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Decostruzione della psicologia di Steven Harrison

26 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 84 – Traduzione della dr.ssa Luciana  Scalabrini

D:  Sono stato nervoso tutta la vita, ma ho sempre cercato di utilizzare questo in modo positivo. Una mente nervosa impedisce un risveglio esistenziale?

S.H. Ogni personalità è nervosa. La sua natura è di essere ossessionata dalla sua sopravvivenza, che non è negativo quando si cerca di attraversare una strada trafficata.

La nostra ricerca non è solo sulla natura della mente, ma anche sul non-mentale che  l’accompagna.

Questi elementi, che sono apparentemente due, il nervosismo e la tranquillità, sono in realtà uno. La mente nervosa è risveglio esistenziale. Questo diventa evidente quando l’idea che non è il caso (quella che ci è stata trasmessa) si dilegua da sola semplicemente. La realtà nuda, qualunque sia la sua qualità è tutto quello che c’è.

D: Sono psicologo e mi sento un po’ come un ingannatore. Vedo che i problemi che le persone mi portano  generalmente vanno nel senso di fare degli sforzi per trovare una soluzione e proseguire il viaggio del sé separato. Come posso assistere le persone senza contribuire a perpetuare le loro illusioni?

S.H.  Le strutture a partire da cui formiamo le nostre idee e eseguiamo le nostre azioni sono fraudolente. L’interesse alla sopravvivenza è un motore. Quello che non sembra evidente è la nostra coscienza di  essere frodatori e di non fare niente a questo riguardo. Ed anche il fatto, certamente, che dovremmo fare qualcosa.

Non fare niente, pur sentendo che dovremmo fare qualcosa, sembra il risultato del nostro grande acume mentale, ma proprio questo è il problema. E’ la tensione senza la quale cerchiamo di essere interi.

Ma non è con le azioni che scopriremo la totalità, ma al contrario  è la totalità che si esprime in modo adeguato tutto il tempo.

Come potrebbe essere diversamente? La nostra debole speranza di essere più smaliziati oscura tutto questo.

D: Potete dirmi il vostro punto di vista sul modo in cui potrei restare nella mia professione? Sono stato formato ad alleviare il dolore. Amo il mio lavoro, ma vorrei che il tempo passato con le persone fosse un’esperienza liberatoria, nel senso essenziale del termine. Come posso essere d’accordo in tutto con la spiritualità e nello stesso tempo essere psicologo?

S.H.  Perché non trasformare la vostra domanda in risposta e portarla nel vostro lavoro con trasparenza, offrendo a quelli che lavorano con voi l’assistenza e un modo di dare una soluzione ai problemi che sia più profonda? Perché non far sì che l’attività del vostro aiuto, che è la risposta classica alla sofferenza, si integri con l’esplorazione del conflitto, nello stesso tempo in voi e nel paziente? Niente è sbagliato quando si tratta di alleviare la sofferenza, ma spesso è fatto senza tener conto del ciclo sollievo-accumulazione-sollievo, o senza mirare verso ciò che emana più fondamentalmente dell’essere.

D. Voi dite che il me è la base della nostra psicologia, però questo pensiero non è esaminato.

Ma non abbiamo realmente cercato di investigare questo pensiero con strutture come le terapie e la religione?

S.H.   No. Abbiamo presunto che il me sia presente. E’ la supposizione di base da cui è uscita la psichiatria, cioè che c’è un me centrale che ha bisogno di essere curato, aiutato, o consolidato.

Chi controlla se questo me esiste davvero o no? Il processo psichiatrico è teorico, è un percorso intellettuale. Non è esperenziale.

La cosa interessante riguardo la meditazione orientale è che orienta direttamente verso un contatto esperenziale con le qualità del me, o del pensiero come esse appare. C’è un me? Se si che cosa è? Scopriamo cos’è prima di cominciare a curarlo, a renderlo felice o a somministrare droghe perché si senta meglio.

D: Allora la terapia con la quale ci siamo famigliarizzati non riguarda che i sintomi, piuttosto che l’origine o la radice della sofferenza psicologica?

