e quando, un giorno, se ne render\u00e0 conto sar\u00e0 libero anche in questo mondo.\u201d<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Quando proponete di guardare, si pone la questione dell\u2019intensit\u00e0. C\u2019\u00e8 una questione d\u2019intensit\u00e0 nello sguardo. Parlate di nebbia, e ci\u00f2 significa una mancanza d\u2019intensit\u00e0. Tutto appare appiattito nel mondo abituale, vagamente grigiastro. Questo atto misterioso, di un altro ordine, che \u00e8 \u201cguardare\u201d diviene allora un pensiero esso stesso grigio. Sento molto questa navigazione tra questa mancanza d\u2019intensit\u00e0 e la sua improvvisa apparizione, ma breve&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E\u2019 l\u2019insoddisfazione. Sentiamo molto dire che bisogna smetterla di lamentarsi, che occorre essere soddisfatti di ci\u00f2 che \u00e8 qui adesso. Ma in realt\u00e0 abbiamo ben ragione di essere insoddisfatti e di lamentarsi.<\/p>\n<p>Non siamo fatti per accontentarci di nulla. Tutto ci\u00f2 che possiamo catturare, prendere, capire, tutto ci\u00f2 \u00e8 troppo piccolo! La passione di guardare &#8211; la passione della vita &#8211; \u00e8 qui, sempre. Ma si \u00e8 addormentata.<\/p>\n<p>All\u2019et\u00e0 di vent\u2019anni, la maggior parte delle persone sono gi\u00e0 morte ed occorre attendere ancora sessant\u2019anni o pi\u00f9 per poter finalmente seppellirle o bruciarle. Questo comporta delle intere citt\u00e0 riempite di morti che camminano e chiacchierano. Che cosa pu\u00f2 risvegliarli? Questo avviene talvolta spontaneamente, ma spesso per uno shock. La vita invia qualche volta questo shock: una delusione amorosa, una catastrofe, il decesso di un parente. E\u2019 il panico. Siamo allora pronti a rimettere in discussione ogni sorta di cose.<\/p>\n<p>In queste occasioni, l\u2019uomo diventa umile. Finalmente.<\/p>\n<p>Prima, siamo pretenziosi, ma ora, diventiamo umili! Sfortunatamente, le cose si rimettono ad andare meglio un po\u2019 troppo presto e ci rimettiamo a dormire. Infine, l\u2019intensit\u00e0 che esiste nella crisi si trasferisce raramente al livello dello sguardo di cui noi parliamo. E\u2019 raro che vi resti. Ora, \u00e8 il risveglio dell\u2019intensit\u00e0 della vita che \u00e8 importante in una crisi, non i modi di risolverla. Ma non mettiamo mai l\u2019accento sull\u2019intensit\u00e0.<\/p>\n<p>Krishnamurti, durante un lungo tempo, diceva alle persone di rimanere con la loro sofferenza: \u201crestate, rimanete l\u00e0, invece di provare a risolvere chiss\u00e0 che cosa\u201d. Nell\u2019arco di qualche minuto, giunge un\u2019intensit\u00e0 straordinaria che \u00e8 pura, distaccata da ogni colorazione legata alla situazione. Ma in generale, ci allontaniamo dall\u2019intensit\u00e0 per volgerci verso le storie puntuali legate all\u2019irruzione della sofferenza.<\/p>\n<p>L\u2019intensit\u00e0, \u00e8 come l\u2019elettricit\u00e0. Siamo affascinati da ci\u00f2 che vi \u00e8 sullo schermo della televisione, ma senza elettricit\u00e0 non vi \u00e8 nulla. Realizziamo questo quando una o due volte l\u2019anno viene a mancare la corrente. Questo ammasso di plastica ed altre materie \u00e8 perfettamente inutile senza elettricit\u00e0. Senza intensit\u00e0, ogni elemento della nostra vita diviene inutile. Ed il paradosso \u00e8 che anche quando l\u2019intensit\u00e0 \u00e8 qui, ci si rende conto dell\u2019inutilit\u00e0 di tutto ci\u00f2 che ci porta la vita. E\u2019 nel momento in cui ci si rende conto profondamente della completa inutilit\u00e0 nella vita che si manifesta un\u2019illuminazione. Uno spazio libero si apre davanti a noi. Ora, possiamo ricominciare a giocare. Giocare, \u00e8 ci\u00f2 che facciamo all\u2019inizio. Ad ogni epoca, in tutte le regioni della terra, gli esseri umani hanno iniziato la loro vita giocando. E\u2019 dopo che hanno cominciato a dirsi che avevano una vita da compiere: una vita personale, una vita di coppia, una vita di questo o quello. Non vi \u00e8 nulla da compiere nella vita. I problemi che ci pone la vita non sono da risolvere, ma da guardare come si guarda un film. Se ci facciamo prendere dalla storia, non \u00e8 grave. Questo fa parte del gioco. E se ad un certo punto, lo viviamo, nemmeno questo \u00e8 grave. Non c\u2019\u00e8 da farne un dramma. E\u2019 nel momento in cui si realizza che risvegliarsi o no \u00e8 senza importanza che la chiarezza, la luce cosciente, \u00e8 qui. Se non concediamo pi\u00f9 nessuna importanza al fatto di cambiare la maniera di vivere, si manifesta gi\u00e0 un cambiamento.