Verso una psicologia spirituale di Joelle Maurel

3ème Millénaire n. 84 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Psicologia e spiritualità.

Nel nostro mondo occidentale, benchè le filosofie orientali penetrino sempre più in occidente, la psicologia e la spiritualità restano due ambiti separati; i due campi di esperienza e di riflessione, la maggior parte del tempo, si escludono a vicenda, frammentando l’individuo e escludendo una parte dell’essere umano: la sua parte spirituale, la sua capacità di aprirsi all’essenza del suo essere e forse al vero senso della sua esistenza.

Così, nei dipartimenti di psicologia all’università si continua a centrare l’insegnamento e le ricerche sulla psicofisiologia del cervello, tentando di comprenderne il funzionamento, le tecniche psicologiche effettuando test, statistiche, la clinica e la psicopatologia, la psicologia dello sviluppo, le neuroscienze…, prendendosi cura di conservare sempre l’aspetto scientifico di quel campo di conoscenza e d’esperienza.

Le psicanalisi freudiane e lacaniane vi sono anche insegnate, perché i loro fondatori, Freud e Lacan si sono sforzati di rendere i loro concetti accettabili alla comunità scientifica. Ci si può meravigliare e perfino indignare che l’opera monumentale di uno psicologo ed educatore come Jung sia ignorata nei dipartimenti di psicologia, semplicemente perché la sua psicologia del profondo, spesso incompresa, offre il passaggio dallo psicologico allo spirituale. Se uno studente cita Jung o paragona certe scoperte e certi risultati riguardanti i meccanismi del cervello ai risultati ottenuti dalla pratica dello yoga, del Qi Gong, del rilassamento o della meditazione, vede apparire un leggero sorriso ironico sulle labbra del suo professore, oppure si sorvola sulla questione.

La psicologia ufficiale e riconosciuta non s’incontra con la spiritualità, semplicemente perché quelli che la studiano o la insegnano restano focalizzati sulla parte materiale, razionale, personale e interpersonale dell’essere umano.

Tuttavia psicologia occidentale e spiritualità orientale tendono allo stesso fine: comprendere i meccanismi della coscienza, del funzionamento umano e dare sollievo alla sofferenza.

Le pratiche spirituali come la meditazione, lo yoga, il Qi Gong, il rilassamento provano sempre di più la loro efficacia per la salute, l’equilibrio psichico e l’aiuto alla sofferenza. Allora perché una resistenza così grande a creare una psicologia spirituale che consenta ai due campi di riunirsi? Senza dubbio perché c’è confusione tra pratiche spirituali e religione, tra anima e spirito e perché la maggior parte degli psicologi non possono aprirsi a qualcosa di cui non hanno fatto esperienza e non comprendono che non cercano di comprendere per paura, pigrizia o pregiudizi.

Le grandi tradizioni spirituali, da pare loro, si interessano alla dimensione transpersonale dell’uomo, alla natura essenziale della realtà e dello spirito, al non razionale, al non visibile, al non concettuale; esse propongono insegnamenti basati sui testi religiosi, spesso dottrinali e su una pratica ascetica spesso difficile da integrare con le esigenze della vita di tutti i giorni e che non permette sempre di risolvere certe nevrosi, né di trascendere comportamenti o reazioni emotive condizionate all’origine da una grande sofferenza in certe persone.

All’alba del nuovo millennio e di fronte alla perdita di valori e scopi spirituali su cui fondare l’essere, diventa urgente comprendere che quei due campi di sperimentazione non sono in contraddizione, ma sono complementari, per arrivare ad una migliore conoscenza di sé ed a una totale espansione. Così la psicologia ha bisogno dello spirituale perché l’individuo non resti bloccato nei limiti stretti di un Me onnipotente ed egocentrico e in una visione del mondo limitata al razionale, e la spiritualità ha bisogno della psicologia perché il risvegliato non rimanga preda delle sue nevrosi e dei meccanismi razionali di difesa di fronte a certe situazioni.