S.H.  La maggior parte delle terapie di cui siamo famigliari considerano ciò che possono fatturare alle compagnie d’assicurazione.

E’ quello che considerano prima di tutto. Questo rientra nella lista delle malattie rimborsabili, che permetterebbe al capufficio di mandare una fattura e di essere pagato? La seconda considerazione è sapere come il terapeuta può fare una consultazione di quindici minuti senza trovare debole il mentale della persona che gli sta di fronte.

Ci sono tanti terapeuti che sopportano difficilmente di vedere una persona più del bisogno.

E’ il problema delle terapie. Questo non va bene. Il terapeuta tratta il paziente come se avesse una malattia. Trovate la malattia. Dimostrate la sua presenza. Dov’è? Ci sono semplicemente comportamenti che rientrano nel quadro  del pensiero del terapeuta e altri no. E se è una alterazione fisiologica, a cosa serve la terapia?

D. Allora voi dite che le terapie vanno nel senso delle illusioni del pensiero?

S.H.   Non è che le terapie vanno nel loro senso; esse  “sono” le illusioni. Se avete l’idea del “ me”, allora il “me” è separato e deve trovarsi nella sofferenza o nella difficoltà. Poi deve trovare il suo cammino per sentirsi meglio. Per quello andate da un terapeuta, andate da un prete, adottate una religione o una filosofia. Se siete separati, siete nella sofferenza.

D. E le terapie non riguardano quell’aspetto fondamentale del “me”?

S.H.   Le terapie riguardano le manifestazioni e, una volta che siete in quel mondo, vi trovate in un mondo che non ha fine. Andate da un terapeuta e dite: “sto male”. Se il terapeuta risponde: “State male perché siete nella separazione e siete nella separazione perché ogni cosa della vostra vita è costruita  su una base falsa”, dovete decostruire la vostra vita. Dovete passare attraverso una completa ristrutturazione.

Le persone non vanno dal terapeuta per quello. Ci vanno per una riparazione, per poter conservare la loro vita.

Se il terapeuta ha onestà, è al di fuori del business, deve esaminare la propria vita. Quanti sono interessati a questo?

E’ una domanda profonda che ogni psicologo deve affrontare: “permetto alla coscienza  di circolare liberamente nella mia vita?” Non è nel paziente: è in me. E quando questo circola liberamente in me, allora questo passa nella relazione con colui che si chiama il paziente. Ora, è insieme che esploriamo. Eccoci di nuovo nel dialogo. E quando dialogo col paziente, non posso stare fuori dalla “pazzia”. Devo entrarci. E se ci entro, allora sono in una situazione differente da quella, distante e senza dialogo, dello psicologo. Non è senza pericolo, ma la situazione è diventata trasformatrice.

D: Anche se è vero che molte terapie e metodi psicologici hanno problemi, ce ne sono molti che non ne hanno. La tendenza per molti è accettare la definizione che il paziente ha del problema piuttosto che fare una diagnosi nelle regole del quadro medico. I problemi si trovano nei comportamenti giudicati indesiderabili piuttosto che sotto forma di manifestazioni patologiche. Se nessuno si lamenta del problema, non c’è problema. Cosa ne pensate?

S.H.   Sembra che la psicologia, come campo di conoscenza, integri le correnti che smontino il contenuto sociale del modello della “malattia”. La mia preoccupazione di fronte alla psicologia è legata alla tendenza a vedere  della patologia nelle sfide della vita e, nello stesso tempo, a psicologizzare il disequilibrio psicologico.

Vorrei che la psicologia si interessasse a domande come: cos’è la coscienza? La malattia mentale esiste al di fuori di ciò che può essere anormale a livello del cervello? Dove si trova la malattia? I problemi psicologici sono individuali o rivelano definizioni collettive e sociali? Se un comportamento è indesiderabile, perché non renderlo illegale piuttosto che definirlo malattia? Il cambiamento avviene in un processo o è senza causa? E’ per grazia? Il campo della psicologia sta subendo grandi trasformazioni, come è giusto. In questo cambiamento, certi individui brillanti vanno al cuore del problema.

