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La nuova fisica, il Transpersonale e il divino in noi di Emmanuel Ransford

2 Ottobre 2010

3ème Millénaire n. 85 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

La fisica classica era benedetta dagli dei. Determinista, riduzionista e continuativa, sembrava perfettamente intelligibile. Descriveva un universo meccanico, prevedibile e concettualmente semplice, un universo che si poteva controllare totalmente. Il diciannovesimo secolo fu quello del suo trionfo, che si credeva definitivo.

Poi, la scienza ha scoperto i quanti. Si è introdotta nel mondo confidenziale dell’atomo, dell’elettrone e di tutte le particelle subatomiche, i cui comportamenti, bizzarri e incomprensibili, sfidano il senso comune.

E’ un fatto d’esperienza: quando si scruta l’intimità del mondo, quando si esaminano gli ingranaggi più sottili, si constata con stupore che esso non risponde alle aspettative della ragione. Né a quelle dell’intuizione.

Per esempio, il mondo dell’infinitamente piccolo lascia un posto importante al caso ( all’effetto senza causa); crea legami stravaganti che uniscono frammenti materiali perfino molto distanti. Più strano ancora, le particelle sono a volte onde, e viceversa.

(Che le particelle siano appuntite e indivisibili e che le onde siano sparpagliate  non fa nessun problema per la natura; le une diventano allegramente le altre, in una gioiosa danza trasformista che niente arresta!).

Almeno, è ciò che dice l’attuale interpretazione.

Altro motivo di sorpresa, gli osservatori consci che noi siamo creano, a livello quantico, la realtà che osservano. Quella sorprendente facoltà (più magica della magia) fa scrivere a Wolfgang Pauli: “La fisica moderna reintroduce l’osservatore come un piccolo dio della creazione nel suo microcosmo”.

Siamo davvero dei piccoli dei della creazione?

In quel caso preciso ne dubito. Credo che l’interpretazione che produce una tale conclusione, sia fuorviante. L’errore sarebbe imputabile al nostro sguardo: prigionieri del nostro mentale e dei nostri pregiudizi, non sapremmo più guardare la natura nelle sue caratteristiche proprie. Contemplare la natura per coglierne l’essenza dimenticando le certezze e i pregiudizi dell’intelletto, è quello che ho provato a fare. Quello mi ha condotto fino alla “psicomateria”; che non è altro che la materia ordinaria arricchita da un contenuto supplementare. Questo contenuto è generalmente ignorato, per causa di estrema discrezione.

Mi spiego. La questione essenziale qui è la natura del non determinismo quantico. Se la scienza convenzionale non ci  vede che caso vero (a-causale) io vi scopro la manifestazione di una dimensione nuova, non materiale del mondo; che chiamo lo “psi”. Questo si caratterizza attraverso il suo potere di decisione o la sua capacità di scelta (è una mia ipotesi). Un tale potere si manifesta proprio col non determinismo o l’aleatorio.

Quella facoltà d’iniziativa, eccessivamente debole nella particella elementare, è una forma rudimentale di libero arbitrio. Io la chiamo “endocausalità” del “phi” (che è l’altra componente della psicomateria ). L’exocausalità ci è familiare: è la causalità determinista usuale. Essa governa le leggi deterministe della materia.

Riunendo phi e psi in un’unica sostanza, si ottiene la psicomateria. E’ molto semplice!

Così questa supermateria è endocausale e exocausale. Il phi determinista è obbiettivo ed è la parte fisica della psicomateria; lo psi è soggettivo, perciò psichico, la sua parte psichica.

Aggiungo due cose importanti:

1-      Lo psi è generalmente inattivo, o latente. Questo lo rende quasi indecifrabile, e facile da ignorare. Allo stato latente credo che sia inconscio. Ma quando si risveglia per diventare attivo, accede ad una forma di coscienza; che resta infinitamente debole a livello subatomico (coscienza subliminale, o protocoscienza ).

2-      Lo psi delle particelle elementari può aggregarsi e attaccarsi, formando vasti insiemi psichici. Battezzo supralità questa facoltà di collegamento che unisce lo psi delle particelle E’ nel cuore della non separabilità quantica, che sarebbe perciò un fenomeno d’origine non materiale (da cui la nostra difficoltà a comprenderla? )

Lo psi endocacausale fa della psicomateria un’argilla viva, creativa, aperta. Con la supralità e i suoi legami invisibili (legami suprali), questa supermateria  è anche legante e legata .

