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Il Sermone dei poveri

12 Settembre 2010

Il sermone dei poveri, tradotto qui da Eric Baret, è ritenuto “il più ardito di tutti quelli che ci furono trasmessi da Meister Eckart, mistico domenicano del 13^ secolo.

Tuttavia non sembra che “le proposizioni audaci e paradossali contenute in questo sermone 52 siano state ricordate dagli inquisitori di Colonia per essere inviate al tribunale di Avignone, che obbligherà il domenicano a sconfessare 26 articoli contenuti nei suoi scritti o insegnati nelle scuole o nei sermoni. Poco dopo i termine di un lungo processo Meister Eckart morirà, lasciando una profonda opera, che sarà ammirata da menti così diverse come Baader, Hegel, Schopenhauer o Heidegger.

Il suo pensiero fu, più recentemente, avvicinato all’Advaita Vedanta come la testimonianza di un approccio non – duale di un cristianesimo autentico.

Dalla bocca della saggezza la felicità annunciò: “Beati i poveri di spirito perché a loro appartiene il regno dei cieli”. Gli angeli, i santi, tutto ciò che nacque deve essere silenzio quando parla l’eterna saggezza del Padre, perché tutta la saggezza degli angeli e di tutte le creature non è che puro niente di fronte all’insondabile saggezza di Dio. Questa saggezza ha detto: “Beati sono i poveri”.

Ora, ci sono due generi di povertà. La povertà esteriore, buona e molto lodevole quando l’uomo la vive volontariamente per amore di nostro signore Gesù Cristo, come lui stesso l’ha vissuta sulla terra. Ma, secondo la parola di nostro Signore, è un’altra povertà, una povertà interiore; poiché dice: “Beati sono i poveri di spirito”. Siate, vi prego, questi poveri, per comprendere questo discorso, perché ve lo dico in nome della verità eterna, se non diventate simili a questa verità, non potrete comprendermi. Alcuni mi hanno interrogato sulla vera povertà e su ciò che bisogna intendere come uomo povero. Gli rispondo subito.

Il vescovo Albert dce: “E’ un uomo povero colui che non può accontentarsi di tutte le cose che Dio ha creato” e questo è detto bene. Ma noi andiamo ancora più lontano e mettiamo la povertà a un livello molto più elevato. E’ un uomo povero colui che non vuole niente, non sa niente e non possiede niente.

Voglio parlarvi di questi tre punti e vi prego, per amor di Dio, di provare a comprendere questa verità, se vi è possibile. Ma, se non la comprendete, non siate turbati, perché parlerò di un aspetto della verità che molto pochi, anche profondi, sono in grado di capire.

a) Diremo anzitutto che un uomo povero è quello che non vuole niente. Molti non comprendono davvero questo significato. Sono quelli che si danno a penitenze e pratiche esteriori, performance che ritengono importanti, mentre non fanno che autoglorificarsi.

Che Dio abbia pietà di conoscere così poco la volontà divina! Sono ritenuti santi, per le loro apparenze esteriori, ma dentro sono asini che non distinguono il vero senso della divina verità.

Queste persone dicono che povero è colui che non vuole niente, ma secondo l’interpretazione che danno a queste parole, l’uomo dovrebbe vivere sforzandosi di non avere volontà propria e tendere a compiere la volontà di Dio. Sono persone ben intenzionate e siamo pronti a lodarle. Dio nella sua misericordia accorderà loro senza dubbio il regno dei cieli, ma, dico io, per la verità divina, queste persone non sono nemmeno da lontano dei veri poveri. Passano per eminenti agli occhi di quelli che non conoscono niente di meglio, sono asini che non capiscono niente della volontà divina. Le loro buone intenzioni varranno loro il regno dei Cieli, ma di questa povertà di cui vogliamo ora parlare, non sanno niente.

Se mi si domandasse cosa s’intende per un uomo povero che non vuole niente, risponderei: fino a che un uomo vuol qualcosa, anche se è di compiere tutta la volontà di Dio, non ha la povertà di cui vogliamo parlare. Quest’uomo ha ancora una volontà: compiere quella di Dio, non ha la povertà di cui vogliamo parlare. Quest’uomo ha ancora una volontà: compiere quella di Do, e questa non è la vera povertà. Infatti la vera povertà è libera d ogni volontà personale e, per viverla, l’uomo deve sentirsi come era quando non c’era. Ve lo dico, per l’eterna verità: fino a che avete la sete di compiere la volontà di Dio, e il desiderio dell’eternità di Dio, non siete veramente poveri, perché solo è vero povero colui che non vuole niente e non desidera niente.