D. Mi sembra che tutti i comportamenti si integrino e non possano essere separati dal contesto sociale nel quale si trova il campo della psicologia. Le persone devono assoggettarsi  a norme e valori che sono attorno a loro. Non è solo che la psicologia definisca un problema come un problema, ma un individuo può essere in conflitto con se stesso e con gli altri. Il lavoro dello psicologo è aiutarlo a risolvere il suo dilemma. I miei pazienti non sono, in generale, interessati al risveglio o alla comprensione del loro sé separato. Non devono essere aiutati a risolvere la loro depressione, a eliminare l’ansia o a cambiare le loro abitudini nocive?

S.H.   Riconosciamo di far parte delle costruzioni sociali che ci consentono di funzionare nella vita, ma ne siamo anche co-creatori. Le costruzioni sono l’espressione della separazione e spesso costituiscono la peggiore caratteristica umana. Ciascuno di noi ha un ruolo in quelle costruzioni. Se giochiamo il nostro ruolo, sappiamo che viviamo solo in modo relativo.

Nella psicologia, forse sappiamo che le costruzioni “problema/soluzione”, o malattia mentale/guarigione, o ogni altra cosa che sia nel corso dei nostri giorni, sono delle accettazioni di ricoprire un ruolo. Secondo questo schema, desideriamo aiutare, secondo l’aspetto razionale della nostra educazione. La persona che è nel ruolo del paziente ha l’idea di essere ammalata, che ha un problema, o che ha bisogno d’aiuto. Come psicologi, siamo in mezzo a tutto questo. Non possiamo dire se il fatto di aiutare crei un problema, o se l’aiuto non è che una risposta relativa a un vero problema.

Cosa succede se proviamo a non costruire  né a decostruire, ma semplicemente a vedere la situazione come è? E se rendiamo trasparenti le caratteristiche della situazione a quelli che portano la costruzione, cioè ai pazienti? Il contatto con ciascuno di loro e con tutte le costruzioni sociali diventa una mutua esplorazione, qualsiasi sia il contesto: dottore-paziente, marito-moglie- figli, ecc.

La sfida di quella indagine è che ci fa uscire dalla sicurezza del conosciuto, del mondo che accettiamo di sostenere, per andare verso lo sconosciuto. Dal punto di vista del mentale, che ama sempre la sicurezza anche quando è falsa, questo può sembrare una delle cose peggiori.

Se il paziente “psicologico” che viene da voi non ha interesse a questa indagine, allora siete lasciato con la vostra propria indagine, che rivela le vostre costruzioni sul paziente e il vostro dilemma esistenziale che è la piena espressione di ciò che è la vostra vita in questa situazione. Alla fine,  l’esplorazione di sé e la resistenza che ci si mette sono la stessa cosa della mutua esplorazione e del modo a cui si resiste.

D. Criticate il modo in cui lavora la psicologia occidentale nel senso che rafforza le norme

culturali, che definisce sane.

S.H.   La psicologia è inserita nella cultura. Esiste per ricondurre le persone nel comune flusso di funzionamento in modo che siano produttive per la società. La psicologia non riconosce la validità di ciò che non è produttivo.

Nella cultura dell’India, si riconosce che una parte della popolazione non sarà mai produttiva, e non è un problema. Ci sono dei sadhu impegnati in una serie di attività non produttive. Molti di loro sono molto luminosi. Certi sono nudi, altri sono come mascherati. Loro fanno semplicemente quello che fanno e non sono giudicati; non gli si manca di rispetto.

In effetti, sono venerati.

Noi abbiamo lo stesso tipo di persone nella nostra cultura, o i senza fissa dimora sulla strada o nelle comunità. Non solo non sono venerati, ma sono visti come pesi per la società.

I n un certo modo la psicologia è stata  costretta da un punto di vista che non riconosce la possibilità di una crisi spirituale. Come la coscienza evolve a partire da un mentale che si aggrappa a tutta una serie di concetti verso il riconoscimento che i concetti non sono che relativi, l’individuo  si ritrova a subire una crisi importante. In un tale momento, tutte le cose sulle quali abbiamo costruito la nostra vita sono abbattute. Ma la psicologia moderna, in generale, non riconosce quelle crisi come una possibilità  di movimento positivo della coscienza.

