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La felicità si può localizzare ? di Jean Bouchart d’ Orval.

11 Settembre 2010

Jean Bouchart d'Orval3ème Millénarie n. 75 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

“Questa felicità non è come l’ebbrezza del vino o quella delle ricchezze, e nemmeno somiglia all’unione con l’amato. (…) Quando ci si libera dalle differenziazioni accumulate, lo stato di felicità è un’allegrezza  paragonabile a mettere a terra un fardello”

(Abhinavagupta – Otto stanze sull’incomparabile Kashmir. Inizio XI sec)

Nonostante le storie che abbiamo l’abitudine di raccontarci, tutti conoscono intimamente la felicità, o piuttosto tutti sono la felicità. Cosa potrebbe esserci di più universale? Tutti gli esseri vi tendono spontaneamente. Tutto ciò che facciamo, tutto ciò che diciamo e tutto ciò che pensiamo è diretto verso la felicità.

La sofferenza stessa è tutta quanta rivolta verso di lei. E’ a causa della felicità che può esserci la sofferenza; se no come faremmo a sapere che soffriamo? Da dove questo ci potrebbe venire?

Ogni oggetto percepito nello stato di veglia è l’espressone della gioia inerente alla nostra profonda intimità, che è luce cosciente. E’ un po’ come l’universo del sogno, che è l’espressione stessa del sognatore e non può in alcun caso esserne separata. Il mondo è la storia della gioia.

Da questa gioia, da questo rapimento senza tempo, sorge spontaneamente un’irresistibile slancio col quale l’Incomparabile, il Semplice appare a volte come qualcosa e a volte come chi conosce questo qualcosa. Questo impulso a manifestare ciò che è così bello si attualizza in un’apparente frattura e una cristallizzazione crescente attraverso le quali ciò che non cessa mai d’essere pura luce cosciente ne viene ad assumere i ruoli di soggetto e oggetto. Non bisogna però vederci delle tappe, ma piuttosto degli aspetti di ciò che chiamiamo universo.

E’ per pura disattenzione che non ci rendiamo conto di questo e continuiamo a vivere nelle nostre mortifere abitudini.

Quando credo di vedere un oggetto, cosa succede in realtà? Questo “oggetto” per effetto della memoria è staccato da tutto ciò che non è, e dallo sfondo. Il soggetto, anch’esso, si distacca. Questo processo è tanto rapido e incessante che non lo rileviamo fin dalla nostra più tenera infanzia. Vedete, quanto più il bambino invecchia e si fissa sempre di più nelle proprie immagini piuttosto che stare direttamente con ciò che è lì, più perde la sua capacità di allegria e di gioia spontanea.

Alla fine tutto l’universo dello stato di veglia, compreso quello descritto dalla scienza, non è che un’immagine.

E’ proprio per questo che siamo sempre così ignoranti di ciò che sono  veramente le cose così elementari come lo spazio, il tempo, la materia, la luce e la vita.

Dopo tanta scienza nessun fisico è capace di dirvi che cosa è la materia. Nessun biologo può spiegarvi cos’è la vita. Gli psicologi e gli psichiatri possono ancor meno spiegarvi che cosa è la Coscienza. E dopo tanti anni sulla terra alla sua ricerca, chi di noi può dire che cosa è la gioia? E’ che noi cerchiamo di spiegare il territorio con la mappa. La luce cosciente è tutto e la gioia è il suo profumo. L’atto viene dalla gioia, e non il contrario. Ogni atto è la gioia in cammino e non è mai separato di un millimetro. Quando si è presi da questa evidenza folgorante, si cessa d’agitarsi per appropriasi e conservare oggetti o persone o per cercare o fuggire situazioni.

Cosa c’è allora da rimpiangere, da perdonare, da perseguire, da promettere?

Quando si è scossi dalla verità semplice e sconvolgente, come si può ancora cercare di trasformarsi, purificarsi, equilibrarsi “risvegliarsi” o “realizzarsi”?  Questa agitazione non appare semplicemente più.  Le vie interventiste – tutti quegli insegnamenti profondamente inutili che vi chiedono di fare questo o quello, di adottare quella ideologia, questa o quella attitudine per giungere alla pace -, così rassicuranti per l’immaginario egotico, cadono. Non vi viene più l’idea di fare il buffone in un asilo spirituale. Improvvisamente non pretendete più di aver bisogno di un giocattolo per andare bene.

Cercare la  gioia non è vederla, anche se è la gioia stessa il motore di questa ricerca.

E’ l’identificazione della gioia con un’immagine – una traccia lasciata da una esperienza -, che ci fa credere che noi saremo felici senza questo cane, questo gatto, questa casa in campagna, questo matrimonio, questo divorzio o questo grande guru. Il desiderio è mosso dalla gioia, ma la sua espressione è collegata al conosciuto, al contenuto della memoria; cosa posso volere se non ciò che conosco? Il desiderio è sempre una restrizione, è una sofferenza. Tutte le sue forme, compresa la più “nobile” sono il desiderio d’altra cosa , che viene dal fatto che non sappiamo guardare ciò che è lì. Il desiderio sorge con la nozione che esista qualcosa d’ “altro”, una nozione assolutamente legata a quella alienazione, che è la sensazione di essere qualcuno.

