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Il filo d’oro della coscienza

28 Settembre 2010

Bhagwandas

3ème Millénaire n. .90   – Traduzione di Luciana Scalabrini

3m.   Lo yoga integrale di Aurobindo e di Mère è come un cammino che non ha fine. Se si considera questo sul piano del risveglio, significa che lo stesso risveglio è in evoluzione. La conoscenza che si rivela non si limita dunque alla realizzazione del Sé?

B: Toccate il cuore dello yoga integrale di Aurobindo. La conoscenza non si ferma a una

particolarità  dell’apertura dell’essere a una dimensione superiore. Essa è una ricerca di integralità

in tutte le parti dell’essere, compresa la parte biologica, il nostro corpo. E’ ritrovare il filo della coscienza, il filo brillante di cui parlano i Rishi all’epoca dei Veda, che apre le porte dell’essere a una coscienza cosmica, permette una rivelazione che tocca tutti i piani dell’essere e divinizza la materia biologica. La grande visione di Aurobindo è che tutto è unità, divino, coscienza. Nel cuore della materia riposa la divinità, la coscienza cosmica. Il cammino è perciò infinito e il nostro lavoro è riprendere quel filo della coscienza, aprire le porte con la trasparenza e il lasciar andare.  Tutte le dimensioni dell’essere debbono essere  consciamente colonizzate, cominciando dal risveglio del Sé, che è la partenza di quel risveglio.

Lo yoga di Aurobindo se lo si considera da questo approccio integrale, dove tutto è legato ad un principio divino e di unità, può essere visto come molto complesso. Ma è anche molto semplice. Poiché tutta la vita è yoga, e il nostro quotidiano è il campo dello yoga integrale. Non ci sono momenti particolari in cui mettersi in meditazione. In questa apertura libera di lasciar andare, ogni momento della vita si lega al filo brillante della coscienza. E’ riconquistare il regno interiore che non è un punto, ma una totalità. Questa riconquista riposa sulla pace nel vitale, nei pensieri, nel silenzio mentale. Tutto un insieme di prese di coscienza vi si lega: quando si calma tutta l’agitazione interiore, il processo si mette a posto naturalmente. Vuotare il recipiente, è permettergli di riempirsi della coscienza divina.

3m.   Nello yoga di Aurobindo riempire il recipiente si ottiene con l’incontro di due forze: una ascendente e una discendente. Che legame c’è tra le due forze? Come si incontrano

B: Ci sono due polarità fondamentali, che sono presenti dappertutto: yin e yang, maschile e

femminile, luce e oscurità, e qui le forze ascendenti e discendenti. Questa dualità alla base della manifestazione riposa su una unità fondamentale perché il divino integra le due polarità. Non c’è nulla da rifiutare, ma tutto da integrare. La polarità del basso, che è l’inconscio e la polarità superiore che è la mente sopracosciente cambiano tra loro di continuo. In quella scala siamo l’essere intermedio. Abbiamo in noi stessi la polarità oscura della nostra biologia e dell’inconscio e abbiamo la polarità superiore dei nostri piani di coscienza. L’interrelazione crea una forza ascendente e una discendente tra le due polarità. La magia di  questo yoga è che non ha nulla da rifiutare, ma da identificare le due polarità, l’oscuro e il luminoso, l’inconscio e il superconscio e da integrarli al livello del chakra del cuore, dove si possono unificare le due polarità. Il risveglio del cuore è il risveglio di una presa di coscienza di trasformazione delle energie inconsce con quel movimento di ascensione. Con un atto d’amore che fa parte del lavoro di apertura del cuore, si crea un’alchimia che permette alle forze discendenti di trasformarle. Ne risulta una integralità, cioè una trasformazione di energia. Era tutto il lavoro di Mère a livello cellulare, biologico. Mere ha preso nel suo corpo, che è un laboratorio di evoluzione, tutto quel lavoro di trasformazione si opera sempre attraverso l’ascensione delle forze del risveglio, che si traduce in termini più emozionali e psicologici come un’aspirazione alla parte superiore del nostro essere, alla luce, e una risposta della parte superiore che si sente accolta consciamente e trasforma automaticamente l’oscurità in luce.

3m.   Il lavoro di essere il punto d’incontro cosciente  delle due forze è un lavoro di messa a punto dell’inconscio mentale, vitale e fisico. Ma come andare concretamente verso una presa di coscienza dell’inconscio?

B:  E’ lì che sta il processo di risveglio, che è accettazione della realtà così come è senza

giudizio e in un’offerta volontaria al grado più alto della nostra coscienza, o, nella terminologia di Aurobindo “alla coscienza divina”. Questa accettazione attira una forza di trasformazione e si traduce con movimenti dell’inconscio sul piano del nostro essere subconscio, vitale, emozionale, mentale. C’è nello yoga di Aurobindo una gradualità infinita e senza separazione.

3m.   Ma quello con cui ci confrontiamo nel quotidiano è piuttosto la non accettazione. Non mi accetto per quel che sono, mi disprezzo, non sono all’altezza di ciò che mi si domanda, ecc. Mi scontro con quella forza che non accetta che sia quello che sono.

B:      Dov’è la difficoltà? In quanto essere incarnato, lo spirito si è messo in una matrice: questa.

