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Diventare un essere umano. (Dall’uomo – robot all’uomo di cuore) di Michel Siciliano

6 Ottobre 2010

3ème Millémaire n. 86 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini [197]

3m.   L’uomo può essere assimilato a un robot? Se si, a partire da quando questo si attua in un essere umano e perché?

M.S.   Direi che la prima grande ragione che ci conduce la maggior parte del tempo a essere nella ripetizione e nella reazione automatica, è che siamo non coscienti.

Non abbiamo veramente nessuna idea che le nostre reazioni, ciò che facciamo, diciamo , il modo in cui lo diciamo, è meccanico. Sono dei processi appresi. Quei meccanismi derivano dai nostri programmi.

Sono cose che abbiamo appreso dalla nostra nascita, e anche prima.  Quando eravamo nel ventre  di nostra madre, abbiamo cominciato a imparare diversi tipi di reazione perché potevamo sentire come reagiva nostra madre a certe cose, a certe energie e questo ci ha programmato. Più tardi le nostre esperienze da bambini ci programmano. Esempio: bambini, piangiamo, ma i genitori non sopportano i pianti e esce un “taci” in tono di collera. Il bambino cresce. Crescendo, la paura del genitore cresce perché questo ha della collera, ma il bambino non comprende la collera. Un giorno il genitore picchia il bambino e da quel giorno il genitore porta una camicia rossa. Per il resto della vita, ogni volta che il bambino vede una camicia di quel genere, prova paura.

Quella esperienza ha programmato in lui un meccanismo automatico.

Lì non si tratta di decisioni, ma di un programma. Non c’è nessuna decisione quanto alle persone con la camicia rossa, nemmeno quando il bambino cresce. A meno che la persona diventi cosciente, ogni volta che vedrà qualcuno con quel tipo di camicia, sentirà qualcosa di forte che altera la sua energia e probabilmente lo allontana dalla gioia. “Mamma, ho sentito un forte rumore dentro, ho paura”. “No, non c’è nessun rumore; non c’è da aver paura”. Ora, c’era un rumore. Ecco un altro tipo d’esempio, che spiega come il bambino cominci a non fidarsi più della sua esperienza, del suo sentire, perché per un bambino la mamma è dio, lei sa.

Così quei programmi si imprimono in noi fin dall’infanzia: l’informazione entra, invade la persona, e il meccanismo si ripete in seguito ancora e ancora, anno dopo anno.

Si potrebbe dire che siamo come un computer, in cui inserite i programmi che volete, tutti quelli con cui volete lavorare. Il computer farà esattamente ciò per cui è programmato. Possiamo paragonarci a dei robot.  Non agiamo secondo quello che siamo perché non sappiamo nemmeno chi siamo, non ci conosciamo. Abbiamo perso tanto di questo fin dall’infanzia. Non comprendiamo che quelle reazioni non sono noi, pensiamo che siamo noi.  “Ma si, sono io, io le faccio, dunque sono io!” Mentre sono solo azioni e parole, anzi reazioni automatiche.

Quando siamo nei meccanismi automatici, non c’è relazione.

Non ci sono che scenari impressi in noi che si ripetono lungo tutta la vita , che colorano ogni aspetto della nostra vita se non facciamo niente per diventare consapevoli, coscienti di quello che siamo veramente.

Non c’è bisogno che un avvenimento si ripeta per programmarci inconsciamente per il resto della vita.  Un solo avvenimento basta a indurre in noi un comportamento automatico, inconscio.

Per esempio, se sento tristezza, o gioia, o qualunque cosa faccia sorgere un sentimento o un’emozione, quando si verifica un avvenimento simile, potranno sorgere la stessa emozione o lo stesso sentimento, a mia insaputa, in modo automatico.

Vi domanderete perché facciamo questo. E’ che non conosciamo un altro modo. Siamo non consci, non facciamo attenzione, non c’è vigilanza. Non siamo nel momento presente.