La supralità dà allo psi un’ampiezza senza limiti. Essa gli dà struttura e coesione; è un campo non localizzato e che porta informazione. L’insieme  dei legami suprali dell’universo tesse una grande tela di dimensioni cosmiche (la tela e i suoi legami sono invisibili come lo psi da cui sono formati).

La tela cosmica è una specie di etere psichico. E’ il luogo delle nostre radici celesti, è il nostro cielo interiore, che raggiunge l’universale. E’ esteriore e interiore ed è collettiva: è di tutti e per tutti, non conosce esclusioni né distinzioni. E’ una ricchezza collettiva!

Insomma, la psicomateria è creativa, legante e legata; è carica di informazioni, di memorie e di energie sottili. Unisce e armonizza. Si misura quanto differisce da quella sostanza morta che è la materia inerte.

Dopo questa breve presentazione della psicomateria, esaminiamo quello che significa per noi.

Chi siamo, quali sono le nostre vere capacità alla luce della supermateria? Di primo acchito, lo psichismo endocausale implica che l’essere umano è libero in profondità, è potenzialmente libero di decidere e di condurre la sua vita. Questo giustifica tutte le speranze…

Inoltre, la nuova fisica è una fisica del legame; si accorda con quella parola di un maestro Zen: “Se sei uno con un granello di polvere, sei uno col mondo intero”. Essere uno è essere aperto a ciò che è. Se il mondo è costituito da psicomateria, allora l’unità del mondo è un fatto incontestabile. Quella unità ci incoraggia a cambiare il nostro sguardo e le nostre tendenze.

Attraverso la tela suprale ciascuno di noi si integra nel più grande di lui. La sfida è di prenderne coscienza, per accedere a una vera espansione. Jung scriveva:  “l’anima è, si potrebbe dire, quella metà del mondo che non esiste che nella misura in cui se ne prende coscienza”. Vivere nell’ignoranza delle nostre connessioni suprali, non è non avere ancora trovato la propria anima? Essa porta ricchezze sovrabbondanti, dà ali psichiche infinite che fanno saltare i limiti dell’ego.

La tela suprale è come una gigantesca rete che ci riunisce tutti. Immersi nella grande tela, il nostro piccolo me si arricchisce e si amplifica. Acquisisce una nuova apertura che lo cambia in un me suprale, o grande me.

( Si potrebbe chiamarlo anche il Sé, il me olistico, globale e transpersonale )

Il grande me si estende fino alle stelle! Va persino molto al di là. Si accorda con  quel bel detto di Platone: “ L’uomo è una pianta le cui radici salgono al cielo”.

Così la psicomateria è per una visione globale dell’uomo e del suo potenziale psichico. E’ per una visione allargata della persona umana, una visione di libertà interiore e di superamento dell’ego. La supermateria di cui le nostre cellule forse sono fatte, ci radica nell’universale. Ci invita ad aprirci alle risorse del grande me. Esse sono immense! Deframmentiamoci, uniamoci, siamo solidali; lasciamo entrare nelle nostre vite la luce del grande Tutto. Apriamo il nostro cuore per diventare completamente umani e pienamente vivi. Questo modo d’essere vivi ci fa crescere. Permette di superare i limiti del piccolo me. E’ in sé un’esperienza spirituale, sorgente di luce.

La psicomateria ha altre particolarità. Ci parla implicitamente di qualcosa che è della qualità del divino, e lo fa su due piani, quello dell’immanenza e quello della trascendenza. Vediamo.

L’ho detto, la tela cosmica della supralità forma un gran Tutto. Essa è quella “grande tovaglia sotterranea da cui beviamo tutti”. Essa è anche “una realtà che sarebbe di natura collettiva, libera dalla tirannia del tempo, qualcosa come un’immensa banca di regali, un sapere universale che assomiglia a quello di Dio” (Eliane Gauthier).

Questa grande tovaglia sotterranea che lega, nutre e unisce, è una forma del divino immanente.

