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Posso liberarmi dal conosciuto?

19 Aprile 2014

 

 

SERGE  PASTOR

 

POSSO LIBERARMI DAL CONOSCIUTO?

 

 

“Vedere si coniuga al presente mentre l’analisi critica, concettuale, si coniuga al passato, al futuro o al condizionale.”

 

3e millènaireIl conosciuto sarebbe una sorta di illusione?

 

Serge Pastor – In primo luogo, conviene definire ciò che nominiamo abitualmente il “conosciuto”. Questo termine riveste diverse accezioni, ma per ciò che ci concerne qui, riteniamo quella che è centrata attorno ad una certa percezione duale che l’uomo si fa dell’universo e che traduce con una coscienza riflessiva e dualista che gli fa dire ed affermare: “lo so”, “conosco”, “ho già visto”, ecc.

   La nostra percezione, la nostra comprensione del mondo, sono condizionati dai nostri sensi, sorta di captatori della vita interna ed esterna, di cui siamo dotati. Questi ci permettono di “farci un’idea” del mondo fenomenale, di essere conoscenti (o coscienti) dell’universo – sia interno che esterno – nel quale evoluiamo. Questi sensi intervengono come dei filtri, degli strumenti di cui l’uomo dispone per sperimentare, conoscere, apprendere ed afferrare il mondo fenomenale.

   In questo modo, il “conosciuto” è una sorta di amalgama più o meno disordinato del “saputo”, del “visto”, del “assaggiare”, del “toccare”, del “sentire”, del “ascoltato”, appoggiato da sensi più o meno acuti o smussati, ma di cui tutti sono fortemente collegati ad un “me” – il pensatore – forgiato da ogni storia sulle nostre credenze, la nostra educazione, la nostra tradizione, la nostra formazione scientifica o altro, la nostra cultura, le chiacchiere, i saperi degli altri diffusi da secoli, ecc.

   In breve, il nostro conosciuto è predeterminato da una sorta di direttore d’orchestra (l’io) che dirige questa “conoscenza” secondo i propri spartiti… Questo conosciuto è fortemente pre-formattato su antica conoscenza, saperi ancestrali e più recenti. E’, tutto sommato, un condizionamento, una bis repetita placent di fronte a ciò che si dice, si pensa, si veicola, si ammette, si trasmette o si programma. Partendo da lì, questo conosciuto ha poche possibilità di evolvere verso l’inedito, lo sconosciuto, l’improbabile, l’inatteso, nei quali non può legittimamente iscriversi…

   In nessun caso, questo conosciuto non beneficia di una freschezza e di un sangue nuovo, riservato solo giustamente al non-conosciuto, a ciò che si scopre senza essere una mascherata o un arrangiamento attualizzato del passato.

   Il conosciuto è dunque tradizionalmente e comunemente una elaborazione psico-cognitiva, il risultato di una passerella affettivo-mentale fittizia ed aleatoria, di un rapporto relazionale, stabilito tra un aspetto, “colui che percepisce” (l’io, attraverso i suoi propri filtri – l’educazione, l’ambiente, la cultura, i dogmi e le credenze, ecc.), assoggettato e sottomesso alla totale potenza di un ego che si auto-soddisfa della competenza che si fa del mondo fenomenale, e da un altro aspetto “ciò che è percepito” come stante apparentemente “esteriore” a colui che percepisce. Vedremo che questa apparenza è ingannevole e che la separazione tra l’individuo ed il mondo non è fonte di “conoscenza” ma piuttosto d’ignoranza.

   In questa accezione, si elabora così, per ogni persona, una conoscenza, un sapere stabilito sul mondo – e non una conoscenza del mondo -, nella quale il pensiero duale dell’io stabilisce migliaia di legami e di passerelle possibili ed interpretabili tra un osservatore (non neutrale) e la cosa osservata (naturalmente vergine da ogni apprezzamento). Ne segue una falsa visione, interpretata, pre-formattata e condizionata da ciò che è, da un io prigioniero della sua propria duplicazione morbosa e compulsiva e della completa potenza dell’intelletto dualista che resta, in fin dei conti, il padrone dell’opera.

