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Gli automi intelligenti, la coscienza, l’essere umano di Jan Paul – Basquiast

6 Ottobre 2010

3ème Millénaire n.86   – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini  [200]

3m.   Se oggi si segue lo sviluppo della scienza, e in particolare  delle neuroscienze e dell’intelligenza artificiale, ci si dice che le nuove scienze si collocano al crocevia di tutte le altre (chimica, fisica, biologia, genetica) ed hanno il ruolo di unificarle nella creazione di un automa intelligente. Perché creare un automa dotato di intelligenza necessita un grande sforzo  di condivisione di sapere. Il modello è sicuramente l’essere umano, lo scopo essendo quello, confessato o meno, di riprodurre un essere umano con le sue funzioni, con migliori capacità (velocità  di elaborare informazioni, memoria intellettuale, resistenza e potenza corporea). E’ la questione della coscienza che è la più conturbante. Dove sono le neuroscienze riguardo a questo? Certi scienziati arrivano a predire la sostituzione dell’essere umano  con gli automi intelligenti. Così, quale posto per l’essere umano? Come potrà secondo voi  porsi di fronte alle macchine intelligenti?

J.P.B.   Non credo purtroppo o per fortuna che le scienze moderne mirino a creare un automa intelligente unendo i loro sforzi. Ognuna di loro si sviluppa entro vie culturali ed economiche forti, che rendono molto difficile il lavoro interdisciplinare e gli investimenti importanti che sarebbero necessari per ottenere un tale automa. Le ricerche accreditate mirano a due obbiettivi differenti, generalmente coperti dal segreto della difesa o industriale: dei robot militari (Stati Uniti), dei robot di compagnie (Giappone principalmente). Ci sono alcune ricerche più disinteressate, associate a laboratori universitari; in Europa hanno il loro principale appoggio. Noterete che questi progetti di ricerca usano generalmente il termine di cognizione artificiale e non  quello di coscienza artificiale considerato politicamente scorretto, perché suscettibile di provocare stati d’animo in chi gestisce dei crediti.

E’ vero, per rispondere alla vostra domanda, che nel quadro dei programmi che mirano ad ottenere risultati operazionali, è sempre più necessario usare tecnologie che si trovano in quelle che si chiamano piattaforme comuni. Ma è sempre difficile, e i risultati sono lontani da quello che potrebbe ottenere un progetto universitario collegato in rete, alla maniera aperta dei logicali liberi, essendo le tante competenze disperse suscettibili di contribuire all’emergere di sistemi veramente coscienti. Certi se ne compiaceranno. Io penso che sia negativo.

Per quanto riguarda le relazioni tra le ricerche sulla cognizione artificiale e le altre scienze, in particolare le neuroscienze, credo che, quando la comunicazione si fa bene (cosa che non avviene, lavorando anche molti neuroscienziati per la difesa o per l’industria e non comunicando), direi che si tratta di uno sviluppo tipo “pappagallo”. Ogni progresso fatto in un settore beneficia immediatamente l’altro e viceversa. E’ così che la simulazione dei comportamenti cognitivi su delle piattaforme artificiali permette ai neuroscienziati e, più generalmente ai biologi, di vedere meglio ciò che accade in natura. Ma, ancora una volta, reciprocamente.

Per tornare sul precedente argomento, non credo che lo scopo ultimo della scienza moderna sia dare la coscienza a degli automi. La scienza si sviluppa come un sistema biologico darwiniano, senza che i suoi scopi  traducano veramente  i suoi orientamenti di fatto. E’ vero tuttavia che nel corso dello sviluppo potranno emergere  entità, le cui capacità corporee e intellettuali saranno a volte superiori a quelle degli animali e degli umani,  così come esistevano nei secoli passati. Oggi niente vieta di affermare  che tali entità  siano capaci di affrontare animali e umani, poi sostituirsi a loro, nel quadro di una competizione darwiniana, se così posso dire, a fil di spada.  Gli umani sono sempre evoluti in simbiosi con le tecnologie che avevano scoperto e messo in opera. Si parla anche di co–evoluzione. Non vedo perché lo stesso processo non si rinnoverebbe con le tecnologie della vita e della coscienza artificiale. Questo per il meglio e il peggio  riguardante la vita sulla terra. Voglio dire che la vita sulla terra  è ora minacciata dallo sviluppo proliferante della specie umana “classica”. Niente vieta di affermare che una specie umana “progredita” sarebbe capace di risolvere i problemi attuali. E nemmeno ci vieta di dire che quella specie progredita aggraverebbe i problemi invece di risolverli.

3m.   Se le neuroscienze e le scienze in generale possono seguire e controllare il funzionamento neuronale e corporeo, cosa ne è oggi  del meccanismo delle emozioni?  Va da sé che le emozioni seguono cammini neuronali stabiliti, ma le emozioni sono meglio comprese oggi e descritte scientificamente? Secondo voi, questo meccanismo che è proprio dell’umano, potrebbe essere duplicato negli automi? Quale ne sarebbe l’utilità?