Il divino non è limitato all’immanenza. Ha un altro aspetto, essenziale che si dispiega a livello trascendente. Nel mio approccio, quell’aspetto si svela con l’endocausalità (che, lo ricordo, conduce alla psicomateria). Più precisamente, il divino trascendente è da ricercare dal lato dell’urcausalità , che è  l’endocausalità pura, estrema, cioè non macchiata dalla exocausalità. Essa non è l’endocausalità della psicomateria, che è contagiata dalla sua exocausalità. L’endocausalità totale è differente: un essere urcausale ha delle proprietà che un essere semplicemente endocausale non ha, nel senso dell’endocausalità parziale. Questo giustifica il fatto di darle un nuovo nome.

L’urcausalità abolisce la distanza che separava l’essere dal non essere, crea una connivenza tra loro, con essa l’essere e il nulla diventano complici. Essi sono partner di una danza esistenziale dove tutto è reversibile, compreso il fatto di esistere e quello di non essere. Traduco questo dicendo che è “esistibile”. La sua “esistibilità” gli dà gli attributi divini supremi: è creatore e autocreatore. In breve, un essere urcausale è ontologicamente reversibile. Quella proprietà cruciale significa che è capace di trasformarsi in vero niente (esente da leggi fisiche), così come di rigenerarsi (a partire dal niente radicale).

Se si dovesse rappresentare la nuova fisica con un’immagine, sarebbe quella di un diamante poco consueto. Un diamante insolito che chiamo il diamante ontologico, che è tagliato in forma di piramide a quattro punte, su cui si leggono, finemente scolpite, le iscrizioni “exo”, “a”,  “endo”, “ur”. Significano: exocausale, acausale, endocausale,  urcausale, l’avete indovinato.

Quelle quattro forme di causalità sono i quattro pilastri del mio approccio. E consistono:

1-      L’exocausalità ci è familiare, la causalità che conosciamo, determinista e oggettiva. L’essere la subisce, è imposta dall’esterno.

2-      L’acausalità è l’assenza di casualità, l’effetto senza causa o il vero caso, privo di contenuto (o di ragion d’essere? )

3-       L’endocausalità ci confronta con un mondo non oggettivo e fluttuante. E’ quello della soggettività. Un essere endocausale può scegliere e decidere. Possiede un potere decisionale interno; esso può variare dal rudimentale al più complesso. E’ endogeno, interno.

4-      L’urcausalità è l’endocausalità pura, senza mescolanze. Un essere urcausale è libero da ogni exocausalità: la sua creatività è senza freni. Essa gli dà delle caratteristiche uniche.

La nuova fisica è un gioco magico. Essa gioca con tutte le forme di causalità; in particolare reinterpreta la fisica quantica appoggiandosi alla nozione di endocausalità. L’indeterminismo e l’aleatorio quantico, preso convenzionalmente come un segno di acausalità sono per lei indici di una endocasualità che agisce.

Quel passaggio dall’ “a” privativo all’ “endo” è essenziale: attraverso lui, la realtà fisica cambia contenuto. Da materiale diventa psicomateriale.

Aggiungo infine che la nuova fisica porta a una teoria che spiega il cervello cosciente.

Risponde alla sfida di Penrose, che osservava che “la coscienza fa parte del nostro universo. Ogni teoria fisica che non gli riserva un posto appropriato è fondamentalmente incapace di fornire una descrizione valida del mondo”.

La psicomateria permette di concepire il nostro organo del pensiero come una specie di lampada di coscienza. Secondo questa metafora, la coscienza starebbe al cervello come la luce alla lampada. E, così come la luce non si identifica con la lampada che la produce, la coscienza non si identifica col cervello che le permette di apparire.

In conclusione, la nuova fisica è un tentativo ragionato di creare una scienza aperta sul mondo soggettivo e psichico. Si sforza di abbracciare tutte le dimensioni del reale e ci propone nuove chiavi di intelligibilità fondate sulla nozione di endocausalità. Con questa la materia inerte si trasforma in argilla viva, a partire dalla quale la natura ha formato il regno vegetale e animale. La materia si trasforma in psicomateria, che porta in lei, nascosti, i germi della vita e dello spirito. Anche noi stessi ci trasformiamo, diventiamo autentici giganti dalle dimensioni cosmiche, nutriti dalle nostre propaggini in due mondi, uno visibile, l’altro invisibile. Quelle nell’invisibile sono le nostre radici celesti. Nutrirsene, è diventare intelligenti della nostra anima, viaggiare nelle profondità della nostra psiche, riscoprire il divino in noi. Radicare la gioia, la pienezza e il dono di sé nelle nostre vite!