Un altro esempio: quanti di voi avranno detto: “Non sarò mai come mio padre, non farò mai come mia madre”. Ho sentito questo da molti, compreso me da adolescente: per me la cosa peggiore che potessi fare nella vita era essere come mio padre, allora la pensavo così. Era un uomo collerico e faceva cose che non avrei desiderato fare. Ma il tempo passa, io cresco e tutto a un tratto, nel mezzo di un’azione, mi fermo, per realizzare che era la stessa tonalità e le stesse parole di mio padre. Questo è successo più o meno spesso, secondo le situazioni. Ho visto chiaramente che diventavo ciò che non volevo diventare. A quel tempo non avevo nessuna comprensione dei programmi, della condizione umana. Quando vedete, in effetti, che agite come vostro padre o vostra madre, è lì l’inizio della presa di coscienza che non siete voi e che agite esattamente nel modo in cui le cose si sono impresse in voi.

3m.  Questi automatismi invadono non solo le azioni, ma anche pensieri e parole in ogni momento della giornata?

M.S.   Si. Cresciamo pensando che pensieri parole e azioni siamo noi. C’identifichiamo con quei programmi, con quegli automatismi. Quello è il nostro condizionamento. Cominciare a prendere coscienza di questo, dà la possibilità di aprirsi all’umano in sé, alla relazione invece che alla reazione, di essere responsabili invece che vittime.

3m.   Allora alla fine nel mondo non cosciente, non è tanto la situazione o la persona di fronte che ci interessano davvero, ma piuttosto la persona o la situazione ci permettono di mettere in moto la nostra programmazione e i nostri meccanismi. Parole, pensieri e azioni non sono connesse con chi sono io e dipendono dalle credenze, illusioni e meccanismi coi quali mi identifico e con cui mi esercito per tutta la vita.

M.S.  Si. Un esempio: sono un collerico. Parlo a uno che non mi ascolta, non veramente. Ciò mi procura una frustrazione. Non esprimo ciò che sento, ed ecco la perfetta occasione per attivare la mia collera e per rimproverare l’altro che non mi ascolta. Ecco un esempio di come utilizzo una situazione esterna per attivare un meccanismo, la collera invece di comunicare e comprendere ciò che succede in me: il bisogno di essere ascoltato.

Negli anni ‘70, mi sono impegnato nel cammino spirituale. Una cosa che m’interessava molto come padre: allevare bene il mio bambino, come allevarlo in coscienza. Ho ricevuto molte risposte e ho cominciato a lavorare con quelle risposte.

Ecco una piccola storia a proposito dei programmi perché molti di noi pensano che la maggior parte dei programmi che riceviamo siano negativi e non necessariamente è così. Da bambini riceviamo molte belle cose, molte cose che ci portano gioia.  Ora, può darsi che le cose che riceviamo non corrispondano a ciò che va bene per noi. Ciò che va bene per uno, può non andar bene per un altro e possiamo scoprirlo quando cominciamo a scoprire chi siamo.

Un esempio: ho spesso portato mio figlio a campeggiare sulle montagne del Colorado. Al mattino, uscendo dalla tenda, mi estasiavo al sorgere del sole. Ebbene, mio figlio, diventato adolescente e poi giovane adulto, quando partivamo a campeggiare insieme, si estasiava davanti allo stesso tipo del sorgere del sole. Ho visto la mia responsabilità in quanto genitore, che dovevo fare una grande attenzione al mio parlare, a ciò che dicevo, per non programmare mio figlio. E’ stato uno schok. Anche rispetto alle cose belle, crescendo mio figlio era attirato dalle stesse cose da cui io ero attratto. Dunque, i comportamenti automatici riguardano anche le cose belle, non solo quelle negative. Riguardano tutte le cose della nostra vita.

Un altro esempio di programmazione molto frequente: la credenza che se usciamo senza sciarpa o a piedi nudi ci possiamo ammalare. Fin dall’infanzia ci crediamo e cosa succede? Se non usciamo abbastanza coperti, ci ammaliamo.

Realizzare tutta la nostra responsabilità nell’influenza che esercitiamo sui nostri bambini, sugli altri, è l’inizio. In seguito dobbiamo metterci  in azione per cominciare a trasformare questo.

3m.   Che cosa può aiutare un bambino a crescere diventando veramente se stesso e non un insieme di reazioni automatiche impresse dall’ambiente e dalla società secondo quello che vogliono che lui diventi?