   L’insieme di tutte le rappresentazioni individuali del vivente costituisce così questo “conosciuto” che è uno straordinario vivaio, un vasto patchwork nel quale si intrecciano in modo più o meno anarchico, le maglie di un pensiero duale sul quale si tessono, si giocano e si rigiocano le idee, andanti e naviganti secondo il gradimento delle rappresentazioni personali nascenti e morenti come onde venute a fracassarsi sulla scogliera dell’ego, il quale le rinvia per formare una nuova onda schiumante, il tutto sottomesso ai capricci di un tempo cangiante e modificato ad ogni istante.

   Ma è possibile di mettere fine a questo vasto disordine, a questo caos indescrivibile del pensatore? Tale è il vero soggetto di fondo della nostra interrogazione.

   Occorre sapere che l’io, naturalmente preso nelle tenaglie della paura dello sconosciuto, ha bisogno di auto-replicarsi, di auto-generarsi e di riempirsi in permanenza “di un pensiero-materia” stereotipato, ciò che gli permette di rassicurarsi ad ogni istante e soprattutto, di non morire a ciò che sa, al suo conosciuto, ai suoi saperi, le sue conoscenze, la sua memoria che si piace a restituire compulsivamente, il più spesso in modo non-cosciente…Questo conosciuto è la sua sostanza, il suo nutrimento di ogni istante e lo utilizza per arrivare alla sua fine un certo numero di supporti, le puntellature indispensabili imposti dall’ego, a sapere, il bisogno di sicurezza e di riconoscenza, l’appartenenza tribale ad un modo di funzionamento, il linguaggio elaborato, la nomina, l’etichettatura e la classificazione. Le molteplici strategie che l’ego mette a posto per conservare la sua grande potenza (l’auto colpevolezza, la morale, la conformità all’immagine, la fedeltà ai costumi, alla tradizione, ecc.) impediscono letteralmente una visione spogliata ed epurata dell’essere, un altro conosciuto, differente, le quali si ritrovano rinchiuse nel guscio dell’io che è una vera cappa di piombo quasi indistruttibile di cui non sarà così semplice liberarsi…

   Possiamo dire a giusto titolo che i ricorsi eccessivi, intempestivi e quotidiani nel linguaggio, considerati come un supporto dialettico e cognitivo necessario alla comunicazione ed alla conoscenza, ma non aprendo sulla comunione, può rapidamente diventare una prigione, un contenimento del “conosciuto” nella fortezza dell’ego. Quest’ultima costituisce allora una prigione dorata nella quale si rifugia l’io che avendo orrore del vuoto e dello sconosciuto, prova un bisogno imperioso di riempirsi.  Il suo problema è che non può lui stesso svuotarsi dal “conosciuto” e questo resta il suo freno principale.

   Di questa situazione di fatto, l’uomo può soddisfarsene molto bene durante tutta una vita, in quanto perché disturbare un tale ordine – in realtà, un vero disordine stabilito?

   Fino al momento in cui prende coscienza della presenza dell’Unità che si tiene dietro questi Multipli che ammucchiava a sazietà e dopo i quali correva sfinendosi ad ogni istante e perdendovisi ad ogni modo. Il silenzio si sostituisce allora al frastuono del mentale e al chiacchiericcio del linguaggio, l’ascolto, la visione, il considerato si affinano mentre l’Uno traccia un piccolo passaggio nel guscio screpolato dell’ego. L’Uno “s’intravede” e si respira poco a poco attraverso il Tutto. Questo cambiamento di capo della ricerca egotica del conosciuto dei multipli a tutti i costi verso un’osservazione semplice e purificata dell’Uno non conosciuto ed a scoprire, è un’esperienza inedita per l’individuo che se ne trova un pò destabilizzata, in quanto per una volta, l’abbandonare la presa della coscienza si manifesta e questo ha modo di inquietarlo…

 

Potrebbe parlare delle sue prime esperienze relative all’illusione del conosciuto?

