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Illusione e Realtà di Lama Lhundroup

6 Ottobre 2010

3ème Millénaire n. 87 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Come un sogno, come un’illusione

Come una città di Gandaharva,,

E’ così che la nascita e la vita,

E’ così che la morte è insegnata

Nagarjuna

In ogni momento ci confrontiamo con l’illusione e la Realtà. Esisto o non esisto? Non ne siamo veramente certi. Se si, come? In che misura? Fino a che punto ciò che penso, ciò che sento, ciò che credo è Reale o illusorio? Posso veramente contare su questo o su quello? E se non esisto, allora chi c’è là, il Reale o l’illusione?

E il mondo in cui viviamo è veramente solido? La strada, gli alberi, il sole e la luna sono come li vedo? Le persone sono quelle che conosco? La relazione che intrattengo con loro è autentica? Io stesso sono quello che credo di essere, o forse non sono chi voi credete?

Sono al sicuro o al fondo completamente in panico? Di fronte alla realtà della vita e della morte, una falsa sicurezza conta di più di un vero panico?

Aprirsi all’incertezza, lasciar andare le certezze, tutte senza eccezione.

Chi pone queste domande, quale è la natura di chi domanda?

Ecco il terreno dove può germogliare il non dubbio. Se si arriva a rimanere proprio lì, prima della risposta, senza concetti, senza commenti, allora è la realtà immediata, libera da se stessa, che sorge da se stessa spontaneamente, luogo dell’azione diretta del corpo, della parola e della mente, che si armonizza in seno a tutte le situazioni senza speranza né paura.

Ma generalmente quella semplicità  diretta è inaccessibile e la peggiore delle illusioni è credere che l’abbiamo realizzata quando è un fantasma in più. Abitualmente colmiamo la mancanza della domanda immediatamente con rappresentazioni mentali, affettive e o filosofiche più o meno sottili e viaggiamo sul filo  delle illusioni magiche create dalla nostra mente.

Generalmente non è possibile discernere da soli la realtà dall’illusione come tende a farci credere l’individualismo contemporaneo. Solo i cigni, pare, sono capaci di aspirare il latte mescolato all’acqua con successo, cioè bevendo il latte e lasciando l’acqua senza soffocare.

Ecco perché è necessario un metodo, un segno, dei segni col loro significante e il loro significato. L’insegnamento del Budda è un metodo, un mezzo abile uscito da quello e da quelli che hanno realizzato la realtà al di là dell’illusione, quella intelligenza immediata o saggezza atemporale. Il metodo, il suo linguaggio, i suoi simboli, è il significante che indica il significato, all’occorrenza il reale che non è nelle parole né in alcuna  rappresentazione, qualsiasi essa sia. In altre parole, il dito che mostra la luna non è ancora la luna, ma bisogna ancora guardare nella giusta direzione; e diciamo che la tradizione ha fatto le sue prove conducendo innumerevoli persone al risveglio spirituale che è la dissoluzione di ogni illusione, il cambiamento della folla di passioni che l’accompagna e al tempo stesso il compimento della realtà in sé, l’assoluto, la grande felicità.

La tradizione del Budda offre molti metodi che hanno tutti come scopo la liberazione dall’illusione e dalle insoddisfazioni e sofferenze che ne derivano.

Essendo la prima constatazione del Budda che l’origine di tutti i mali è proprio l’illusione, l’ignoranza della realtà, l’assenza  del riconoscimento della realtà così com’è, propone due approcci considerati validi:

– l’esperienza immediata

– e il ragionamento logico.

La prima è fondamentale.

“E’ l’esperienza yogica immediata che si può definire mistica. Mistica non designa affatto un’esperienza in cui l’ispirato si immerge in uno stato di coscienza alterato più o meno fantastico. Quella esperienza di risveglio alla realtà corrisponde  alla presenza di immediatezza, o l’istantaneità in cui si vive ciò che siamo e viviamo, prima che la mente faccia una scelta di un soggetto e di un oggetto; essa è detta yogica ( yoga vuol dire unione), perché è lo stato d’unione non duale, l’esperienza della magia ordinaria” ( Lama Denis).

Se si pensa che il me che sta soffrendo esiste fuori dal corpo, se una tale entità esiste, allora dovrebbe esistere nel tempo. Ma il passato è scomparso, il futuro non c’è ancora e il presente passa. Il me – io non è nel corpo né nella mente… E si medita sulla vacuità del sé…

Il seguente punto di vista, detto idealista, si basa sulle parole del Budda: “tutti i fenomeni non sono che la mente”.

I fenomeni appaiono, ma al livello ultimo sono privi di esistenza propria. Questo è ormai scoperto dalle scienze contemporanee.

La mente che percepisce e l’oggetto percepito sembrano esistere come due entità distinte, eppure il soggetto e l’oggetto si pongono l’uno in rapporto all’altro nella mente stessa che  è lei stessa libera dalla dualità.

