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L’accettazione di Jeff Foster

10 novembre 2016

Traduzione a cura di Maria Marinaro

3° millénaire – Come possiamo essere vigili sull’ecologia esteriore, senza essere vigili interiormente? Con l’accettazione di cui parlate, possiamo imparare ad essere meno inquinati interiormente?

Jeff Foster – E’ una grande questione, perché l’accettazione è molto mal compresa. Nel modo in cui ne parlo non è la passività, l’abbandono, il fatto di lasciar perdere; non è neppure tollerare. E’ vero che quando riceviamo le informazioni sul pianeta, sulle guerre, sui genocidi sulla distruzione dell’ambiente e sulle sofferenze ….dei nostri fratelli e sorelle ovunque nel mondo, ci si sente frustrati con il cuore spezzato… Allora abbiamo voglia di agire senza saper che fare.. Forse siamo in collera, abbiamo voglia di accusare certe persone, oppure abbiamo voglia di lasciar perdere tutto, perché arriviamo alla conclusione che il mondo è folle, che l’umanità è un disastro, un’esperienza …sbagliata…così chiudiamo il nostro cuore!

A volte, guardando lo stato del pianeta, ci sentiamo completamente impotenti. E sopraggiunge la domanda: “Che posso fare?”, “come posso aiutare?”, “come posso cambiare le cose?”.

Ed in questo contesto cosa significa l’accettazione?

Forse significa dire che “Le guerre, bè capita, come la distruzione del pianeta, devo semplicemente accettarlo…”. Certi insegnamenti spirituali diranno che, ad ogni modo, tutto ciò è solo illusione, che è un sogno irreale, ma quest’attitudine non è l’accettazione.

L’accettazione è molto mal compresa, vuol dire ricordarsi di chi siamo, onorare chi siamo in quest’istante, allinearsi con la vita, essere presenti. L’accettazione è dunque cominciare da noi stessi. Se desideriamo mettere fine alla violenza nel mondo, si tratta di mettere fine alla violenza in noi stessi. Possiamo infatti essere violenti verso le nostre emozioni, i nostri pensieri; ogni sofferenza inizia proprio quando si dimentica la nostra vera natura che è la presenza stessa, questo spazio aperto e amante che siamo noi, nel cui seno la respirazione è permessa, nel quale tutti i pensieri, le emozioni e le sensazioni hanno il diritto di andare e venire. La gioia è autorizzata in questo spazio come anche la tristezza. La presenza è abbastanza vasta per contenere tutto, non c’è bisogno di essere violenti verso la nostra tristezza, possiamo abbracciarla, stringerla. Non c’è bisogno di essere violenti verso i nostri dubbi, le nostre paure o le nostre colpe, tutte queste parti di noi stessi possono essere strette. E’ quello che io insegno: come diventare meno violenti verso noi stessi, perché la violenza interiore diventa la violenza esteriore.

Ciò che fa parte di noi e che appare in noi è anche l’abitudine di guardarci e giudicarci. Come accettare questa abitudine di giudicarci?

Per cominciare: smettete di provare ad accettare! Perché il mentale trasforma velocemente l’accettazione in uno scopo. Il genio del mentale è di creare degli obiettivi, dei fini. Esso afferra l’accettazione per trasformarla in fine da raggiungere. Quello di cui io parlo è un’accettazione molto più profonda e radicale nella quale anche la vostra non-accettazione, la vostra resistenza, la vostra incapacità di accettare questo momento presente è ricompresa, amata, è la vita. Non si tratta di provare a cancellare la non accettazione, il giudizio o i sentimenti sconfortanti. Si cade velocemente in questo funzionamento del mentale. Quando un pensiero critico o un giudizio compaiono (“Sono abominevole”, “Sono sbagliato”…) proviamo immediatamente a sbarazzarcene, a farlo tacere o ad ignorarlo. Nessuna di queste tattiche funzione perché, secondo la mia esperienza, la sola risposta è l’amore nel senso di essere ciò che siamo, e non parlo neppure di amare il pensiero, parlo dell’amore come il cielo in cui questo pensiero è permesso – un pensiero è come una nuvola nel cielo, come un’onda sull’oceano. C’è dunque abbastanza spazio per questo pensiero  o per un sentimento  difficile. Mentre il mentale continua a domandarsi come sbarazzarsene, il cuore dice che non vuole perché è la vita, questo incluso, ciò fa parte di questa scena. C’è abbastanza spazio  nella presenza. Invece di accettare il momento presente, cominceremo con l’accettare che in questo istante presente non c’è accettazione, perché la non accettazione è la benvenuta nella presenza. Si tratta di andare in una direzione completamente differente, come se tutto fosse per voi i vostri figli, ogni pensiero, ogni sentimento, tutti i giudizi, tutte le onde di frustrazione, di collera o di paura. Queste manifestazioni non sono degli errori o dei nemici, delle macchie sulla coscienza o degli agenti inquinanti, sono i vostri bambini. Ci hanno insegnato a rifiutare delle parti di noi stessi, che non si deve avere paura, che non si deve essere in collera. Poi diventando un ricercatore spirituale, abbiamo sentito che non bisognava avere giudizi, dubbi o pensieri. Tutti questi “si deve” e “non si deve” erano delle menzogne. Da piccoli, eravamo solo esseri che vivono – lo sapevamo – ed ogni tipo di sensazione ci attraversava, poi ci hanno insegnato la paura.

La risposta è che il punto di partenza è accettare la non accettazione con i suoi giudizi di autocritica. Se possiamo considerare che queste voci non sono che dei rumori allora è come se fossero uccelli che cantano, uno dice “E’ una vittoria, è una vittoria!” l’altro dice “Sei sbagliato! Sei sbagliato!”… Questi uccelli sono gemelli, autorizzali ad esser lì entrambi. Il problema è che noi vogliamo che uno degli uccelli canti e che l’altro sia morto – ecco dove comincia la violenza. Si tratta di aver fiducia nel fatto di avere abbastanza spazio in noi per tutti gli uccelli, quelli dei pensieri e quelli dei sentimenti.

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