D. No, è immediatamente definito patologico.

S.H. La nostra società tutta intera cerca disperatamente di contenere la sua angoscia collettiva. Droghiamo i nostri studenti con il Ritalin perché si comportino bene a scuola, droghiamo i lavoratori col Prozac perché non si deprimano andando al lavoro. E droghiamo noi stessi con la televisione o con internet per non trovarci faccia a faccia con la stanchezza che abbiamo delle nostre vite. La nostra cultura cerca di costringere qualcosa che non può essere contenuto, che è il movimento della coscienza. Per gli psicologi, la risposta più appropriata sarebbe forse di diventare come gli sciamani, cioè di facilitare questa trasformazione.

D. Le persone che vengono da me  sono nella sofferenza e nella lotta. Ho provato a dir loro che non hanno bisogno di fare nulla con le loro emozioni e i loro pensieri. Descrivo la natura del pensiero. Per molti l’idea di non fare niente dà molta confusione, mentre altri sembrano ottenere buoni risultati con questo. Avete un commento?

S.H.  Il primo punto è ciò che il cliente vuole, cioè che contratto c’è tra voi due, e se potete onorarlo. Se il cliente vuole stare meglio, ed è tutto, allora in certi casi ricorrere a tecniche o medicinali può essere nell’ordine delle cose. Se il cliente vuole “comprendere”, ci sono risorse che potete rendere disponibili perché l’individuo possa avere delle prospettive. Se il cliente vuole “un cambiamento fondamentale”, allora la risposta è differente.

Non fare niente concerne il cambiamento fondamentale, e forse un po’ la ricerca di comprensione. Ciò non concerne necessariamente lo stare meglio o mantenere l’ordine della propria vita personale. Per voi la questione è vedere ciò che potete o non potete fare per quell’individuo. Non sono terapeuta, ma raramente posso rispondere a qualcuno esterno con un consiglio pratico, concreto, per esempio cambiare lavoro, fare esercizi, alimentarsi meno o è con una prospettiva mistica, di trasformazione che è essenzialmente non fare niente, e riconoscere che ciò che è visto come personale è solo un concetto.

C’è naturalmente un grande spazio intermedio nel quale un individuo si dibatte in questioni psicologiche chiaramente concettuali, che appaiono come reali.

Non ho ancora constatato di poter essere utile a qualcuno che si trova in questo stato, se non suggerendogli di trovare qualcun altro con cui parlare. Per me, in quello spazio intermedio, possiamo solo modificare, combinare cose che vanno per un certo periodo, dare dell’aspirina piuttosto che andare alla causa del mal di testa. Tuttavia, per uno psicologo abile, può esserci una risposta a una tale situazione  che sembra essere una crisi acuta, pur riconoscendo che il lavoro di trasformazione è ancora lì quando il mal di testa (metaforico) è scomparso.

La questione è questa: interferire con la crisi e così interferire con la guarigione, oppure, per ciò che ci interessa, interferire con qualsiasi cosa, è utile?

D: Forse una situazione intermedia può essere questa: persone soggette a pensieri ossessivi possono lottare e resistere. La loro soluzione a quei pensieri che ritengono inaccettabili è di opporvisi. Portandoli a non fare niente riguardo ai pensieri, o forse facendo pensare consciamente, quei pensieri si indeboliscono perché non c’è più resistenza. In più, sembra che molti sintomi si formino come risposta a pensieri, a sentimenti o a impulsi che le persone trovano inaccettabili. Il sé psicologico crea, o è, un’idea di chi noi siamo.

Tutto ciò che non collima con la nostra concezione di noi stessi, la nostra descrizione  di come supponiamo di essere, crea un conflitto.