Il dialogo occidente/oriente, razionale/non razionale, psicologico/spirituale, conscio/inconscio, visibile/invisibile, materiale/non materiale può permetterci di comprendere le vitali interazioni tra il corpo, l’anima e lo spirito per riconoscere i diversi aspetti di un tutto inseparabile: l’uomo nella sua globalità, ma anche di sviluppare un approccio che integri la salute, lo sviluppo e la realizzazione di sé, l’educazione, l’evoluzione psichica e spirituale, l’autonomia, la responsabilità, la coscienza, le relazioni umane e la società.

Verso una psicologia spirituale.

Carl Gustav Jung, psicologo occidentale, era avanti un mezzo secolo sulla sua epoca, Shri Aurobindo Ghose, filosofo e rivoluzionario orientale anche lui lo era; ci hanno mostrato come la psicologia e la spiritualità potevano arricchirsi una con l’altra e guidarci verso il risveglio a una coscienza più alta del nostro piccolo me limitato e verso la realizzazione di sé.

Ma prima di andare più lontano, mi sembra importante ridefinire la differenza tra spiritualità e religione e la differenza tra l’anima e lo spirito.

Tutte le religioni sono fondate, all’origine, sull’esperienza spirituale di un uomo e sull’insegnamento che ha dato dalla sua esperienza interiore: Budda per i buddisti, Gesù per i cristiani, ecc… A partire da quella esperienza, gli uomini hanno costruito sistemi di credenze religiose molto dogmatiche e pratiche rituali che, con la loro rigidità, la loro onnipotenza e i loro eccessi sono servite a radicare di più gli uomini nei loro pregiudizi, condizionamenti, credenze piuttosto che a liberarli dalla sofferenza e a diventare più coscienti della loro vita, di se stessi e del mondo.

“Definisco la spiritualità un’energia che spinge l‘individuo alla trascendenza della sua coscienza personale per aprirsi alla coscienza universale che chiameremo lo spirito o la funzione noetica”. ( Joelle Maurel: Aurobindo, Jung, Krishnamurti. Paris. ed. Vega 2004)

Potremmo così definire la spiritualità come “un cammino di conoscenza di sé, un viaggio interiore e esteriore durante il quale (in seguito a un flash esistenziale, una presa di coscienza della sua ignoranza e sofferenza, o a una domanda sul senso della vita) ha un profondo desiderio di cambiamento e si confronta con il non conosciuto, incontra archetipi o simboli numinosi che lo toccano, lo scuotono e gli svelano il reale dietro la realtà, lo spirito dietro la psiche, il mondo dell’ontologia dietro il mondo delle apparenze, il mondo dell’intelligenza dietro il mondo del significato.

Aprendoci quel cammino all’incontro, all’alterità, alla mescolanza, al cambiamento e perciò alla morte, è un’autoeducazione che permette alla coscienza di aprirsi, di oltrepassare i limiti personali per accedere a una coscienza più alta chiamata coscienza noetica o coscienza universale o cosmica, che conduce all’esperienza dell’amore, della compassione, dell’umiltà, della responsabilità e al sentimento di unità con l’altro e col mondo”  (Fromaget).

Per quanto concerne l’anima e lo spirito, c’è una gran confusione tra queste due parole perché lo spirito è spesso confuso con il pensiero o con l’anima. Questa confusione risale a Cartesio e allo sviluppo del razionalismo che hanno rinchiuso l’uomo in una concezione bipartita limitandolo a un corpo e a un’anima. Ora, l’uomo, in una visione più larga e ternaria deve essere visto come corpo/anima e Spirito.

Lo spirito, nel suo significato latino di spiritus significa respiro, il principio di vita non corporeo.

“ Il Nous greco, come parte divina nell’uomo, è un punto di contatto tra l’umano e il divino. E’ simile al pneuma. Lo spirito come relazione dell’uomo con Dio gli è simile. Quella parte dell’interiorità umana, la più alta, è stata anche chiamata mente e anima. Essa si apre sulle realtà increate, divine, e ha potuto essere denominata intelletto, per esempio da S. Tommaso e S. Agostino. Ciò ha fatto dire che il Nous greco è l’intelletto medievale. E’ esatto, ma nella rigorosa misura in cui l’intelletto è l’intelligenza illuminata da Dio, dove è, di conseguenza, spirito, e non per la facoltà di pensare, l’intelligenza razionale e psicologica”.