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Parlate di storia, ed \u00e8 vero che vedo a che punto faccio delle storie di tutto! Tutto \u00e8 soggetto ad interpretazione, a giudizio, a conclusione \u201cdefinitiva\u201d. E questo si produce quasi istantaneamente quando vedo qualcosa&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>Non ci si rende conto a che punto abbiamo delle griglie nel cervello per vedere il mondo. Questa griglia viene dalla nostra biologia e da tutto ci\u00f2 che abbiamo imparato. Questa griglia si \u00e8 costruita, rinforzata, artificializzata, nel corso del tempo. Penso ai Rishi vedici. Ho la convinzione che quelle persone, anche divenute adulte, non avessero questa griglia, o che questa fosse molto rudimentale. E\u2019 per questa ragione che avevano la possibilit\u00e0 di sognare e d\u2019immaginare. Non \u00e8 l\u2019immaginazione come noi la conosciamo, dove noi sviluppiamo delle immagini artificiali. Quelle persone \u201cvedevano\u201d naturalmente: \u00e8 il senso principale della parola <em>dh<\/em>, che ritorna a profusione negli antichi inni vedici. Le mitologie non sono arrivate per caso, sono il prodotto di questo tipo d\u2019 \u201cimmaginazione\u201d. Se la scienza attuale fosse apparsa subito, niente di tutto ci\u00f2 sarebbe potuto nascere. Il pensiero mitologico &#8211; il frutto di questo tipo d\u2019immaginazione &#8211; \u00e8 radicalmente differente dal pensiero razionale detto scientifico. Quelle persone sentivano, non potevano fare altrimenti che di sentire i movimenti stessi. Sono questi movimenti, queste energie, che hanno chiamato gli dei in Egitto, in Grecia ed in Medio Oriente. I Rishi vedici evocavano il confronto tra <em>duritam <\/em>e <em>suvitam<\/em>. La parola <em>itam <\/em>\u00e8 il participio passato del verbo <em>i<\/em>: andare. Il prefisso <em>dur <\/em>vuol dire difficile, mentre <em>su<\/em> designa ci\u00f2 che \u00e8 auspicabile: <em>duritam <\/em>\u00e8 la maniera difficile di andare, <em>suvitam<\/em> \u00e8 la maniera facile. Non sono queste le due maniere di vivere alle quali vi riferite nelle vostre domande? Dicevano che il fuoco venisse dal confronto delle due. Migliaia di anni pi\u00f9 tardi, nel X secolo della nostra era, Abhinavagupta si riferiva a questi due modi di vita nel suo commento alla <em>Bhagavad Gita<\/em>. Spiegava che il pi\u00f9 grande beneficio viene dall\u2019alternanza tra i momenti di silenzio ed i momenti di obnubilazione (legati al fatto di vivere nel mondo). Secondo il grande maestro del Kashmir, \u00e8 dall\u2019alternanza costante tra i due che scaturisce nell\u2019uomo la luce.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>E\u2019 come uno sfregamento nello spirito, allora? E\u2019 dunque questo sfregamento che crea l\u2019intensit\u00e0?<\/p>\n<p>Si. Nell\u2019epoca vedica, il pezzo di legno rituale che si sfregava l\u2019uno contro l\u2019altro per accendere il fuoco, gli <em>aranis<\/em>, simboleggiavano questo. Questo \u00e8 particolarmente opportuno nella nostra epoca in cui siamo tuffati nel mondo, di fatto nei nostri mondi. Il contrasto tra il silenzio, che non \u00e8 personale, ed i nostri mondi personali pu\u00f2 suscitare una forza immensa. Una forza liberatoria.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>JEAN BOUCHART d\u2019ORVAL Le\u00a0 maglie della\u00a0 rete &nbsp; A cura di Maurizio Redegoso Kharitan 3e mill\u00e8naire &#8211; Ho spesso l\u2019impressione di essere preso dalla vita, condotto da un insieme di reazioni, di modo di reagire agli avvenimenti che si succedono nella mia vita. Sono un tessuto di reazioni. 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