Il cammino della speranza di Martin Buber

15/10/2010

(Revue Aurores. No 45. luglio-agosto 1984)

Il movimento cassidico, fondato dalle comunità ebraiche dell’Europa orientale da Baal-chem-tor(1700-1760) si è ingrandito e si è trasmesso oralmente e per iscritto di generazione in generazione. Come un figlio postumo, Martin Buber ha ripetuto a sua volta la vecchia storia che appare nuova. Presentiamo qui un estratto di “Cammino dell’uomo secondo l’insegnamento cassidico” di Martin Buber. Libera traduzione di Marguerite Frèmont.

«Colui che vuole stabilire qualche cosa, deve cominciare con lo stabilire il suo proprio essere»

Zohar

DOVE sei? Per essere stato calunniato e deferito alle autorità  da uno dei principali mitnagdim che riprovava la sua dottrina e le sue vie,  Rabbi Shnèour Zalman, il Ray di Guer, era stato in prigione a San Pietroburgo e aspettava di essere chiamato in tribunale, quando ricevette nella sua cella la visita del capo della gendarmeria. Assorto in meditazione,Rabbi Zelman non si distrasse per quella visita. Vedendo il viso calmo del prigioniero tutto immerso nella serenità e in una splendida potenza, l’ufficiale indovinò qual era la qualità di quel detenuto, si mise a parlare con lui e non tardò a fargli domande su dei punti che egli stesso, gran lettore delle sante scritture, non aveva risolto.

«E cosa bisogna comprendere, domandò, quando Dio, l’onnisciente, chiama Adamo e gli dice :Dove sei?»

«Anche voi, rispose Rabbi Zalman, siete convinto che la Scrittura sia eterna e che abbracci ogni tempo, ogni generazione, ogni individuo?»

«Si, lo credo.»

«Allora, riprese lo Tsaddik, pensate che Dio chiami tutti i momenti ogni uomo e gli domandi :Dove sei? Nel tuo mondo da tanti giorni, tanti anni, dove sei?»

Si, è quello che Dio domanda… e per esempio dice: ecco che sei in vita da 46 anni, dove sei?»

Intendendo dire la cifra esatta della sua età, l’altro fece finta di conservare la sua calma e gridò “bravo” battendo sulla spalla il Rabbi, ma la paura fece tremare il suo cuore.
Che accade in questo racconto?

Di primo acchito ci ricorda le storie talmudiche in cui un romano e un pagano domandano a un saggio ebreo il parere su di una contraddizione di un passaggio  della Bibbia ed hanno una risposta che non solo chiarisce la contraddizione apparente, ma contiene una personale rimostranza.

Poi constatiamo che il racconto cassidico è differente dalla storia talmudica perché la risposta ricevuta è su di un altro piano rispetto alla domanda.

L’ufficiale scopre una contraddizione nel mondo della credenza giudaica: gli ebrei riconoscono Dio onnisciente, ma le domande che la Bibbia gli fa sono quelle di qualcuno che non sa e attende una risposta. Dio cerca Adamo che si nasconde e gli domanda dove si trovi; così non lo sa; si può nascondere davanti a lui, dunque non è onnisciente!

Tuttavia, invece di spiegare il passaggio della Bibbia riguardo a quella contraddizione, il Rabbi, partendo da quel tema, coglie l’occasione per fare realizzare all’ufficiale la sua mancanza di responsabilità di fronte alla sua anima.
Nelle controversie talmudiche c’è il più delle volte, oltre alla spiegazione, la rimostranza; in questa storia il capo della gendarmeria interroga il Rabbi sul passaggio del racconto biblico sul peccato di Adamo e ciò che Rabbi risponde vuol dire: tu stesso sei Adamo, è a te che Dio chiede dove sei. Nell’occasione non gli dà la spiegazione sul passaggio contraddittorio, ma in verità la risposta rivela nello stesso tempo la situazione di Adamo che Dio interroga e quella degli uomini di ogni luogo ed ogni tempo. Il capo deve rimarcare, nel momento in cui si rende conto che la questione lo concerne, ciò che quello significa, se Dio domanda dove sei. Indifferentemente da quello cui la domanda è posta. Se Dio interroga così, non è per sapere qualcosa dall’altro, qualcosa che non sapeva, ma per suscitare un sentimento nell’uomo, a condizione che quella domanda arrivi al cuore, che l’uomo la lasci arrivare al suo cuore.

Adamo si nasconde per non essere obbligato a rendere conto, per sfuggire alla coscienza delle proprie responsabilità; si nasconde come ognuno di noi, perché ognuno è Adamo e si trova nella situazione di Adamo.

Per non vedere in cosa ha sbagliato, l’uomo ha trasformato la sua vita in una specie di rimpiattino e, imbrogliandosi davanti a Dio, a forza di ingannarsi ancora, tutto finisce per imbrogliarsi in lui fino all’assurdo.

Una nuova situazione si crea, tanto che, da un inganno all’altro, di giorno in giorno diventa sempre più dubbioso. L’uomo non può sfuggire all’occhio di Dio, ma , a forza di volere nascondersi a lui, ha finito per nascondersi a se stesso. Oscuramente in lui cerca qualcosa, ma gli è sempre più difficile ritrovarsi; allora gli arriva la voce: ”Dove sei?”; essa vuole distruggere il gioco di nascondino, mostrargli dov’è, risvegliare in lui la grande volontà di uscirne. Ora tutto dipende dall’inclinazione dell’uomo e dal modo in cui affronterà la questione.

Senza dubbio, ognuno, come il capo della storia, tremerà nel suo cuore quando la sentirà, ma il nascondino solito lo aiuterà a dominare quella emozione, tanto più che la voce non si sente come una tempesta minacciosa, ma come un mormorio dolce e leggero che è facile ignorare. Tant’è vero che la vita dell’uomo  non cambierà; egli potrà ottenere enormi successi, provare tante soddisfazioni, acquistare straordinari poteri, la sua vita sarà vana, fino a che egli non si presenterà davanti alla Voce.

Perché Adamo comparve davanti a lei, conobbe la confusione, confessò di essersi nascosto, tutto poté ricominciare. La presa di coscienza è l’inizio della realizzazione della vita umana, a condizione che permetta di sentire la voce e di tenerne conto, perché esiste un’altra presa di coscienza, questa infruttuosa che non porta da nessuna parte se non all’auto-tortura, alla malinconia, alla disperazione.

Quando Rabbi Zalman arrivava alla spiegazione della scrittura, al passaggio dove Giacobbe raccomanda al suo servo: ”Se mio fratello Esaù ti domanda: da dove vieni? Dove vai? Chi sei?(Genesi XXXII,17) diceva ai suoi allievi:” “Osservate bene queste domande; sono simili alle parole dei saggi, osserva tre cose: sappi da dove vieni, dove vai e davanti a chi sei responsabile; ma fai ben attenzione che non sia Esaù che ti fa le domande. Esaù può anche farle e con loro recare malinconia, perché è una domanda demoniaca che  scimmiotta la domanda di verità. Quella di dio, la si riconosce da ciò che aggiunge: da dove sei non c’è via d’uscita. Questa presa di coscienza pervertita non conduce  verso la vita, ma al ciclo senza speranza, dove non è possibile nessuna sopravvivenza e che è sostenuta solo dalla forza dell’orgoglio e della menzogna.
trad:L.S

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