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Connettersi a se stessi di Marianne Dubois

27 Novembre 2010

Da 3emillenaire  n° 97

Connettersi a se stessi

3emillenaire:  Viviamo abitualmente nello stato di coscienza di veglia dove l’ego domina. In questo stato, le relazioni umane sono conflittuali e la nostra percezione dell’ambiente è molto attenuata o inesistente. Quando ci rendiamo conto di questa situazione, può risvegliarsi in noi un’aspirazione a connetterci col tutto.

M. D.: la cosa più importante è connettersi a se stessi. Connettendoci veramente a noi stessi, ci leghiamo al Tutto e oltrepassiamo le frontiere dell’ego.

D. : all’inizio della vostra nuova vita interiore, quando avete scoperto quello stato di presenza, avete provato ancora dei momenti di dubbio?

M.D. : posso dirvi dopo ventidue anni, la coscienza di “quello” non mi ha mai lasciato. Però possono essere vissuti nello stesso tempo, almeno per me, differenti livelli. Si tratta di restare costantemente presente a se stesso perché l’ego sia osservato. In questo modo esso non può ingannarci, né prendere il potere, né farci prigionieri.

D.:   ma ci sono dei momenti in cui ci troviamo nella negatività…

M.D. : la sola cosa da non perdere di vista è la “presenza”, ma a volte ci cattura l’oblio. Se resto con questo centro, questo punto che è la scelta dell’anima e la via più importante della mia vita, sono invasa da un’onda di gioia.

Basta dunque ricordarsi, e la gioia è lì che sgorga immediatamente come una grande fiamma ribollente.

D. : ciò che ci ha molto toccato è quando voi dite che bisogna amare il mostro che è in noi.
Questo sembra assolutamente giusto.

M.D. : è proprio amando il mostro che si fa l’unità con se stessi e che si ritrova la presenza,  essendo in accordo con tutto ciò che è, che sia negativo o positivo…

D. : è l’accettazione….

M.D. : è più di questo, è l’accogliere ciò che è veramente senza mentirsi.

D. : noi abbiamo a volte l’impressione di avere trovato la chiave del risveglio, ma nel lavoro su di sé succede che non si trova più la porta o non si riesce a girare la chiave nella serratura.

Così, l’altra volta ho scoperto una chiave. Ho scoperto che io da sola ero una compagnia di teatro. Ho visto tra i componenti della compagnia : la gelosa, la possessiva, l’ansiosa, la maldicente, la paurosa…Ho visto anche che certi personaggi compativano gli altri.
E quando ho scoperto questo, ho avuto uno scoppio di risa interiore. Così per qualche giorno ho lavorato con questa chiave. Quando un personaggio arrivava, provavo a riconoscerlo e mi sono resa conto che c’era libertà di osservazione. Ma questo percorso non è durato che un po’ di tempo e mi sono ritrovata di nuovo presa nei meandri della negatività. E non avevo nemmeno quella piccola chiave che mi permetteva di aprire il mio teatro.

M.D. : quando voi guardate veramente senza giudicare le cose negative come uno stato di fatto che si contempla con amore, non è più un problema e attuate l’unità. Con ogni piccola cosa che vi disturba, voi fate l’unità. E finalmente vi sentirete perfettamente libera perché si rigettano certi aspetti di se stessi che ci dividono. Quando si presenta il giudizio, c’è la divisione. Io non amo questo in me, quindi lo allontano, ma il problema è sempre lì, è una parte di se stessi. E quando potete reintegrare questa parte di voi stessi,  ritrovate l’unità interiore. Sviluppando la visione interiore, la coscienza mostra come rifiutiamo certe cose e come ne accogliamo altre. Quando noi accogliamo tutto, sullo stesso piano, senza giudicare, siamo allora nell’unità. Non so se questo vi dice qualcosa.

D. : si, ma nei momenti di negatività ho molta difficoltà a ritrovare questa unità.

M.D. : amate quello che vi disturba! In questo approccio propongo un piccolo lavoro. E’ un lavoro molto semplice che si può esercitare con la paura, la negatività, con tutto ciò che ci disturba. Non abbiamo tutti la capacità di praticarla da soli e per questo possiamo praticarla insieme. Avete una cosa che vi disturba particolarmente?