 

All’epoca in cui ero ancora un giovane liceale, ho vissuto una stupefacente esperienza dell’illusione del “conosciuto”. Durante una serata di studi portati sulla Via Lattea e le costellazioni che la popolano, realizzati in un Osservatorio del Var, ho imparato che la stella più vicina alla nostra Terra, Alfa Centauri, – fuori dal Sole stesso – si trovava ad un po’ più di 4 anni-luce. In quel preciso momento, ho capito, come un’evidenza ed una luce fino ad allora messe sotto lo staio, che la volta stellata che avevo sotto gli occhi ogni sera – formante “il mio conosciuto” sperimentale – non era che una vasta illusione e che l’istante della mia visione non era in realtà che una proiezione, un film di un passato datato di molti anni. Vedevo bene Alfa Centauri, ma così com’era quattro anni prima!

   Capiamo che quando si osserva, dai tempi della Terra, in un istante T, una stella che è a dieci anni-luce, la si “vede” così com’era dieci anni fa!

   La nostra visione, la nostra conoscenza immediata di ciò che si crede essere e che si attribuisce a “ciò che è”, sono dunque falsificate e totalmente irreali. Se questa stella esplode in questo istante T, lo potremmo concretamente “vedere”, sapere, osservare, conoscere, constatare solo fra dieci anni eppure l’avvenimento sperimentale dell’io di fronte a questo “conosciuto” ha avuto luogo in questo istante T!

   Il cielo stellato sembra essere una realtà oggettiva di ciò che è, mentre una realtà, non è che una vasta illusione, un possibile, una materia di ciò che potrebbe essere. Non accade nello stesso modo con la nostra rappresentazione del mondo nel quotidiano? Il passato, il presente ed il futuro non coabitano in uno spirito umano cullato da una vasta confusione che eppure ha l’illusione di essere nel solo presente di ciò che è?

   Il più straordinario, attraverso i miei occhi di ragazzo, è che realizzavo che il campo di costellazioni che era sotto i miei occhi, era cosparso di piccole stelle tutte a distanze differenti in anni-luce. Così, questa era a 15 anni-luce, quella sembrava essere “al suo fianco” eppure a 250 anni-luce, quest’altra a più di 10.000 anni-luce!

   Ero affascinato da questo spazio-tempo, disuguale e totalmente elastico nel quale mi bagnavo, io, un piccolo essere umano che desiderava conoscere il mondo fenomenico. Mentre pensavo che tutte queste stelle erano lì tutte presenti nell’istante T, in realtà, esse non vi “erano per niente”. Non era che la loro presenza di anni prima che vedevo, ed in più non tutte presenti nello stesso tempo. In realtà, guardavo un film tutto sommato appartenente al passato e che si replicava nel mio attuale presente interamente falso e fittizio!

   Ormai, in seguito a questa esperienza, sono nate da parte mia, l’imperiosa necessità e l’evidenza inevitabile che l’osservatore e la cosa osservata non possono essere separate, in quanto l’osservazione è forzatamente falsificata in un’attitudine duale, ed il conosciuto, non del tutto fedele che scorre da questa osservazione, non può essere che altrettanto illusorio.

   Una postura personale di tipo “Visione Una” che s’imponeva da sola, era apparsa quel giorno.

   Diverse esperienze “scientifiche” che seguirono mi confortavano verso una tale attitudine  da adottare di fronte alla vita. Osservando al microscopio un elitra di libellula od uno strato di vena, “vedevo” il Tutto (l’insetto, la vena nel suo ambiente) e non la parte, anche se il conosciuto visibile all’occhio era affascinante e meritava la deviazione. Feci anche l’esperienza della non-denominazione delle forme, la quale, contrariamente alla denominazione, mi apriva ad una visione globale, un conosciuto aperto, incessantemente evolvente. L’identificazione nel linguaggio non è un riflesso istantaneo dell’ego che ha bisogno di categorizzarsi totalmente, catalogarsi totalmente, per paura di essere privato dal “conosciuto” e di non più gestire ciò che gli è presentato?

   Sperimentavo così la di identificazione del linguaggio nel momento della semplice osservazione di un fiore, di una paesaggio, di un insetto, di un sentimento, ecc. Com’è strano e nello stesso tempo pericoloso e destabilizzante per l’io, di essere accogliente di ciò che è, senza collegare ipso facto al passato, al conosciuto antico o voler inscriverlo nel futuro! Di vedere un fiore, una roccia, un’emozione, un pensiero nella loro totalità, senza nominare le loro specificità, le loro varietà, i loro colori, i loro profumi, i loro legami con l’ambiente, lasciandoli essere ciò che sono oltre la mia propria visione analitica!