Per comprenderlo basta prendere ad esempio il sogno che è analogo all’esperienza di veglia. In un sogno il soggetto onirico, me che sto sognando, e l’oggetto percepito nel sogno non sono differenti. I due appaiono nella mente, eppure io vivo l’esperienza di essere divorato da un mostro molto diverso da me. Il mio corpo, il mostro, la foresta, l’emozione sembrano reali fino a  che non realizzo che è un sogno. Non sono che illusioni oniriche prive di un’esistenza separata dalla mente che le proietta. Le esperienze di veglia sono altrettanto prive della dualità soggettiva e la loro realtà dipende dalla mente che le percepisce. In altre parole, il soggetto  che percepisce e l’oggetto percepito sono interdipendenti, la realtà del mondo in cui vivo non essendo separata dalle proiezioni della mia mente.

Secondo questo punto di vista, per scoprire la realtà priva di proiezioni illusorie,  bisogna meditare sulla vacuità  del soggetto che pensa e degli oggetti che sono i suoi pensieri, le sue immagini interiori ed esteriori; lasciare riposare la mente in se stessa nell’intelligenza della vacuità del soggetto e degli oggetti; vivere tutto come un sogno…

La terza scuola, l’approccio della vacuità o  “via di Mezzo”( Madhyamaka) riprende gli argomenti della prima dimostrando l’assenza di realtà intrinseca del me e quelli della seconda dimostrando l’assenza di realtà autonoma dei fenomeni percepiti come esterni. Però rimette in questione la realtà della stessa mente, essendo considerata come vacuità, cioè vuota d’esistenza autonoma e indipendente. Benchè ci siano molte  suddivisioni in seno a questa scuola, questa culmina con la dimostrazione che ogni affermazione sulla realtà ultima o relativa è obsoleta; finchè resta un’interpretazione, una elaborazione concettuale, c’è un velo  che impedisce la realizzazione diretta. Dire che la realtà è vacuità o dire che è mente, non sono che etichette, prodotti del mentale sovrapposti ad una realtà indicibile, inconcepibile. Praticamente è la via del non appoggiarsi, di lasciar essere ciò che è senza intervento  d’alcun genere, meditare nel non agire del mentale…

Infine, l’ultimo punto di vista è quello della purezza adamantina che si basa su quello della via di mezzo, ma che considera la vacuità  inseparabile dalla chiara luce. La natura della mente è l’unione non duale  della vacuità e della chiara luce La realtà, ciò che siamo e viviamo fondamentalmente, la natura della mente o natura di ogni esperienza, quello che si chiama la Natura di Budda, è raffigurata secondo  tre prospettive:

–         La Natura di Budda come base pura dall’origine è la stessa per un Budda e per noi vivi, ma è velata dalla visione duale e dalla emozioni perturbatrici negli esseri ordinari.

–      La Natura di Budda come via è detta pura/impura, cioè attraverso la pratica dei mezzi abili  si libera poco a poco dalle impurità  impermanenti che la ricoprono.

–     La Natura di Budda come frutto: quando tutte le illusioni e le passioni sono dissolte, essa appare in tutta la sua purezza. E’ la pienezza della realizzazione dello stato di Budda e di tutte le sue qualità.

–       Quest’ultima prospettiva è quella della pienezza della vacuità, che si traduce nella pratica del vajrayana: la via adamantina dei tantra, il cui simbolismo è l’unione non duale della chiarezza, dell’intelligenza immediata e della vacuità Che cos’è la vacuità? E’ il vuoto  di sé, della visione duale, dell’illusione. Cos’è la pienezza? E’ la pienezza delle qualità,  della felicità, della realizzazione della realtà libera dagli oscuramenti illusori. Un vuoto di illusioni e un pieno di realtà Quest’ultima prospettiva si pratica sulla base delle precedenti in una relazione consacrata alla tradizione, trasmessa dagli insegnamenti e in particolare da un lama abilitato a trasmetterli.

Tutto questo può sembrare elaborato, ma non lo è più del grado di complessità della nostra mente, dove il reale e l’illusione sono intrecciati. Se il risveglio alla realtà è un’esperienza fondamentalmente semplice e la via che vi conduce è la pratica della semplicità, è molto difficile arrivarci senza la comprensione e i mezzi di una tradizione autentica e completa, che permette di superare i limiti individuali nei quali vivono le illusioni. Questo senza perdere di vista che la tradizione, nella sua filosofia, le sue pratiche e i suoi abbellimenti, non insegna nient’altro che la semplicità.

Quella semplicità si scopre in quella che si chiama meditazione o più giustamente  contemplazione. Ce ne sono molti approcci; le prospettive filosofiche ricordate sopra hanno il merito di associare la visione all’esperienza in un approccio coerente, rigoroso e progressivo, che soddisfa le esigenze intellettuali e quelle contemplative.

Secondo l’ insegnamento del Budda, non ci sono veramente altri mezzi per discernere la realtà dall’illusione che con la pratica ancestrale della meditazione seduta e in azione. Stare tra il cielo e la terra in una semplice presenza calma e attenta non è una via astratta o eterea, ma una pratica in cui si incorpora la realtà, si armonizza il corpo e la mente, ci si riconcilia fondamentalmente con la Natura in tutti i suoi aspetti.

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