Quando ero nella mia propria causa, non avevo Dio ed ero causa di me stesso, allora non volevo niente, non desideravo niente. Là io volevo me stesso e non volevo niente altro, perché ciò che volevo, io lo ero e ciò che ero io, io lo volevo. Ero libero da Dio e da ogni cosa.

Ma quando per mia libera volontà assunsi la mia natura creata, allora Dio è apparso, perché prima che le creature fossero, Dio non era Dio, era quello che era. Ma quando furono le creature, Dio non è più stato Dio in se stesso, ma Dio delle creature. Ora diciamo che Dio, come quel Dio là, non è il compimento supremo della creatura, perché essendo essa in Dio, la più piccola creatura ha la stessa ricchezza di lui. Se accadesse che una mosca avesse l’intelligenza e potesse capire l’eterno da cui viene, diciamo che Dio, con tutto quello che è, in quanto Dio, non potrebbe soddisfare questa mosca.

Per questo preghiamo Do di essere liberi da Dio e di essere presi da questa verità e di gioirne eternamente, dove gli angeli più elevati, la mosca e l’anima sono Uno, là dov’ero, dove volevo ciò che ero ed ero ciò che volevo. Diciamo dunque che l’uomo dev’essere così povero in volontà come quando non era. E’ così che, essendo libero da ogni volere, quest’uomo è veramente povero.

b) Povero in secondo luogo è colui che non sa niente. Abbiamo spesso detto che l’uomo dovrebbe vivere come se non vivesse né per lui stesso, né per la verità, né per Dio.

Andiamo ancor più lontano, dicendo che l’uomo deve vivere in tal modo da non sapere in nessun modo che non vive né per se stesso, né per la verità né per Dio. Molto di più, deve essere a tal punto libero da ogni sapere, da non sapere né da sentire che Dio vive in lui. Meglio ancora, dev’ essere totalmente distaccato da ogni conoscenza che potrebbe ancora sorgere in lui. Quando l’uomo si riteneva ancora l’essere eterno di Dio, non viveva nient’altro in lui che lui stesso. Diciamo quindi che l’uomo dev’ essere libero da tutto il suo sapere, che sia come era quando egli non era e che lasci operare Dio secondo il suo volere, restandone libero. Tutto ciò che discende da Dio ha per fine una pura attività. Ma l’attività propria dell’uomo è amare e conoscere. Ora si pone la domanda di sapere in cosa consista essenzialmente la beatitudine.

Alcuni maestri dicono che è nella conoscenza, altri nell’amore. Altri ancora che è nella conoscenza e nell’amore. Questi ultimi parlano già meglio. Quanto a noi, diciamo che non è né nella conoscenza né nell’amore. C’è nell’anima qualcosa da cui derivano la conoscenza e l’amore. Questa profondità non conosce né ama come le altre potenze dell’anima. Colui che conosce questo, conosce la beatitudine. Questo non ha né prima né dopo, è senza finalità, è inaccessibile al guadagno come alla perdita. Questa essenza è libera da ogni sapere che Dio agisce in lei, ma gioisce essa stessa, per se stessa come lo fa Dio. Diciamo dunque che l’uomo deve tenersi sciolto e libero da Dio, senza nessuna conoscenza né esperienza che Dio agisce in lui ed è solo così che la vera povertà può splendere nell’uomo. Dio non è né essere né essere ragionevole, e non conosce né questo né quello. Dio è libero da ogni cosa ed è per questo che è l’essenza di ogni cosa.

Il vero povero di spirito deve essere povero di tutto il suo sapere, in modo da non sapere assolutamente niente di nessuna cosa, né di Dio, né della creatura, né di se stesso.

Libero da ogni desiderio di conoscere le opere di Dio, solo in questo modo l’uomo può essere povero del suo sapere.

c) In terzo luogo, è povero l’uomo che non possiede niente. Numerosi sono quelli che hanno detto che la perfezione era nel fatto di non possedere niente di materiale, e questo è vero in un senso, ma io lo intendo in altro modo.

