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Attitudine transreligiosa e presenza del sacro

12 Settembre 2010

3ème Millénarie n. 43

Basarab Nicolescu è un fisico teorico del CNRS, presidente del Centro Internazionale di Ricerche e Studi Transdisciplinari.

Il problema del sacro, come presenza di qualche cosa di irriducibilmente reale nel mondo, è incontrovertibile per ogni approccio razionale della conoscenza. Si può negare o affermare la presenza del sacro nel mondo e in noi stessi, ma si è sempre obbligati a riferirsi al sacro, in vista di elaborare un discorso coerente sulla Realtà.

Il sacro è ciò che unisce.

Il suo senso risale all’origine etimologica della parola “religione” (religare), ma non è di per sé l’attributo di una o di un’altra religione: “Il sacro non implica la credenza in Dio o in dei o in spiriti. “E’… l’esperienza di una realtà e la sorgente della coscienza di esistere nel mondo” scrive Mircea Elide. Essendo il sacro anzitutto una esperienza, si traduce con un sentimento (il sentimento religioso) di ciò che unisce gli esseri e le cose e, di conseguenza, induce nella profondità dell’essere umano il rispetto assoluto delle alterità, unite dalla vita comune su una sola e stessa terra.

L’abolizione del sacro ha condotto all’abominio di Aushwitz e ai venticinque milioni di morti del sistema stalinista. Il rispetto assoluto delle alterità è stato rimpiazzato dalla pseudosacralizzazione di una “razza” o da un “uomo nuovo” incarnato da direttori eretti al rango di divinità; l’origine del totalitarismo si trova nell’abolizione del sacro. Il sacro, in quanto esperienza di un reale irriducibile, è effettivamente l’elemento essenziale nella struttura della coscienza e non un semplice stadio nella storia della coscienza.

Quando questo elemento è violato, sfigurato, mutilato, la teoria diventa criminale. In questo contesto, l’etimologia della parola “sacro” è altamente istruttiva. Questa parola viene dal latino “sacer” che vuol dire “ciò che non può essere toccato senza sporcare” ma anche “ciò che non può essere toccato senza essere sporcato”. “Sacer” designava il colpevole destinato agli dei degli inferi. Nello stesso tempo, per la sua radice indo-europea “sak”, il sacro è legato al “sancuts”. Questa doppia faccia sacra-maledetta è la doppia faccia della stesa Storia, con i suoi balbettamenti, le sue contorsioni, le sue contraddizioni che a volte danno l’impressione che la Storia sia un racconto di pazzi.

“Il nostro secolo, con la psicoanalisi, ha riscoperto i demoni nell’uomo; la prova che ci aspetta è ora di riscoprire gli dei” diceva Andrè Malreaux nel 1955. E’ paradossale e significativo che l’epoca più desacralizzata della Storia abbia fatto sorgere una delle riflessioni più profonde sulla questione del sacro. Il problema irriducibile del sacro attraversa l’opera di pensatori e creatori molto differenti del XX secolo, artisti e poeti ma anche scienziati ispirati, maestri di vita e maestri di pensiero. Il modello transdisciplinare della Realtà getta una nuova luce sul senso del sacro. Una zona di assoluta resistenza lega il Soggetto e l’Oggetto, i livelli di Realtà e i livelli di percezione. Il “movimento” in ciò che ha di più generale, è la traversata simultanea dei livelli di Realtà e del livello di percezione. Questo movimento coerente è associato simultaneamente a due sensi, due direzioni: un senso ascendente (corrispondente a una salita attraverso i livelli di Realtà e di percezione) e un senso discendente (corrispondente a una discesa attraverso i livelli). La zona di resistenza assoluta appare come la “sorgente di questo doppio movimento simultaneo e non di livelli di Realtà e di percezione: una resistenza assoluta appare come la “sorgente” di questo doppio movimento simultaneo e non contraddittorio, della salita e discesa attraverso i livelli di realtà e di percezione: una resistenza assoluta e evidentemente incompatibile con l’attribuzione di una sola direzione (di salita o di discesa) precisamente perché essa è “assoluta”.