M.S.   Se è dato spazio al bambino ed è allevato in modo cosciente, la combinazione delle due cose permette al bambino di imparare da solo. “Non mettere le mani sul fuoco, ti bruci”: il bambino non ha ancora fatto l’esperienza del fuoco, ma il genitore ha tanta paura che il bambino sente una paura non naturale per lui. Quando si permette al bambino di fare l’esperienza del fuoco, della fiamma, sotto la sorveglianza dell’adulto, il bambino farà da solo l’esperienza che è caldo, molto caldo! E non avrà tutta quella paura attorno a lui nell’anticipazione che “potrà bruciarsi”. Il bambino avrà imparato che mettendo la mano nel fuoco, si farà male. Allora, dando al bambino dello spazio, perché possa imparare da solo, per sentire e sentirsi a proprio agio con quel che sente, qualsiasi sia, dare al bambino più coscienza possibile, gli permetterà di crescere nel rispetto di ciò che veramente è.

3m.   Che fare come genitori che cercano di allevare il loro figlio in modo cosciente tutte le volte che sarà in presenza di persone che agiscono in modo inconscio?

M.S.   Sappiamo che è impossibile fare attenzione in modo tale da non programmare un bambino anche in modo positivo; ci sono cose che si diranno che metteranno in moto una programmazione.

Ci sono genitori che costantemente insegnano ai loro bambini tutto della vita: come sedersi, come camminare, come parlare, a non arrabbiarsi, a non sentire il dolore, ecc. Ma tutte queste cose non sono che programmi. Mentre se permettete al bambino di fare l’esperienza della vita, parlandogli con intelligenza, se siete lì per dargli aiuto quando ne ha bisogno, se lo domanda, cresce in modo molto differente dal bambino a cui non è mai stato dato spazio. Così, quando si trova in presenza di persone che agiscono con lui in modo inconscio, sarà lui stesso a distinguere chi agisce in maniera corretta o no. Può vedere differentemente dalle persone che sono totalmente programmate, perché avrà quella libertà in lui, la libertà che gli è stata data di fare l’esperienza della vita. Questo dà al bambino lo spazio per prendere le proprie decisioni, per crescere in lui, gli dà la forza di credere nel suo sentire, di credere in sé, di sapere che le sue intuizioni sono giuste.

3m.   Il bambino a cui è dato spazio, su che cosa costruisce la sua personalità?

M.S.   Su chi è lui, sulle sue decisioni, non su quelle della mamma o del papà o su quelle della società. Si costruirà su quello di cui lui stesso ha fatto esperienza, su ciò che apprende, su ciò che vive.

3m.   Allora per le persone che sono state totalmente programmate, che è per quasi tutti noi, se siamo come dei robot, dove è l’essere umano in tutto questo?

M.S.   Nascosto dentro, molto ben nascosto. Nascosti dietro tutti i programmi, tutti i giochi del mentale che mantengono la persona nei programmi, dietro tutte le manipolazioni del mentale per mantenerla nella “zona di confort” (la nostra zona di confort si riferisce a tutto quello con cui siamo stati allevati, per quanto possa essere non confortevole).

L’essere umano è nascosto dietro diversi strati, come il cuore di una cipolla. L’essere umano è lì, all’interno, ma è ricoperto, e questo lo fa assomigliare ad un robot più che ad un essere umano.

E perché abbiamo questo essere umano all’interno e perché vogliamo qualche cosa, sappiamo che quel qualcosa è lì. Ma esteriormente ci manifestiamo molto diversamente, ci manifestiamo attraverso programmi. Questa dicotomia crea conflitti dentro di noi, molte frustrazioni, ansia…

Certi diventano alcolisti, bulimici, eterni fuggitivi, gli esempi attorno a noi non mancano. L’interno sa che la vita dovrebbe essere diversa, e tuttavia intellettualmente la persona non sa che c’è altro e questo può creare molti problemi fisici e mentali.

3m.   In cosa si può considerare l’aspetto positivo delle nostre programmazioni?

M. S.   C’è un aspetto positivo nel fatto che l’essere umano sia così programmabile: mostra come siamo ricettivi, assimiliamo tutto ciò che succede. E’ negativo quando non sapete che è il robot in voi che agisce, quando non ne avete coscienza. Ma una volta che ne avete coscienza e siete presenti nel momento, potete agire sull’informazione che arriva senza che questa diventi un programma; quella informazione può essere utilizzata dall’essere umano, e questo è positivo, mostra che l’essere umano può utilizzare ciò che riceve.