Interlocutrice : si, la gelosia e la possessività.

M.D. : allora prendiamo una frase di partenza. La frase giusta deve esattamente corrispondere al problema : mi sento gelosa e possessiva. Mettete questa frase all’esterno e la guardate da più lontano. Voi andrete ora a dirmi tutte le conseguenze che questa frase implica nella vostra vita. Vedete chiaramente quali ne sono le conseguenze. Questo vi rende infelice?

Interlocutrice : si sicuramente!

M.D. : questo vi mette nel giudizio? Dico questo a titolo di esempio.

Interlocutrice : questo mi allontana dal mio centro e mi taglia dagli esseri che mi sono cari e io non accetto questa situazione.

M.D. : si , sono nella divisione in rapporto a questo. Riflettendoci bene, vedete qualche altra cosa?
Questo vi mette in una specie di avidità ? Guardate bene come funziona…questo vi porta a cosa?…

Interlocutrice : quando visualizzo la frase all’esterno di me, constato che la situazione non ha tanto impatto su di me, perde la sua intensità.

M.D. : la frase perde dunque il suo veleno, se si può dire….

Interlocutrice : esattamente, ma la frontiera è sottile perché ho tendenza a riportare questo all’interno. E’ vero che è meglio metterla all’esterno…

M.D. : è necessaria la neutralità. Guardiamo senza giudizio, constatando, ecco è questo, né bene né male, è questo! Con quello sguardo neutro, vedete molte più cose, mentre nel giudizio la realtà vi sfugge. Se voi dite “ mi sento gelosa e possessiva”, la gelosia e la possessività sono diminuite?

Interlocutrice : con quello sguardo esteriore effettivamente è molto meno forte. E’ anche una costruzione di immagini…..

M.D. : si, il mentale è attivo. “Io non dovrei” viene soprattutto dal giudizio.

Interlocutrice : attraverso quel giudizio che viene in me, immagino che gli altri mi giudichino.

M.D. : questo vi rende dunque dipendente dallo sguardo degli altri, è una delle conseguenze…C’è qualche cosa ancora? Forse la situazione vi impedisce di comunicare? Forse vi chiude in voi stessa?

Interlocutrice : quando resta all’esterno, c’è una certa libertà riguardo a questo e non mi sento toccata.

M.D. : non siete identificata.

Interlocutrice : ma quando la metto dentro, non c’è più comunicazione con gli altri e con me stessa.

M.D. : ci si taglia dalle proprie radici, dall’essenziale…questo vi divide da ciò che è importante.
Quando vedete le cose a distanza, le vedete molto meglio perché non le giudicate…..e già esse si riducono…

Se ora pensate che avete visto tutte le conseguenze di quella frase di partenza, raccogliete tutto insieme: questa frase e tutte le sue conseguenze. E ora potete anima, corpo, mente, dire a ciò : “Io ti amo, tu sei una parte di me, ti riprendo nel mio cuore a un altro piano di coscienza, là dove tu puoi dissolverti”.
C’è dunque in quel movimento verso l’esterno e c’è ora il movimento di ritorno verso l’interno, ma ad un altro piano, sul piano della luce, là dove la sofferenza può annientarsi.

Interlocutrice : sento molta tranquillità…

M.D. :  se ci arrivate è molto semplice: tutta la parte alta del corpo si distende e si sente liberata da un grosso peso. Potete praticare questo con tutte le paure, anche con la paura della morte. Si tratta semplicemente di realizzare l’unità con ciò che è,di accogliere anche ciò che non piace.

Interlocutrice: ho anche sentito l’amore che circolava tra di noi nella stanza.

M.D. : si perché alla fine è l’amore che scioglie tutto ciò che consideriamo come dei difetti. Tuttavia se quella liberazione non si sente nel corpo è che le conseguenze non sono state viste abbastanza chiaramente o alcune tra loro sono state dimenticate.

Questa conoscenza di sé richiede molto rigore nell’osservazione. Si tratta di guardarsi veramente e questo non è sempre gradevole, soprattutto se siamo ancora nel giudizio. Quando non c’è giudizio la visione si rischiara.

(a cura

di L. Scalabrini )