Lo spirito è, sembra, ciò che dà la vita all’anima, il soffio di vita che, quando lascia il corpo, fa che l’uomo muoia. Lo spirito è qui ciò che si attacca a qualcosa di più alto nell’uomo, un’energia-coscienza indifferenziata che alcuni chiamano Dio o l’increato. L’esistenza dello spirito non può essere dimostrata in modo scientifico, ma può essere sperimentata, provata e rivelarsi all’uomo. Quelli che hanno fatto l’esperienza dello spirito sono i grandi spirituali, una categoria d’uomini rari e importanti per la loro saggezza e la loro conoscenza.

L’anima fa parte integrante del corpo, ma è anche il luogo dello spirito. La parola anima viene dal latino anima che significa il principio pensante ma anche animare. Vediamo qui che l’anima è ciò che anima il corpo e ciò che pensa in noi stessi. L’anima è anche la psychè greca che significa l’idea di uno specchio che gira e permette di guardare in tutte le direzioni e di osservarsi completamente. Lo specchio serve a guardarsi, ma anche a riflettere la luce e illuminare, rischiarare della luce della verità.

Useremo la parola anima o psiche come a volte il luogo del pensiero, dell’animazione del corpo, ma anche il luogo da cui si può sentire, se si dirige lo specchio nel quale si osserva verso l’alto, la luce dello spirito. L’anima, la psiche può dunque essere considerata un luogo intermedio tra il corpo e lo spirito, che può rischiarare sia l’uno che l’altro, secondo il modo in cui si mette lo specchio.

L’anima è a due livelli: il primo si attacca al corpo, al pensiero e si esprime con la ragione, l’intelletto. E’ il livello della psiche, che riguarda il lavoro della psicologia occidentale, il secondo si attacca allo spirito il cui mezzo d’espressione è simbolico. La parola simbolo, che viene dal greco symballein, che significa riunire, è anche legato al prefisso greco sym, e contiene l’idea di essere con o insieme. Si tratta di ciò che riunisce il mondo dell’anima e il mondo dello spirito. E’ il livello della psiche, aperta verso lo spirito e il mondo non razionale che concerne il mondo della spiritualità. Questa confusione tra la religione e lo spirituale, tra l’anima e lo spirito, questo negare la parte della psiche aperta verso lo spirito sono responsabili della separazione tra la psicologia e la spiritualità.

Ma come ritrovare il legame tra la psiche e lo spirito? In cosa il lavoro di psicoterapia che, la maggior parte del tempo, porta a rafforzare il me e il cammino spirituale  che conduce all’esperienza del sé si incontrano?

Il lavoro psicoterapeutico, se non resta un lavoro di superficie, deve condurre la persona nelle profondità della sua anima per permetterle di aprire il dialogo con il suo inconscio. Questo lavoro permette di comprendere l’origine delle sofferenze provenienti dalla nostra storia, ma anche le sofferenze non risolte della nostra famiglia e del mondo perché noi non portiamo solo la nostra storia ma anche quella della nostra famiglia e del mondo in noi stessi. Spesso le comprensioni si fanno a livello intellettuale, ma perché avvenga un vero cambiamento interiore, bisogna integrarle a livello corporeo, la psiche al sistema energetico che anima tutto l’organismo. Così ogni trasformazione dello psichismo deve integrarsi al livello energetico che attraversa il corpo. La presa di coscienza di certi meccanismi dell’inconscio non può essere intellettuale, a prezzo di rinforzare l’ego e l’onnipotenza della persona. Ciò che rende l’uomo umile, ciò che lo apre di più alla coscienza, è il lasciar andare il mentale che conduce a integrare fisicamente una comprensione dell’inconscio, che permette di togliere certi blocchi emotivi e ristabilire la libera circolazione delle energie tra soma e psiche.

Il dialogo con l’inconscio si esprime con un linguaggio simbolico. Può essere fatto attraverso i sogni, con l’immaginazione attiva o sotto forma di sogni da svegli o di stati modificati di coscienza. Più ci si apre all’inconscio più ci risponde e più possiamo scendere profondamente nella comprensione della nostra storia ma anche delle nostre memorie psico-genealogiche della famiglia e del mondo.