 

Come percepite l’evoluzione delle conoscenze nel nostro mondo attuale?

 

Non conviene qui sbagliarsi e salutare con gioia la somma colossale e l’evoluzione permanente e senza sosta riattualizzata delle conoscenze scientifiche, tecnologiche ed altre, applicate in tutti i settori e scompartimenti umani. Questo “conosciuto” necessario sul funzionamento della vita cellulare, della vita della materia in generale, contribuisce ad accompagnare la nostra civiltà umana verso un miglior essere globale, permette di salvare delle numerose vite, di avanzare sul piano delle conoscenze, ecc.

   Ma, di fronte ad una popolazione incessantemente crescente che favorisce, purtroppo, la precarietà e l’indigenza, l’essere umano non deve svilupparsi dei saperi e dei savoir-faire medici, economici, sociologici ed ecologici sempre più adattati ed avanzati?

   La conoscenza lascerà sul campo una maggior parte dei sette miliardi di esseri umani attuali viventi nell’analfabetizzazione e la miseria? Potrà rispondere ai bisogni incessantemente crescenti di una Umanità in grande difficoltà di sopravvivenza alimentare? La sfida planetaria di questo 3° millennio sarà sollevata? A partire da quale visione, di quali nuovi prolegomeni?

  Proseguiremo la risoluzione dei problemi dell’Umanità in modo dualista o rivedremo alla fine la nostra copia e comprendere che la Terra è una Unità cosmica indissociabile, indivisibile?

   Le conoscenze presenti non si avvantaggerebbero ad appoggiarsi alla fine sul saper-essere, senza il quale le conoscenze ed i savoir-faire sono fortemente incompleti? Questo saper essere è una postura naturalmente unicista che si esprime particolarmente con il mantenimento della biodiversità che è una delle componenti essenziali dello sviluppo durevole in modo globale.

   Come possiamo ad oggi ignorare la diversità degli ecosistemi, delle specie, delle popolazioni e quelle dei geni nello spazio e nel tempo, così come l’organizzazione e la ripartizione degli ecosistemi in scale biogeografiche, e non vederle come un vasto Tutto che si chiama la Terra?

   Senza questa percezione globale di base della vita umana, senza questa coniugazione delle tre conoscenze, sapere, saper-fare e saper-essere, il “conosciuto” della vita resta frammentato, incompiuto e tutti gli sforzi attuali non sarebbero che degli stucchi su una gamba di legno.

   L’unicità delle ricerche imperniate in una stessa direzione, portate da una stessa visione delle nazioni ed una sinergia dei mezzi messi in opera, passa da questa realtà tangibile evidente: siamo su uno stesso vascello ma attualmente alla deriva. La nostra responsabilità collettiva è impegnata ed è ancora tempo di prendere il timone e raddrizzare la rotta. Lo farà?

 

Possiamo realmente liberarci dal conosciuto?

 

  Come posso liberarmi personalmente da qualche cosa di cui non percepisco le catene? Sto adottando una visione epurata e spogliata di ciò che sono, qui e adesso?

   Posso “conoscere” il mondo – interiore ed esteriore – senza essere sottomesso alla totale potenza di numerosi filtri dell’ego che ho potuto generare o ai quali sono stato sottomesso nel corso degli anni?

   Posso agire indipendentemente dal pensatore che è il mio mezzo quotidiano di sopravvivenza e della coscienza duale? Conseguentemente, posso essere libero di emettere dei pensieri senza scelta dettata dall’abitudine e la compulsività che sono i miei gruppi abituali? Posso vedere le esche di questi filtri e sfuggire alle molteplici strategie che l’ego mette in gioco per collegarmici, ad ogni “tentativo” che posso sviluppare per essere libero?

   Quale corretta postura adottare per non cadere ad ogni istante tra le maglie di un “diktat” di questo io che alla fine non vorrebbe che “il mio bene”?

   Al di là di questi interrogativi si pone il seguente: il pensiero stesso può essere libero?