J.P.B.   Il cervello delle emozioni e il modo in cui si traduce, soprattutto per via delle secrezioni endocrine, in operazioni logiche, è effettivamente oggetto di studio molto  importante per le neuroscienze. Non è specifico nell’uomo, poiché si è sviluppato fin dalle origini negli organismi multicellulari. Ora, da molto tempo gli studiosi di robotica hanno capito che non farebbero nessun progresso se non fossero capaci di concepire dei sistemi capaci di emozioni, a partire da un “corpo”. Queste  sorgeranno in tali sistemi in un modo che non sarà necessariamente quello seguito dall’evoluzione biologica, ma tutto avverrà secondo l’espressione utilizzata “come se”. Così un robot, che esplora un pianeta lontano fuori dal controllo delle stazioni terrestri, dovrà avere abbastanza paura dell’ignoto da non mettere in pericolo se stesso, ma essere abbastanza curioso per tentare di esplorarlo.

3m.   Al di là dell’aspetto di sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale, resta la questione dell’aiuto agli umani, dal supporto che potrebbe essere loro dato  con degli impianti informatici, su un modello di architettura parallela equivalente a quello del cervello umano, riconoscibile da questo, che per esempio potrebbe essere connesso alla loro funzione mnemonica. Oggi in fisica si vede che le prossime generazioni di memorie saranno a base di carbonio più che del silicio, su cui si basa tutta la tecnologia attuale. Qual è qui lo stato della scienza? Che tipo di soluzione si prospetta e quali potrebbero essere le conseguenze? Per esempio un indebolimento della funzioni naturali potrebbe esserne la conseguenza? Quell’indebolimento sarebbe compensato dall’informatica neuronale o è semplicistico?

J.P.B.   Penso che se le ricerche che voi dite fossero condotte secondo i protocolli scientifici stretti e in dialogo serrato con i cittadini coscienti del loro valore, non si dovrebbe impedire che si facciano. E’ probabile che il seguito dell’evoluzione sulla terra, se tutto va bene, si svilupperà con numerose soluzioni, alle quali oggi non pensiamo e che miglioreranno le capacità degli organismi e del cervello e dei cervelli biologici per sopravvivere in un universo, dove impedire ogni mutazione o selezione  sarebbe condannarsi a morte.

Ma è legittimo domandarsi se quelle protesi favoriranno qualcuno, che si definirà da solo post –umano, relegando  i miliardi di uomini che non ne beneficiano  in una categoria che potrà essere definita di subumani. Il rischio esiste, bisognerà fare di tutto per evitarlo.

Penso che non si verificherà, perché le tecnologie si diffondono molto rapidamente e nessun potere può pretendere di conservarne il privilegio. Guerre di sopravvivenza regolerebbero molto in fretta la questione, se certuni pretendessero di erigersi a post –umani attrezzandosi di tecnologie futuriste.

3m.   Lo sviluppo della scienza ha portato a modellare la società occidentale secondo un versante tecnologico la cui impronta non smette di crescere. La rivoluzione internet, i telefoni portatili, non sono probabilmente che le primizie di un mondo in cui l’essere umano vivrà, cioè un mondo che si allontana dalla natura per diventare sempre più artificiale.

Però dimenticare la natura è dimenticare che l’intero edificio della civiltà  occidentale si basa su quello.

Lo si vede oggi in particolare  con il cambiamento climatico, che viene dall’incomprensione umana dei fenomeni globali in gioco e l’incapacità attuale  di prendere in carico la responsabilità nel modello di società. Qual è oggi l’impatto dei pericoli che minacciano il nostro modo di vita sugli scienziati? Ne sono sensibili? Prevedono una tecnologia che possa preservare l’ecosistema? Sarebbe necessaria la loro azione sulla politica per preservare l’ecosistema?

J.P.B.   Avete senz’altro ragione. Il vero limite allo sviluppo della tecnologia, se non della scienza, attiene alle capacità  della terra ad adattarsi a delle crescite ininterrotte  di consumi  spinti dai desideri tecnologici – commerciali, senza tener conto e farsi carico della rarefazione delle risorse. I teorici della decrescita, oggi radiati, saranno sempre più presi sul serio. Tra loro si trovano scienziati e tecnici desiderosi di rimettere i loro lavori nel quadro più generale della comprensione dei grandi fenomeni evolutivi e delle grandi barriere da non oltrepassare. I politici non li capiscono. Lo si vede dall’ostilità generale che accoglie ancora gli studiosi del GIEC (gruppo di esperti sull’evoluzione del clima), specialmente James Hansen della Nasa, che dovrebbe essere considerato un vero eroe dei tempi moderni . Il compito degli editorialisti dovrebbe essere quello di farli conoscere meglio.

Per concludere e tornare al nostro argomento, penso che sistemi cognitivi, capaci di esplorare più intelligentemente degli uomini attuali le differenti variabili che determinano l’evoluzione della biosfera, cioè del cosmo, sarebbero apprezzati dai James Hansen di domani.