La differenza tra la descrizione e la realtà si risolve con un rifiuto, un diniego, ecc. Mi sembra che, se aiutiamo le persone a non fare niente coi loro pensieri e i loro sentimenti, se permettiamo loro di essere quello che sono, e apriamo loro la possibilità di sperimentare la realtà nuda della loro vita senza interpretazione, la maggior parte di quelli che chiamiamo problemi psicologici dovrebbero chiarirsi.

Comprendere che la vita  è cambiamento, che i nostri tentativi  di aggrapparci  a nozioni di ciò che dovrebbe essere o che la ripetizione di ricordi passati non può funzionare, sarebbe utile alla gente. Le persone tendono a vedere i loro problemi come unici. Se c’è un movimento verso il fatto di vedere che sono problemi umani, diminuisce la sensazione di isolamento. Ciò che prima era la causa dell’isolamento, ci lega a tutti. Considerate queste prospettive una situazione intermedia utile?

S.H.   Un punto interessante è questo: supponiamo che io non faccia niente e mi viene un pensiero violento e terribile accompagnato da sentimenti forti e un impulso ad agire. Certo, se non faccio niente, quelle tendenze sono lasciate senza l’energia sufficiente a manifestarsi e restano pensieri, senza sostanza. Ma la sensazione di essere sommerso da quegli impulsi, o l’incapacità di agire con gentilezza o compassione, è generalmente il risultato, con in più la sensazione di tristezza e di essere diviso.

Forse lo spazio intermedio ha più a che vedere  con la descrizione dei parametri sociali, orientando l’individuo verso una relazione più spaziosa con i propri pensieri: non agite  sui vostri pensieri di violenza, perché questo vi porterà a farvi arrestare; controllatevi.

E poi, di quali pensieri di violenza si tratta?

Che cosa è un pensiero?

Cos’è che vi spinge ad agire su di lui?

Che relazione c’è tra un pensiero ed un’azione?

Riconoscere la natura impersonale delle forme pensiero è essenziale. La questione fondamentale non sono i pensieri o l’apparente compulsione ad agire, ma piuttosto il narcisismo che costruisce la totalità del quadro in quanto “me”.

Quella contrazione trascura il fatto che la trasformazione non è quella della mia coscienza, ma quella di tutta la coscienza, perché non c’è altra questione che quella del movimento paura/contrazione nello spazio coscienza/espansione.

La sfida è introdurre questo in modo da permettere il cambiamento di prospettiva che va dal pensiero/me alla coscienza/noi. E’ una sintesi molto critica che si deve attuare perché la terapia diventi veramente utile.

D. Sembra che suggeriate utile distinguere tra pensiero/sentimento e comportamento. Non abbiamo bisogno di fare nulla riguardo al pensiero/sentimento. Nasce spontaneamente e scompare nello spazio vuoto della coscienza. Non c’è bisogno di nessun controllo. D’altra parte, i comportamenti hanno conseguenze per noi stessi e per gli altri. Essere in collera non è un problema, picchiare qualcuno può esserlo. In più un sentimento può semplicemente essere partecipe di un pensiero condizionato disfunzionante che appare  e per il quale non abbiamo necessità di agire. Ma un sentimento può anche mettere in evidenza qualcosa in questo mondo in cui dobbiamo fare, al quale dobbiamo rispondere. L’inverno arriva, le mie fragilità sono antiche. Arriva un pensiero sul pericolo potenziale. Non c’è niente da fare per i sentimenti. Però forse si può fare qualcosa per queste fatiche. Potete aggiungere qualcosa riguardo alla costruzione del me? Con questi termini volete dire che è la nostra idea di un sé, o di una immagine di sé, un concetto? Oppure è il processo dell’identificazione al pensiero/sentimento in quanto me? Siamo pura coscienza che osserva tutto lo spettacolo, o è la coscienza che è la coscienza di noi?

S.H.   La qualità di coscienza e di pensiero/sentimento sono aspetti della totalità, come le due facce di una medaglia.

Il pensiero, pensandoci, fa una differenziazione sostanziale. La coscienza, con la sua attenzione a quei due aspetti, li unisce in un insieme (è la sua natura) e fa una non differenziazione in una realtà unificata. Il senso del me viene dall’aspetto pensante, che ha sempre bisogno di un soggetto per oggettivare il mondo.