   E’ chiaro che il pensiero, che è un movimento compulsivo e ripetitivo dell’io che sta auto-generandosi ad ogni istante in termini di idee reiterate, non è libero, in quanto è un dispositivo non cosciente ed un meccanismo di auto-replicazione di se stesso. Non è dunque nuovo, né fresco. Di questo fatto, divide il “conosciuto” nel già conosciuto, non lasciandogli alcuna latitudine, alcuna libertà, alcuna autonomia, alcuna iniziativa. Il conosciuto incolla al pensiero che genera e si trova così imprigionato.

   Benché non vi sia del “metodo” particolare per percepire le esche nelle quali il pensiero ci imbarca ad ogni istante, in quanto ogni strumentalizzazione del cosciente non può essere che una nuova ricetta di duplicazione compulsiva per il pensiero, possiamo nondimeno suggerire una semplice postura da adottare nel quotidiano. Quest’ultima è sempre la stessa da che l’uomo è uomo e non ha nessun bisogno di essere validata da un dogma, una religione, una credenza o qualche iniziativa spirituale o intellettuale che sia.

   In questa accessibile postura a tutti e che non richiede che una vigilanza e presenza a ciò che è, conviene semplicemente di osservare il movimento incessante dei suoi pensieri, senza attardarsi su una di esse. Si tratta di vedere il flusso delle idee che attraversano lo schermo interiore della coscienza, senza che questa visione sia connotata di apprezzamenti, rifiuti, giudizi o autocritiche. Conviene lasciar scorrere la totalità delle parole-pensieri-emozioni che le accompagnano, senza alcuna “introduzione” particolare di una paura, di un’attesa, di un soggetto o di un oggetto particolare apparente in occasione di questa visita interna, introspettiva ma non cognitiva. Non resta semplicemente che di osservare ciò che penso, ciò che sono o sembro essere, nei riguardi della situazione di ciò che è, guardare, ascoltare, vedere, sentire, assaggiare, senza un osservatore che cercherebbe di solidificare e trattare l’immagine su un modo istantaneo. Lo sfilamento sequenziale del flusso di queste parole-pensieri-emozioni che assillano il mio mentale ad ogni istante, deve poter restare libero da ogni fermo-immagine, in quanto ogni introduzione alimenta la sostanza dell’io, come un film proiettato nel quale non avrei potuto identificarmi con i personaggi (le molteplici faccette dell’io) che si danno in spettacolo in tutta libertà. In questa postura, non sono né l’attore, né la scena, né lo spettacolo, ma semplicemente la luce del proiettore che rende conto dell’esistenza del film e rischiara le mie proprie zone d’ombra.

   Questa osservazione non giudicante e vede “svuotarsi” tutta in un contenuto fisico alle porte di una coscienza senza pensiero per una volta senza attesa, senza uno scopo da raggiungere. Ogni particolare introduzione non può che riattivare ipso facto l’ego – che non aspetta altro – e gli da vita in lui assegnando del “corpo”, della materia da trattare.

   Qui, la visione deve poter essere morbida, libera, senza motivo particolare. Non è che visione che contempla, senza interpretazione, tutto il contenuto psico-affettivo della coscienza duale che defila interiormente.

   In questa osservazione che ha luogo senza un osservatore nominato, non accade nulla, in quanto non vi è nulla da fare, nulla da pensare, nulla da dire, nulla da cambiare. Il “conosciuto” passa, il suo contenuto si svuota e muore altrettanto presto così come appare. L’Uno si dispiega allora alla visione come un’evidenza del gioco dei multipli. In questa postura, l’io abitualmente duale è inattivo e si trova relegato al secondo piano, mentre il pensiero altre volte compulsivo e separatore, ritrova una nuova giovinezza, entrante in una dimensione aperta all’inedito, al “non conosciuto”, all’improbabile, all’inatteso, in breve ad un campo sperimentale fino a qui inesplicabile ed incomprensibile per lei, talmente abituato al saputo, al già visto, al prevedibile ed al già conosciuto.

   La globalità della Vita-Una è finalmente percepita, rivelante ogni legame specifico con il Tutto da cui essa procede. Questa visione che è “non-mentale” abbraccia, sintetizza ed unifica l’insieme dei legami, mentre in precedenza l’analisi mentale li considerava come distinti, separati ed indipendenti.

 

Eppure, l’uomo può vedere le sue catene e non volere o non potersene liberare.

