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Anzitutto silenzio di Pascal Amoyel

6 Ottobre 2010

3ème Millénaire n. 88 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Mi ricorderò sempre del giorno in cui passeggiavo in un parco quando sentii una musica che mi sembrava venire  da un altro mondo. Erano anni che studiavo il pianoforte, però non la conoscevo. Era di una dolcezza quasi irreale, come  se toccasse in profondità e non sembrava essere ancora stata rivelata. Mi avvicinai poco a poco alla sorgente sonora e fui preso da una vertigine: stavo ascoltando un’opera a cui stavo lavorando da anni e non l’avevo riconosciuta! Non per una diversa interpretazione o per qualche altro motivo, ma perché in quell’istante preciso non mi aspettavo di ascoltare musica, a tal punto da perdere ogni riferimento. Una specie di vacillamento nella non conoscenza mi aveva fatto cadere in uno stato di ascolto totale. Era come se sentissi quella musica per la prima volta e non c’era nessuno schermo tra lei e me. Meglio, la nozione stessa di musica non esisteva più, c’era solo l’ascolto. E ancora…

Poco dopo il riconoscimento dell’opera, perdetti progressivamente quella sensazione deliziosa della scoperta.

Ma da quel giorno non lavorai più nello stesso modo.

Misi molto tempo prima di potermi spiegare cosa era accaduto: un’accoglienza, un’accoglienza senza riferimento, senza condizioni, senza concetti e non era tanto quello che avevo accolto, che era stato essenziale in quella esperienza, quanto l’accoglienza stessa.

Nell’ascolto non c’era nessuno che ascoltasse. E in quella apertura totale si produceva la pura comprensione di un’opera che studiavo ogni giorno, ma che in realtà non avevo ancora sentito…

La musica sembrava dunque essere stata al tempo stesso il vettore di un’apertura e l’apertura stessa. Questo mi fece pensare al momento in cui si apre una partitura per la prima volta. In quel momento non c’è analisi, ma solo la sorpresa. Allora l’orecchio ha piacere a udire i suoni, alla infinita libertà con la quale esso può crearli.

Poi, man mano che interviene il lavoro, si perde quel senso di freschezza e prendono il via le abitudini. La vigilanza dell’interprete deve allora rimanere intatta per percepire il velo che lo separa dalla musica.

A poco a poco presi coscienza della misura di quell’apertura di cui l’artista può farsi tramite e attraverso di essa trasmetterla agli altri in modo che ci si ritrovi uniti gli uni agli altri in lei. Più tardi, riconoscendo i segni di risveglio, riconobbi quel parallelo con le esperienze che potevo vivere attraverso la musica, e cominciai al tempo stesso  ad apprendere ogni giorno una sorta di fiducia nel semplice fatto d’essere.

Dire “fare una cosa sola con la musica” può sembrare un cliché, ma è esattamente l’espressione adatta.

Come pianista, è essere totalmente disponibile a ciò che accade nell’istante.

Infatti l’artista non è che puro canale.

L’interpretazione qui richiede tutto il suo significato, quello del ri-creare a partire dalla sorgente dell’ispirazione stessa  del compositore, essendo l’interprete il tramite che dimentica se stesso in quella sorgente viva. Ma dimenticarsi non è sinonimo di passività; portato dalla musica, è al tempo stesso  nel totale abbandono a ciò che sorge in lui dall’interno e molto attivo nell’esternare quello slancio di vita. In realtà, le due sfaccettature non sono che una sola e stessa cosa.

Come per il risveglio, è impossibile descriverlo a parole. Il compositore Felix Mendelsohn diceva che non è perché la musica è troppo indefinita che non si può spiegare, ma perché è troppo definita.

Infatti, quando suono, ho piuttosto l’impressione di essere suonato. Non mi oppongo a ciò che accade. E’ esattamente la stessa cosa quando compongo.

Il musicista allora si sente come il vettore, l’espressione più pura della Natura, e comprende che non può appropriarsi di quella ispirazione. Tuttavia, e può sembrare paradossale, le identificazioni e le paure fanno parte anch’esse di quella energia creatrice.

Quel senso di unità si ritrova anche con lo strumento.

Si potrebbe parlare di una sorta d’incarnazione, perché non c’è separazione tra la tecnica e la musica, come se la materia a monte fosse estratta  tante e tante volte, lavorata, poi lavorata di nuovo…

Alla fine, si rispetta la Natura. Tutto si fa secondo le regole e il rilassamento muscolare e l’unicità dell’energia sono le parole guida. In quei momenti sento che la musica stessa è solo un mezzo, una specie di ponte tra il silenzio e noi, silenzio da cui emerge. D’altronde nella storia si nota spesso  che alla fine della loro vita i compositori  scrivono una musica sempre più spoglia, usando meno note, più effetti, come per giungere all’essenziale.

Sfortunatamente, la società ha spesso tendenza a sacralizzare lo strumento…

Ed ecco ora ciò che può essere considerato un paradosso.

Ai giorni nostri si parla molto del rispetto dell’interprete per il compositore. Nell’atto del ri-creare, la sua responsabilità è grande di fronte a un manoscritto che gli è stato trasmesso talvolta da molti secoli, a cui  deve restare il più vicino possibile secondo le indicazioni. Sulla partitura si trova una moltitudine di segni: sfumature, punteggiature, fraseggio, ecc…. Ma il testo non è che uno scheletro, un po’come le parole di un poema.