Guardate. Quando il vostro corpo vi manda un segnale ben localizzato, è perché ha una restrizione a questo punto e l’energia non circola liberamente. Questo si può trasformare in quella che chiamiamo malattia. Potete facilmente identificare il punto preciso dove avete male. Ma quando sentite il benessere nel vostro corpo, potete dire dove state bene? Il benessere non è da qualche parte, la gioia non è localizzabile. Non siete qualcuno. Localizzarsi nella miserevole immagine di un qualsiasi se-stesso crea una distanza, una separazione, e genera il mondo del desiderio e della paura che conosciamo. La distanza così creata e il movimento agitato che suscita, genera l’apparizione di quell’altro immaginario che è il tempo. Desiderare è desiderare ciò che è laggiù e questo non può essere concepito che nell’immaginario di un altro momento.

Così dunque, il desiderio si nutre dell’immaginario di un passato e si proietta nella realtà virtuale di un futuro; ma non si esiste veramente che in un istante  atemporale, che noi abbiamo convenuto chiamare l’istante presente.

Tentare di risolvere la questione del desiderio – la ricerca della gioia – nel mondo abituale, occupandosi del passato e del futuro, cioè analizzandosi (o pagando qualcuno per farlo) o prendendo buone decisioni riguardo alla propria vita futura, è ficcarsi di più nel lamentevole solco virtuale, nel quale la maggior parte degli esseri umani sono impelagati. La cosa non può davvero essere risolta, se non interessandosi a ciò che c’è piuttosto che rivolgersi verso ciò che non c’è e dà origine al tormento.

“Tutto ciò che si rivela quando l’ondata d’impressioni sorge con veemenza, è quello stesso che bisogna osservare con intensità:  se tu vi apparivi e apparivi ancora all’inizio, nel mezzo e alla fine, oh, l’universo differenziato si dissolverà”

(Abhinavagupta – Dodici stanze sulla realtà suprema. Kashmir. Inizio XI sec.).

Quando sentite un desiderio, ciò che è importante non è il cosiddetto oggetto del desiderio – che non è lì -, ma il desiderio stesso. Quando vi interessate a ciò che sentite direttamente, come sapete che avete un desiderio? Come sapete che siete tormentati? Voi cominciate già a essere reali e l’idea d’essere qualcuno infelice se ne va. La sofferenza viene sempre da una immagine: la realtà, lei, è profondamente tranquilla e gioiosa. Quando realizzate che non fate che assistere a ciò che chiamate la vostra vita e che non siete un ammasso di molecole separate dall’universo che possono prendere delle decisioni “liberamente” e avere delle responsabilità, allora ciò che era aggrovigliato si distende naturalmente. Quando sentite la tensione e la paura legata ad ogni forma di desidero, senza localizzarvi di nuovo e diventare tutt’uno con la storia, quando constatate quanto tutto ciò non è che percezione di adesso e che questa percezione è solo una apparenza della pura luce cosciente che voi siete, non sentirete più l’urgenza di soddisfare il desiderio e nemmeno di reprimerlo.

Sentite un’altra specie d’urgenza: quella di non fare nulla nell’immediato.

In questo “non fare niente” ciò che si deve fare si compie, ma non c’è più quel patetico personaggio ansioso. Li’ c’è gioia, senza preavviso, in un momento di distrazione, dove avete dimenticato d’essere assillato da voi stesso.

“Attrazione e repulsione, piacere e dolore, alzarsi e coricarsi, infatuazione e abbattimento ecc, tutti questi stati che partecipano alle forme dell’universo si manifestano come diversificate, ma nella loro natura non sono distinte. Ogni volta che afferri la particolarità di uno di questi stati, attento subito alla natura della Coscienza come identica a sé, perché, pieno di questa contemplazione, non ti rallegri?” (Abhivanagupta)

Tutto è infinitamente più semplice che non si creda. Guardiamo molto, troppo lontano. Non c’è niente laggiù, non c’è domani. La felicità interiore non esiste più della felicità esteriore; c’è la luce cosciente, che è gioia senza oggetto. Il momento presente è una figura retorica, perché non c’è tempo, solo un Istante atemporale che include la storia del tempo.

Quando la vostra gioia non è tranquillità, quando tende a qualcosa, è una gioia di anticipazione, cioè una agitazione dissimulata sotto l’apparenza di un falsa gioia – se siete abbastanza attenti a ciò che sentite veramente – e non più alla storia associata a tutto ciò che è memoria e proiezione -, vi accorgerete che ciò che avete prima chiamato distrattamente felicità o piacere, non è che tensione, paura e sofferenza.

Nella gioia, non c’è nessuno che sia gioioso. Nella meraviglia, non c’è nessuno che si meraviglia.

La gioia tranquilla non è inerte, è energia viva, ribollente; ma questa energia è libera, senza nessuno scopo, nessuna direzione, nessuna inquietitudine. La gioia vera non dispare né diminuisce di uno iota quando la vostra amichetta vi lascia, quando vostro marito vi tradisce, o quando vi capita di sapere che avete un cancro avanzato. Questa gioia potete sentirla in voi svegliandovi al mattino, prima di pensare alla vostra giornata, prima di ridiventare qualcuno, prima che la vostra persona, costretta, non ricominci ad agitarsi.

Non dovete lottare e meritare la felicità, perché è il profumo della vostra vera natura. Non c’è niente da scegliere nello stato di veglia, più che nel sogno. Volersi appropriare di una cosa, di uno stato, della felicità, è sognare ancora. Ci si può risvegliare nello stato di veglia. Ma non ci si può dirigere deliberatamente verso questo “risveglio”, perché allora è ancora un’immagine, un nuovo oggetto, di cui appropriarsi.

Conviene prima osservare onestamente quanto ci si localizzi costantemente, quanto ci si restringa senza posa, quanto si soffra per la fallace promessa di un domani virtuale.

Basta questo; il resto succede naturalmente. Lo sforzo è segno d’ignoranza, d’essere. La vita è bella senza ragione.

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