Abbiamo detto precedentemente che un uomo povero non cerca nemmeno di compiere la volontà di Dio, ma che vive libero dalla sua propria volontà e da quella di Dio, come era quando non era. Questa povertà è la più alta. Abbiamo detto in secondo luogo che l’uomo povero non sa niente dell’attività di Dio in lui. Libero dal sapere e dalla conoscenza, come Dio è libero da ogni cosa, questa è la povertà più pura. Ma la vera povertà di cui vogliamo parlare ora, è la più intima e la più profonda, quella dell’uomo che non ha niente.

Ascoltate bene! Abbiamo detto spesso e l’hanno detto anche i grandi maestri, che l’uomo deve essere staccato da ogni cosa, da ogni opera, esteriore o interiore, tanto da essere lo stesso luogo dove Dio si trova e possa operare. Ma ora, andiamo aldilà. Se l’uomo è libero da ogni cosa, da lui stesso e anche da Dio, ma se egli rimane un luogo dove Dio possa agire, finché è così, l’uomo non è ancora povero della povertà più essenziale. Dio non tende verso un luogo nell’uomo dove possa operare.

La vera povertà di spirito è che l’uomo dev’ essere tanto libero da Dio e dalle sue opere che, volendo Dio agire nell’anima, dovrebbe essere lui stesso il luogo delle sue operazioni. In questa povertà, l’uomo ritrova l’essere eterno che è stato, che è ora e che sarà per tutta l’eternità.

San Paolo dice: “Tutto ciò che sono, lo sono per la grazia di Dio”. Ora, il nostro discorso sembra trascendere la grazia, l’essere, la conoscenza, la volontà e ogni desiderio. Come comprendere allora le parole di San Paolo? Si risponderà che la parola di San Paolo è vera. Bisognava che fosse abitato dalla grazia; fu lei che operò perché ciò fosse potenziale diventasse attuale. Quando la grazia finì, Paolo fu quello che era. Diciamo dunque che l’uomo deve essere così povero che non sia né possieda in lui alcun luogo dove Dio possa operare. Finché conserva una localizzazione qualunque, conserva una distinzione. Per questo prego Dio d’essere libero da Dio, perché il mio essere essenziale è al di là della differenziazione; là, io ero me, io sono causa di me stesso secondo la mia essenza che è eterna e non secondo il mio divenire che è temporale.

Per questo io sono non-nato e sono al di là della morte. Secondo il mio essere non-nato, sono stato eternamente, sono ora e sarò in eterno.

Ciò che sono secondo la mia nascita morirà e si annienterà nel suo aspetto temporale. Ma nella mia nascita eterna, tutte le cose nascono e io sono causa di me stesso e di ogni cosa. Se l’avessi voluto, né me stesso né alcuna cosa ci sarebbe, se io non fossi, nemmeno Dio ci sarebbe.

Che Dio sia Dio, io ne sono la causa; se io non fossi, Dio non sarebbe. Ma non è necessario comprendere questo.

Un grande maestro ha detto che la sua percezione è più nobile della sua manifestazione e questo è vero. Quando emanai da Dio, tutte le cose dissero: Dio è. Ma questo non può soddisfarmi del tutto , perché così io mi riconoscerei creatura; al contrario, nella percezione, sono liberato dalla mia propria volontà, da quella di Dio e da tutte le sue espressioni dello stesso Dio. Sono al di là di tutte le creature e non sono né creatura né Dio. Io sono molto di più, sono ciò che ero, ciò che sono ora e per sempre. Sono preso da un’ascesa che mi porta al di là di tutti gli angeli. In questa ascesa ricevo una tale ricchezza che Dio non può bastarmi secondo tutto ciò che è come Dio e tutte le creature divine. Infatti, l’evidenza che ricevo in questa percezione è che Dio e me siamo uno. Là io sono ciò che ero. Non cresco né diminuisco, essendo la causa immobile che fa muovere ogni cosa. Allora Dio non trova più posto nell’uomo. L’uomo in questa povertà ritrova ciò che è stato eternamente e che sarà per sempre.

Qui Dio e lo spirito sono uno ed è lì la povertà più essenziale che si possa contemplare. Che colui che non comprende questo discorso, resti libero nel suo cuore, perché, fino a quando l’uomo non assomiglia a questa verità, non può comprenderla, perché è una verità immediata e senza veli, fiorisce direttamente dal Cuore di Dio. Che Dio ci venga in aiuto per viverla eternamente. Amen.

– Traduzione di Luciana Scalabrini

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