Diventa un problema quando è l’informazione che ci utilizza. Se riceviamo un’informazione e non realizziamo che abbiamo ricevuto un’informazione, che questa è entrata nella nostra programmazione, allora questa informazione ci trascina. La qual cosa si rapporta così col mentale: è il nostro mentale che ci utilizza o siamo noi a utilizzare il mentale? E’ tutta questione di coscienza, di capacità ad essere presenti nel momento.

3m.   Allora come possiamo fermare quella catena di reazioni automatiche, sulle quali costruiamo un falso senso di identità e che ci impedisce di vedere chi siamo veramente?

M.S.   Cominciando a cambiare le nostre abitudini, le cattive abitudini, le abitudini automatiche. Per esempio, se avete l’abitudine di cominciare le cose senza terminarle, cercate di terminare le cose cominciate.

3m.   Si tratta dunque di deprogrammare, per trasformarci in ciò che si è veramente?

M.S.   Si. Abbiamo bisogno di fermare le antiche abitudini, quelle che sono connesse ai nostri programmi e incominciare delle nuove abitudini, le abitudini di un adulto. Dopo aver fatto quel cammino, ci daremo lo spazio per vederci davvero, per vedere ciò che emerge. Per esempio, se non amiamo qualcuno che è forte con noi energeticamente, e la nostra abitudine era di tacere e di retrocedere rispetto alla relazione, una nuova abitudine potrebbe essere davanti a quella persona, ascoltarla, non prendere personalmente quello che dice e rispondere da adulto. Questa nuova abitudine darà a voi e all’altro lo spazio per essere diversi. Potete provare a fare questo da solo, ma l’esperienza mi dice che si ha bisogno d’aiuto. Non è facile cambiare una cattiva abitudine.

3m.   E l’osservazione di sé?

M.S.   Si, vi osservate. Ma avete la forza per andare contro, per combattere con tutti quei demoni che tentano di mantenervi esattamente come siete? Quei demoni, sotto forma di cattive abitudini, di cose apprese fin dall’infanzia, avete la forza di combatterle? Lo farete per un po’ di tempo forse, ma la durata? L’osservazione di sé è valida se è utilizzata in un contesto di cambiamento.

3m.   Allora l’osservazione di sé da sola non basta e deve essere accompagnata da un desiderio di cambiamento?

M.S.   Esattamente. Senza il desiderio di cambiare, la maggior parte delle persone non vanno da nessuna parte. Bisogna sviluppare la forza di andare più lontano. Il desiderio di vedersi ciò che si è ad ogni momento. E’ doloroso vedersi fare tutte le cose che non sono noi. E’ avere il coraggio di vederle, attraversarle e di andare dall’altra parte.

3m.   Spesso cambieremo le situazioni esterne per mantenere l’equilibrio dei nostri programmi, per esempio cambiando partner, datore di lavoro ecc.,  lasceremo una situazione, se spesso quella fuga ci consente di rimanere nei nostri meccanismi.

M.S.   Si, è un mezzo che ci permette di rimanere dei robot. Molti si separano, lasciano il lavoro e partono, partono, partono. Mentre se restassero, se invece di fuggire lavorassero  sulla situazione, forse scoprirebbero qualcosa di molto diverso su se stessi e sulla vita. Una persona che sente il bisogno di cambiare qualcosa nella sua vita, se dapprima attraversa la situazione, se dapprima accetta di vedere quello che è lì, in seguito o il cambiamento in questione non ha più bisogno di esserci, o ci sarà in modo molto diverso, in coscienza.

Perché la fuga non è che il meccanismo stesso in azione, che si mantiene nel cambiamento. Restate un robot, il vostro mentale vi guida. Non siete voi ad utilizzare il mentale, ma lui vi usa. Fate ogni cosa per abitudine, anno dopo anno.

Se osserviamo attentamente, vediamo che, qualsiasi sia la persona o la situazione, i nostri schemi o le nostre credenze sono inevitabilmente rinnovate. E con questo le sofferenze. Allora spesso, per mettere fine alle sofferenze, cerchiamo di cambiare la situazione o il partner, fino a che prima o poi la meccanicità non ricomincia nella nuova situazione. Rimaniamo ciechi alla realtà di ciò che è e cerchiamo di cambiare l’esterno invece di usare questo per guardare all’interno e renderlo cosciente.