Generalmente crediamo di essere quello. Ci teniamo ben afferrati alla formazione dei nostri pensieri.

Ciò che siamo infatti non è né quel pensiero-me, né pura coscienza (qualunque cosa sia), ma piuttosto la riduzione dei due aspetti in uno solo, un po’ come ciò che succede in un’onda/particella in fisica quantica, che è una sola cosa manifestandosi in due modi.

Secondo questa idea, ciò che siamo non è né A né B, ma AB. AB è ciò che è prima o dopo essere stato differenziato.

Questa totale superiorità, che include i due aspetti, ma che non è identificata né all’uno né all’altro, è ciò che noi siamo in realtà.

D. Ho fatto esperienza di una depressione severa, d’ansia, per la maggior parte della mia vita. Ho presto capito che gli psichiatri e i terapeuti non erano in grado di aiutarmi (almeno quelli che ho visto) e ho cominciato a cercare e a leggere io stesso. I libri di sviluppo personale mi hanno portato verso i libri “new age” che mi hanno condotto ad anni di pratica spirituale seria. Ho realizzato che con tutto il mio “sapere”  cose spirituali non stavo meglio di prima. Perciò ho lasciato perdere. Poi ho cominciato a vedere che la parte di me che avevo sempre pensato essere, si smantellava e ho veramente avuto paura! Sono uscito da questo di nuovo. Da allora, sono in conflitto tra ritornare in questo stato e avere paura di rischiare il me per il Sé.

S.H.   La questione è quella della vostra relazione con le esperienze che avete. Se si mette su queste esperienze l’etichetta depressione, viene con questa nozione  tutto un insieme di concetti che la rinforzano. Non esiste depressione senza costruzione sociale, anche se senza di lei, resta ancora qualche cosa, un fenomeno. Quella costruzione diventa sempre più complicata da capire, ma l’esperienza di base  che deve essere penetrata, qualsiasi sia, è sempre lì. Voi avete compreso tutto questo, ma siete andato in un’altra direzione. Ma quest’ultima è veramente differente? Il mondo della psicologia è stato rimpiazzato dalla spiritualità, il medico  dello psichismo  è stato rimpiazzato dal guru? Là dove  il medico non arriva ad aggiustare i nostri problemi, andiamo a cercare un insegnante spirituale per aiutarci?

Questo ci riconduce alla domanda di prima: che relazione avete con la vostra esperienza?

Se consiste nel cambiare la vostra esperienza in qualcosa d’altro, anche se andare dal me al Sé (qualunque cosa sia!), il movimento è ancora quello dell’insoddisfazione, dell’agitazione, della ricerca dello star meglio.

Quel movimento è una creazione del tempo, un processo. Nel tempo non può esserci che proiezione del temporale, non della realtà. La proiezione di uno stato trascendentale è una fuga dalla realtà, un movimento che cerca  di sfuggire ciò che è sentito, lo scoramento, il dolore.

Nel mondo del pensiero, la luce è una creazione della notte.

Se  la relazione con l’esperienza è di cambiare questa, suggerirei di lavorare al tempo stesso con degli psicologi, dei medici e degli insegnanti spirituali con una certa integrità. In questo caso, ci sono delle cose di base che potreste fare: il digiuno, degli esercizi, del sole, coltivare i legami di amicizia, fare del volontariato, ecc.

Il problema con la ricerca della felicità, è che dovete vivere nell’assenza di felicità per cercare la felicità. Quando trovate la felicità, essa si rovina con la paura di perderla. Ma la felicità, è quello il problema?

Un altro tipo di relazione con l’esperienza arriva quando non  siamo più interessati, per un motivo o per l’altro, a cambiare l’esperienza, ma ci interessa solo la sua realtà. Non è veramente una relazione con l’esperienza, e non è nemmeno veramente un’esperienza. E’ ciò che è  ogni fenomeno, senza interpretazione di un me concettuale e senza volerlo cambiare. Possiamo investigare la natura della vita in questo mondo, possiamo anche investigare modificando la qualità di ciò che accade. Ma l’idea di stare meglio in quella relazione con l’esperienza non è che una semplice idea.