Ciò che evocano in noi, quando il cuore sa ascoltare, è molto più profondo. Un rispetto quasi religioso molto spesso non è che conseguenza di paura, quando si considera come un fine e non come un mezzo per ritornare giustamente alla fonte dell’ispirazione del compositore.

Ci si trova allora davanti a un muro, eretto dalla volontà, che immediatamente ci mette al livello del paragone e delle referenze. L’orecchio non è più nuovo, il cuore non reagisce più.

L’energia creatrice non conosce nessun automatismo, essa rinasce ad ogni istante. Un po’ come quando si parla, il senso crea la parola, poi a sua volta la parola crea il senso. E’ così che la frase iniziale può andare molto più lontano di ciò che si pensava di dire all’inizio. Le varietà d’interpretazione diventano infinite e ogni volta differenti.

Per esempio, prima di produrre un suono, c’è un apprendere il carattere dell’opera, come se si cogliesse l’energia che nasce dal silenzio per “prendere il treno in corsa”. Qui è il senso che fa il suono.

Ogni lavoro che non è in relazione con quella energia (chiamiamola come vogliamo, Natura, Vita, Dio…) si allontana dall’essenza stessa della musica.

Si potrebbe dire che l’interprete, grazie alla sua stessa singolarità, tocca l’universale unendosi all’urgenza creatrice del compositore. Infatti la sua singolarità è l’universale, e sarebbe un’illusione credere che sia usando la propria individualità che l’interpretazione sarà toccante.

Interpretare, è dunque anzitutto restare innocente, senza affanno. Ma la vita del musicista offre molte occasioni di mancare un appuntamento con se stesso! Per esempio durante un’interpretazione, quando succede un trac, si produce una specie di rottura di quella energia, per cui l’attenzione non è più fissata sul momento presente, ma un po’ più avanti. E’ come se si guidasse un’auto e si avesse paura di ciò che sta succedendo un chilometro più in là, fissandosi sull’orizzonte invece di guardare la strada.

Comprendere le ragioni delle proprie paure (lo sguardo degli altri, l’importanza di un errore, la fatica accumulata…) è indispensabile. Metterle in luce permette di non attaccarvisi.

Nella vita del concertista, c’è anche un lato fortemente egotico nella capacità di trascendere la sua ansia, e suonare in sale a volte enormemente grandi. E’ come entrare  in un’arena dove ognuno vi fissa e dove il mentale giudica che lo si giudichi ( ciò che spesso è illusorio), e tutto questo condotto dalla società a pieno ritmo.

Oggi molti avvenimenti sono apprezzati per la performance ( anche se riconosco che si può provare un certo piacere, per esempio per il virtuosismo, se non è gratuito).

E’ così che si ritrovano certe persone pronte a idolatrare i compositori, o la stessa musica…

Allora  bisogna potersi rituffare nella sua essenza, in ciò che ha di atemporale.

Vegliare

Mi ricordo del fremito che sentii alla domanda di uno dei miei maestri, George Cziffra: “cos’è per te la musica?” che mi pareva  nel cuore stesso del mistero della vita, ma che consideravo allora filosofica.

A un semplice sguardo, ebbi l’impressione che volesse restare al livello  della celebrazione di quella  questione.

Il maestro in musica in fondo non ha nulla da insegnare.

La sola cosa che possa fare è di rendere l’allievo cosciente di tutto ciò che può venire dalla sua vera natura sia fisica che spirituale.

L’allievo crede che la sua natura sia differente da quella del suo vicino per il fatto che le loro interpretazioni sono differenti. Infatti la Natura non si vede probabilmente allo stesso modo in ogni momento, ed essa si mostra con infinite sfumature.

In quel senso la forma “variazioni” in musica (più della forma “sonata”) è forse quella dove la Natura sembra divertirsi di più, avere piacere a suonare delle forme, a provocare, a esplorarsi.

Il maestro dunque non ha niente da insegnare che l’allievo già non sappia (se no sarà obbligato tutta la vita a disimparare), ma a permettergli di rivelarsi a se stesso, ed è con una attenzione totale senza giudizio, fino a quello della propria evoluzione di allievo.

Per esempio, quando il maestro domanda di ascoltare e di vivere il silenzio precedente, seguente o che fa parte della musica, il silenzio esisteva ben prima di questa nuova presa di coscienza. In quel senso si potrebbe dire che lo spazio compreso tra due note è infinitamente più importante che le note stesse.

La maggioranza degli allievi hanno paura di se stessi  quando si riferiscono ad autorità: il compositore, il professore, la tecnica…. Si sentono obbligati ad agire sulla musica, invece di lasciarla entrare in loro.

Quando si vede questo, ciò che resta è accolto senza paura e senza intenzione di dominarlo. Essere maturi, significa accogliere il silenzio e riconoscere che esiste al di là di tutti i condizionamenti.

E’ forse l’arte d’insegnare e il maestro che veglia, che se non dovesse avere che un unico scopo sarebbe certo quello di diventare inutile, e allora ispira la via e la fiducia in Sé, come un soffio sulla brace.

La musica che ci sconvolge è quella che ci rivela chi siamo. L’Assoluto si manifesta in noi prendendoci tra le sue braccia e sussurrandoci all’orecchio. E se sappiamo ascoltare, gustiamo all’ improvviso la meraviglia di esistere e la Gioia nella nostra intimità.

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