3m.  E pensiamo che quegli automatismi siamo noi.

M.S.  Esattamente. E lì non possiamo essere più lontani dalla verità.

3m.  Allora chi siamo noi se non siamo tutto quello?

M.S.   Un essere umano che pensa liberamente, che utilizza il suo mentale per fare le sue cose. Gli amerindi dicono “diventiamo un essere umano” (quello che diciamo il processo di diventare cosciente).

Come si chiama l’essere umano se il mentale vi comanda? Se non volete essere un robot, imparate a utilizzare il vostro mentale invece di lasciarvi usare. Imparate a farlo tacere e a metterlo a riposo.

3m.   Se si è più presenti, meno usati dal mentale, si può dire che si è prima un essere umano nel cuore?

M.S.   Si, se siete presenti, siete nel corpo nel cuore, se non siete presenti siete nella testa, a riflettere costantemente senza essere presenti a ciò che è.

3m.   Allora cos’è essere presenti?

M.S.   Fermare la mente, essere lì per ogni cosa che emerge. Quando siete presenti potete sentire, siete veramente disponibili a ciò che è. Quando siete nella testa, è la stessa cosa che riprodursi ancora e ancora. Siete nel robot, non c’è spontaneità, non c’è creazione, siete nel mondo dei freni e della limitazione. Quando siete presenti siete nella vita, nella creazione, nel mondo del possibile, senza limiti, nella vostra essenza di esseri umani.

3m.   Proponete di fermare il mentale. Ma chi in me riceve quella ingiunzione? Mi sembra che non possa riceversi che sul piano orizzontale: “Si, è vero, provo ad arrestare il mentale, perché è la cosa migliore”. Il mentale può fermare il mentale? O si rischia che si provochi la cacciata o l’allontanamento dei pensieri, danneggiandone la funzione?

M.S.   Quando una persona desidera almeno di riflettere su come fermare la mente, ha già qualche base di una educazione sul piano spirituale che è proprio di una persona abbastanza matura. In generale ognuno può dire “voglio fermare la mia mente”. Anche chi legge questo articolo ha un’apertura nell’umano, nello spirituale.

Così ogni persona è disponibile a lavorare su di sé, per provare ad arrestare il mentale. Non si tratta di reprimere la mente al punto da ridurla a un vegetale, tanto da non essere più capace di fare il suo lavoro.

Prima di tutto, è molto difficile, la mente non si fermerà facilmente nemmeno dopo prove di anni, ma potete impiegare quegli anni per lavorare e praticare per iniziare a fermare la mente.

Una pratica in quel senso ha un primo stadio, non di fermare la mente, ma di arrestare il corso del pensiero.

Se non seguite il pensiero, aprite uno spazio bianco, prima del pensiero seguente.

Praticare così è un metodo. A poco a poco la mente allenterà la presa su di voi, incomincerà a fermare il flusso incessante di pensieri completamente inutili. E’ molto semplice.

Sono molto rare le persone che riescono a fermare la mente, a fermare i pensieri inutili che si allontanano dal presente, da ciò che è. Tanto più che, più si invecchia, più si è presi dal programma dei pensieri incessanti.

Non c’è assolutamente da inquietarsi per l’eventuale perdita del mentale, della facoltà di pensare. In tutti i miei anni sul cammino della coscienza, non ho mai sentito una tal cosa attinente le persone che lavorano per fermare la mente.

Direi che è il contrario. Ridando alla mente il giusto spazio, questo permette di essere disponibili a ciò che è.  Da lì in poi, facciamo ricorso alla mente per affrontare e risolvere situazioni, invece di lasciarci costantemente trascinare da lei. Il mentale non è da bandire perché è uno strumento utile e necessario.

Così, per rispondere alla domanda su chi ferma il mentale, è in parte la coscienza, in parte un reale desiderio di fermare la mente, in parte la mente che impartisce l’ordine. In ogni persona che tenta questa cosa, è una questione di disciplina, di volontà e di desiderio di avere meno pensieri per la testa, di avere spazio e di non essere più sommersi dal flusso incessante dei pensieri. E questo richiede disciplina, per fare spazio a ciò che è.

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