Ha dei limiti, una struttura. Tutto ciò che è fuori di lei è sconosciuto, che si traduce in termini emozionali come paura. Tutte le reazioni che impediscono l’apertura e l’accettazione sono dovute alla paura dell’ignoto. Ogni possibilità di apertura dell’individuo è legata ad una forza contraria che è quella della matrice, della nostra incarnazione che teme quella apertura che è l’ignoto. Possiamo vederlo in noi stessi. Si ritrova l’antagonismo fondamentale. Nel processo di risveglio possiamo partecipare situandoci in una coscienza di non paura, cioè sapere che l’ignoto è la divinità nella sua totalità, che tutto va in quella direzione, compreso ciò che si crede negativo.

3m.   Se vi seguo, all’inizio ci convinciamo di non avere paura perché tutto è divino, anche il negativo. Una credenza potrebbe aiutarmi a superare gli ostacoli interiori come la paura dell’ignoto?

B:  Il sapere è un processo mentale di accumulo di informazione, che si traduce in credenza

quando in qualche modo il mentale ha tracimato. Ma, parlando di yoga, parlerei di  conoscenza. Si integra realmente il concetto di quella unità fondamentale delle cose e si entra in quel processo di conoscenza. Rinasciamo con ogni esperienza. Ogni momento della vita può così essere legato nella sua essenza ad una apertura interiore, ad una dimensione del cuore senza paura. Non è più il sapere, ma l’identificazione con la realtà di ciò che è, di ciò che è il cosmo e il fatto che il cosmo è in noi. Riscopriamo che ogni esperienza è una nuova possibilità di integrare una nuova faccia della realtà. La conoscenza allora diventa un processo di identificazione. Allora non c’è più separazione. Un momento di risveglio, di grazia è un momento dove si esce dai propri limiti. Nell’istante, la paura si dissolve  e penetra in noi l’identità divina. Il cammino dello yoga permette che quegli istanti diventino più frequenti, perché lo yoga è distogliersi dai propri meccanismi automatici e riconoscere il testimone che è in noi, che diviene sempre più reale. Questo testimone neutro ci consente di vedere  che non siamo quella identificazione automatica con tutte le cose esterne della vita. Quando ci identifichiamo consciamente con questa realtà, questa si rafforza. Io l’ho vissuta per la prima volta quando ho letto il libro di Satprem “L’Avventura della coscienza”. In una frase diceva che, dal momento in cui siamo a contatto col nostro essere,  abbiamo l’impressione di esserci stati da sempre e di esserci per sempre.  Fu come un’esplosione interna. Quella esperienza mi ha fatto realizzare che la mia vera identità o identità psichica è al di là del tempo e dello spazio. Ho quindi esplorato quel cammino del testimone. Il silenzio mentale è una delle chiavi  dello yoga. Aurobindo spiega  che molto presto  ci si rende conto che i pensieri non sono generati da noi, ma che vengono dall’esterno. Il mentale è un’antenna che capta energie  interpretate a livello  come pensieri o a livello vitale come emozioni, ma tutto viene dall’esterno e noi siamo semplicemente in risonanza con quello. Una volta visto, diventa possibile girare quel recettore, togliere il contatto. Allora si va davvero verso il silenzio. Diventare testimoni dei nostri pensieri , stabilizzare la trasparenza, il vuoto mentale, è così che potremo sempre più scegliere con coscienza il piano di energia dove stare e non subire l’agitazione mentale. Sicuramente questa è la visione ideale della cosa. La realtà è che il lavoro è enorme di fronte all’agitazione che il mondo crea continuamente per attirarci verso l’esterno. Ma diventa possibile vuotare il recipiente e perciò lasciare entrare altre cose.

3m.   La questione del testimone è quella dell’osservazione. Nel processo di costruzione del testimone, bisogna volgere lo sguardo verso colui che osserva. Questo è molto  sottile.

B:  In effetti questo può essere complesso. Ma tutti hanno avuto esperienze che non hanno

necessariamente interpretato in termini di dimensione superiore di coscienza. Se si lega  una tale esperienza  a un processo di coscienza, diventa il punto di partenza di ogni processo. Ogni momento di gioia senza causa, di silenzio, di semplicità, si lega allo stesso filo, che si mette a brillare sempre più. Si può così diventare sempre più attivi nella partecipazione al processo e ricettivi a quella nuova dimensione dell’essere. La gioia che ci dà un’apertura del cuore ci porta ad aprirci un po’ di più. Il nostro centro interiore si risveglia e diviene sempre più attivo. L’integrazione avviene naturalmente e si cancella la paura dell’ignoto. Il lasciar andare si approfondisce su tutti i piani del nostro essere per sperimentare il grande campo cosmico che non è che Amore. Il struttura della realtà è Amore.

Bhagwandas, francese d’origine, vive nell’India del sud dal 1968. Dopo la scoperta dello yoga integrale di Aurobindo, incontra la Mère continuatrice della sua opera e fondatrice del progetto di Auroville, città internazionale dedicata alla ricerca dell’unità umana. E’ una ricerca sia individuale che collettiva per incarnare una coscienza nuova che è destinata alla trasformazione dell’uomo e del mondo.

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