In realtà, non c’è Sé, o me, o felicità o assenza di felicità, o niente altro dove si possa entrare o uscire. Perché voler sperimentare solo una parte dell’universo, mentre la totalità è disponibile, libera e presente? Voi e io, noi ci troviamo lì tutto il tempo, perché in effetti non c’è un altro posto dove trovarci.

Ma non sapete già tutto questo?

D: Se il me psicologico è la sorgente dei nostri errori, sia interiori che esteriori, e non c’è niente che possiamo fare per cambiare questo, per trascenderlo, o liberarcene, allora come si può giungere alla libertà? O la libertà non esiste veramente, salvo come idea creata dal pensiero che cerca una soluzione?

S. H.   Cosa saremmo senza i nostri problemi?

D. Certi insegnanti parlano dell’ego come di una via piuttosto che come una patologia. Voi dite

che l’ego è davvero patologico?

S.H.   No. Dite che la ricerca di risolvere la questione dell’ego è patologica. Io ho detto che la ricerca di fare qualsiasi cosa con l’ego è patologica. E’ da lì che viene il non fare niente. Possiamo osservare semplicemente ciò che è senza cercare di aggiustare qualcosa? La nostra relazione con quello che si chiama ego è allora modificata? Perché,  una volta che ho un ego e provo a regolare quel problema, non faccio che accumulare mucchi di concetti uno sull’altro sopra qualcosa di cui non sono nemmeno sicuro che esista.

Cosa succede se faccio il contrario? Se non faccio niente su questa cosa che chiamo ego? Diciamo per esempio che sono un tipo arrogante, angosciato, non arrivo a comunicare con gli altri, sono sempre teso. Posso provare a risolverlo con un insieme di tecniche o posso non fare niente. E se tutto questo costituisce la totalità dell’universo, la mia angoscia, la mia tensione, la mia mancanza di comunicazione? Cosa succede allora? Se è tutto quello che c’è? Lo spazio in cui posso lavorare con la mia propria esperienza fondamentalmente cambia?

D. Il modo in cui descrivete la cosa mi fa paura.

S.H.  E’ terrificante! Non possiamo trovare un cammino per fuggire. Ora, il mondo nella sua totalità, come è orientato nei modi di funzionamento, traccia un cammino per fuggire. Non è fatto perché abbiamo una relazione con noi stessi, per metterci di fronte a noi stessi, e per questo crea il tempo, crea un percorso, dei processi. Se partecipo a un ritiro, a un seminario, o se leggo un altro libro, allora sarò capace di trovare una soluzione a tutto. Sicuramente non funziona. Non facciamo che allontanarci sempre più dalla verità.

Cosa succede se il mondo non è ciò che noi siamo? Se io non sono che collera e non c’è via d’uscita? Ho allora un universo differente da esplorare, vero? Ora esploro ciò che è davvero la collera. E scoprirò che essa non corrisponde alla descrizione che me ne avevano fatto gli psichiatri o a quello che ne aveva detto il tale insegnante. E’ qualcosa che arriva, che ha certe caratteristiche. Questo si muove da qualche parte del mio corpo, dà impulso a certi tipi di sentimenti e di memorie. Tutto ciò esiste ora, solo ora. In questo istante siamo fuori dal tempo, fuori dallo spazio. Siamo in un universo in trasformazione. In quel momento la collera diventa energia. Solo quando facciamo esplodere quel momento  riportandolo nel tempo e nei concetti che diventa collera. Poi quella si installa dentro di noi e diventa permanente.

D. In altri termini, quando la sperimentiamo nell’istante, non è un problema.

S.H.   Non è qualcosa. Ma se è un concetto, avete un problema da risolvere.

D. E risolvere il problema non è veramente risolverlo. Infatti questo crea il problema che sembra

dover essere risolto.

S.H. Esattamente. E’ il mondo di Alice nel paese delle Meraviglie nella sua totalità che la psicologia e la spiritualità hanno creato.

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