 

L’individuo può in effetti “intravedere” una catena, per esempio il suo attaccamento ad un etnia, ad un gruppo o ad una persona, senza per questo volere o potere liberarsene. Percepisce la parte, la catena isolata, senza poter elargire la sua visione all’insieme dei legami ai quali questa catena appartiene e rinvia. Nel nostro caso, l’attaccamento personale procede da un processo globale che rinvia alla dipendenza, all’assenza di autonomia, alla colpevolezza, a cosa potremmo dire, alla tradizione, ecc. E questo, il solo intelletto non può vederlo, in quanto la sua visione è forzatamente parcellare.

   L’uomo può “rendersene conto” molto bene – si tratta del suo conosciuto, un conosciuto condiviso da molti altri – e nello stesso tempo riconoscere che non può disfarsene per delle ragioni etiche, morali o legate alla sua educazione, il suo passato, la tradizione. Il suo ego constata il fatto, lo intravede, si accorge delle conseguenze dovute a questa infeudazione. Ma, in fin dei conti, questa persona accetta e giustifica anche questo fatto, per mezzo di mille e una buone ragioni, in quanto la sua visione resta limitata sul piano duale e discorsivo del suo io prigioniero del suo passato, del suo conosciuto, della sua memoria, della sua storia. Percepire, intravedere, prevedere, analizzare, constatare sono delle libertà della coscienza. Mentre vedere gli sfugge totalmente…Vedere non è la prerogativa di una percezione limitata e divisa.

   Il semplice fatto di “vedere” le sue proprie catene libera l’individuo, in quanto la visione non è un pensiero, un’attitudine intellettuale o uno sguardo critico portato su ciò che sono. La visione è un’azione in se stessa che ha per corollario la lucidità e la presenza istantanea e senza equivoco di ciò che è. Durante la visione, l’intelletto è letteralmente assente dalla scena!

   La visione di ciò che sono, del “mio conosciuto” (mio passato, mio presente, mio avvenire proiettato) attiva così il processo della liberazione e riposiziona l’intelletto al suo posto.

   Non si tratta dunque di rendermi conto delle mie esche o di analizzare i miei pensieri, le mie emozioni o i miei comportamenti, in quanto questo, il mentale può farlo altrettanto agevolmente così come rigettarli o sfuggirli e mantenere l’io così com’è durante gli anni.

  Vedere coniugarsi al presente mentre l’analisi critica, totalmente concettuale, si coniuga al passato, al futuro o al condizionale (un tempo irreale): “Potrei essere così, cambiare questo, modificare quello”…

   La visione è una percezione lucida ed esplosiva nell’istante di ciò che è e non può emergere che nella calma dello spirito. Mi occorre dunque, nel preliminare, fare silenzio nel mio pensiero, di fronte alle idee che si urtano alla porta della mia coscienza, accogliere con innocuità, senza cacciare, tutto questo flusso residuo, proprio ed improprio, limpido e fangoso, tutte queste zone d’ombra e di chiarezza che costituiscono il quotidiano della mia personalità, guardarli senza giudizio, con compassione, permettergli di circolare liberamente all’interno del mio essere, senza identificarmi, senza far intervenire una qualunque volontà di cambiamento.

 

 In quanto ciò che è deve essere visto e non cercare di modificarlo

 

La visione non è dunque un atto di volontà. E’ qui o non è qui. Quando è qui, lo so, in quanto è come un’onda che spazza tutto al suo passaggio. E’ uno sguardo benevolo portato sull’io, con tutto il suo lotto di pensieri-idee-parole-emozioni. Quando ha luogo, è radicale, senza compromesso, e opera un raggio laser che giunge a “rettificare” la rotta duale della mia coscienza.

   Non dipende dalla mio buon volere, dalla mia intenzione di trasformare qualunque cosa in me che giudico sgradevole o inutile. Scorre come un’evidenza e non può dunque essere assimilata ad una elaborazione psichica decisa e dettata dalla coscienza.

   La visione è diretta, totale, senza scelta.

   La visione abbraccia il Tutto e mi assimila in quanto parte di questo Tutto di cui procedo. Non può dunque essere una prerogativa dell’ “io”, ma un’azione dell’Ultimo-Io, questo essere che si tiene, come la luce sotto lo staio, sullo sfondo della coscienza duale dell’ego.