Così una psicologia del profondo si radica nel confronto con le zone dell’inconscio grazie all’immaginazione attiva, la comprensione intellettuale di ciò che sorge, l’integrazione nel corpo, poi il lasciar andare di ogni potere razionale dell’intelletto per fare l’esperienza di una coscienza allargata e transpersonale. E’ dall’emergere del simbolo, considerando tutti gli aspetti di cui è portatore, l’ombra e la luce, che il soggetto può rendere conscio l’inconscio, ristabilire la libera circolazione delle energie tra il corpo e l’anima, poi entrare in contatto con la dimensione trascendente dei contenuti inconsci per fare l’esperienza della spiritualità e aprirsi al mondo dello Spirito.

La funzione simbolica junghiana corrisponde alla capacità del soggetto di accedere alla sua coscienza individuale, di sviluppare la sua attitudine a divenire se stesso, cioè a scoprire  la sua verità di persona restando legato al mondo con l’apertura di una coscienza collettiva, collegandosi  al mondo interiore ed esteriore. Lì lo psicologico si unisce allo spirituale e l’uomo in quanto corpo/anima/spirito fa esperienza della sua totalità.

Come la via psicoterapeutica, la via spirituale raggruppa un insieme di azioni e di pratiche che mirano a comprendere la sofferenza umana e ad andare verso la conoscenza di sé per aprirsi ad una conoscenza più ampia.

Contrariamente a certe terapie  che mirano a rafforzare il me, la via spirituale è essenzialmente centrata sulla comprensione che il me non è che un insieme di costruzioni sociali con cui l’individuo si identifica, che lo fanno soffrire e da cui deve disidentificarsi per accedere ad una realtà più alta.

Mi sembra che siano soprattutto le filosofie dell’oriente, con pratiche psicocorporee, a offrire i mezzi per superare i condizionamenti e comprendere i rapporti tra ciò che l’uomo chiama Dio, il mondo materiale e l’anima o la psiche. Queste filosofie non si fondano sul pensiero che per accedere al senso dell’esistenza e alla dimensione spirituale dell’essere. Il corpo deve essere sano e silenzioso e per questo propongono discipline fisiche di salute. Le discipline spirituali comprendono anche tecniche che agiscono sul mentale e sulle emozioni. E’ perché la coscienza umana è essenzialmente fisica e materiale che è importante cominciare il cammino spirituale con il corpo. La disciplina corporea, attraverso posture e un lavoro sul respiro, porta alla stabilizzazione del corpo e del mentale. Lavorando sul corpo la persona impara a dirigere e a controllare il respiro. La padronanza della respirazione permette un maggiore controllo del sistema nervoso autonomo e dell’attività mentale. Associate a queste pratiche fisiche, le discipline spirituali  raccomandano delle pratiche etiche, come lo sviluppo della non violenza, della verità, dell’onestà, del distacco, l’igiene fisica e psichica, lo sviluppo del pensiero positivo, della devozione, ecc. Con una pratica rigorosa e regolare, la persona comincia a interiorizzarsi e arriva a distaccare il mentale dagli stimoli esteriori e a controllare i suoi organi di senso.

Con questa interiorizzazione e il distacco dalle percezioni interiori, chi cammina nella via spirituale sviluppa facoltà di attenzione, di ascolto che lo condurranno verso uno stato dove l’essere è unificato.

Quando la persona arriva alla gestione e all’unificazione dell’essere, la dualità scompare e così anche l’ego e giunge alla più alta realizzazione del suo potenziale umano e alla coscienza spirituale. Durante il processo di sviluppo della coscienza umana, la persona passa per diverse tappe di modificazione e di apertura della coscienza nel corso delle quali scopre i condizionamenti, l’illusione di un mondo costruito in modo simbolico col linguaggio, penetra nelle zone nascoste e oscure dell’inconscio poi, nella rinuncia totale ad ogni forma di illusione e di attaccamento, fa l’esperienza del Reale che è l’accesso ad una visione del mondo diversa dalla realtà costruita e immaginaria, pur trovandosi quaggiù, in ogni momento della vita quotidiana.

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