Questa zona è un “aldilà” in rapporto ai livelli di Realtà e di percezione, ma un aldilà unito ad essi. La zona di resistenza assoluta è lo spazio della coesistenza della trans-ascendenza e della trans-discendenza. Come trascendere è legato alla nozione filosofica di trascendenza (trans = al di là, ascendere = salire); come trans-discendente è connesso alla nozione di immanenza. La zona di resistenza assoluta è di volta in volta trascendenza immanente e immanenza trascendente. L’espressione trascendenza immanente mette l’accento sulla trascendenza, mentre immanenza trascendente mette l’accento sulla immanenza. Perciò non sono adeguate a designare la zona di resistenza assoluta, che appare come il reale irriducibile, non potendosi ridurre né alla trascendenza-immanente né alla immanenza-trascendenza. Converrebbe, per designare questa zona di resistenza assoluta, la parola “sacro” in quanto concilia la trascendenza immanente e l’immanenza trascendente. Il sacro permette l’incontro tra il movimento ascendente e quello discendente dell’informazione e della coscienza attraverso i livelli di realtà e di percezione.

Questo incontro è la condizione ineludibile della nostra libertà e della nostra responsabilità. In questo senso, il sacro appare come la sorgente ultima dei nostri “valori”. E’ lo spazio di unità tra il tempo e il non-tempo, il causale e l’a-causale.

C’è unità aperta delle domande nella molteplicità delle risposte, perché il “sacro” è la domanda.

Le diverse religioni, così come le correnti agnostiche e atee, in un modo o nell’altro si definiscono in rapporto alla questione del sacro. Il sacro, in quanto esperienza, è la sorgente di un atteggiamento trans-religioso. La trans-disciplinarietà non è né religiosa né areligiosa: è transreligione. E’ l’atteggiamento transreligioso, derivato da una trans-disciplinarietà vissuta, che ci permette d’imparare a conoscere e apprezzare la specificità delle tradizioni religiose e areligiose che ci sono estranee, per meglio percepire le strutture comuni che le fondano e arrivare così a una visione transreligiosa del mondo.

L’atteggiamento transreligioso non è in contraddizione con nessuna tradizione religiosa e nessuna corrente agnostica o atea, nella misura in cui queste tradizioni e queste correnti riconoscono la presenza del sacro. Questa presenza è infatti la nostra trans-presenza nel mondo. Se fosse generalizzato, l’atteggiamento transreligioso renderebbe impossibile ogni guerra i religione.

La fine punta del trasculturale arriva al transreligioso. Per una curiosa coincidenza storica, la scoperta della “Venere di Lespugne” avvenne nel 1922, due anni solo dopo lo scandalo della “Principessa x” di Brancusi, scultore espulso dal salone degli Indipendenti a Parigi, per oscenità. I critici d’arte scoprirono stupefatti la somiglianza incredibile tra una scultura paleolitica e quella del più innovatore dei creatori dell’epoca, che fu poi riconosciuto come il fondatore della scultura moderna.

Venere Lespugne – Venere di Brancusi

Brancusi come l’autore anonimo della Venere di Lespugne cercavano di rendere visibile l’essenza invisibile del movimento. Tentarono, attraverso la loro propria cultura, di rispondere alla questione del sacro, di rendere visibile l’invisibile. Nonostante i millenni, le forme uscite dal loro essere interno hanno una somiglianza stupefacente. L’atteggiamento transreligioso non è una semplice proiezione utopistica: è inscritta nelle profondità del nostro essere.

Attraverso il transculturale, che sfocia nel transreligioso, la guerra delle culture, minaccia sempre più presente nella nostra epoca, non avrebbe più alcuna ragione d’esistere. La guerra delle civilizzazioni non avrebbe luogo se l’atteggiamento transculturale e transreligioso trovassero il loro giusto posto nella modernità.

– Traduzione di Luciana Scalabrini