   La visione è il vero conosciuto, la vera conoscenza, in quanto è spogliata da tutti gli artefatti propri della coscienza dualista. Questo “conosciuto” istantaneo nasce rapidamente così come muore, si attualizza in permanenza, contrariamente al “conosciuto” dell’io che perdura e la cui influenza condiziona e rinchiude l’individuo.

   Ma per osservare, per guardare, per essere pienamente attenti a ciò che è, il nostro spirito deve essere libero da ogni preoccupazione. Non deve essere ingombrato ed accaparrato da dei problemi, delle preoccupazioni, delle speculazioni. E’ solo quando lo spirito è molto calmo e silenzioso (senza linguaggio) che possiamo realmente vedere ed osservare. Quando è ricercata, desiderata, augurata, la visione non è più visione ma un’attività mentale diretta sul contenuto interno di ciò che credo di essere.

 

L’educazione può avere un ruolo da svolgere nel processo di liberazione dal conosciuto?

 

I primi educatori di un bambino sono i suoi genitori, i suoi nonni o tutori, gli educatori dell’asilo. Gli insegnanti arrivano solo in un secondo tempo, una volta che gli inizi di un’educazione del giovane bambino sono assicurati. Ma lo sono sempre?

   I primi atti di coscientizzazione dell’io, poi di socializzazione e del suo invito alla scoperta della vita – sia interna che esterna – accompagnano i primi sviluppi psico-motori e psico-affettivi del bambino nella bassa età.

   La prima educazione è fondamentale e deve essere un invito del bambino ad esplorare liberamente il mondo, ad entrare in ascolto di sé ed a costruire le sue prime rappresentazioni cognitive e psichiche nei riguardi di ciò che è.

   Se non può fare il passaggio del linguaggio, della nomina, della classificazione, della differenziazione della vita, essenziali per lo sviluppo intellettuale del giovane, l’educazione si deve orientare verso un’investigazione globale ed unicista, aiutandolo a scoprire i legami che uniscono tutti gli “attori” della vita – i mondi minerale, vegetale, animale, umano e planetario -, a interagire su essi, ad acuire la sua visione del mondo ed a impregnarsi della bellezza della ricchezza dei suoi multipli.

   L’educazione resta essenziale nel processo di costruzione di un conosciuto centrato sull’Uno nel plurale, e passa attraverso l’educazione cittadina, la realtà tangibile della biodiversità, dell’intergenerazionale, dell’internazionalizzazione dell’essere umano, del mondo interculturale, il rispetto delle differenze come il rispetto della natura, delle sue catene alimentari, ecc.

   Se l’Educazione prevede l’acquisizione di tutte queste competenze trasversali, appartiene ad ogni insegnante, in adeguamento con ogni genitore essendo collaboratore dell’educazione del bambino, d’invitare quest’ultimo a sviluppare una visione che abbraccia il Tutto come il particolare, ed è in uno spirito di cittadinanza mondiale, di infraiuto e di emulazione, e non al mezzo di questa competizione dell’istruzione di altri tempi che non contribuì che a servire i disegni d’un io tagliato dal mondo. L’urgenza della situazione mondiale dimostra con evidenza che l’ora è in effetti all’emergenza di una visione Una – non lo ripeteremmo abbastanza -, ed i primi attori di questa messa in scena prossima e generazionale, in scala planetaria, sono i bambini, futuri adulti, che ci sono affidati.

   L’Educazione deve dunque poter permettere al giovane di essere autonomo e di accedere al fatto di pensare e di agire liberamente da se-stesso, aprendosi nello scambio e l’innocenza. Quanto alle conoscenze, non possono accumularsi in modo anarchico alla maniera di oggetti inerti trasmessi ed ordinati nei cassetti dello spirito. Non si tratta dunque di riempirsene a sazietà come riempiremmo un oca di cibo, ma di nutrirsene interiormente,  per lavorare questa potenza di visione che fonda realmente la lucidità esplosiva di cui parla J. Krishnamurti.

   Tale è la sfida lanciata ai genitori, agli educatori ed agli insegnanti!

  

  

  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

  

  

  

 

 

 

 

  

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