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Le chiavi della felicità

12 Settembre 2010

3ème Millénarie n. 75

In un istante di calma, nella quiete del cuore, possiamo riconoscere la nostra assenza di bisogno, e in particolare l’assenza di questo desiderio molto particolare di essere felici?

La stessa assenza di questo desiderio riflette il silenzio fatto di una leggerezza insolita nel quale ci sembra talvolta di essere immersi. Al contrario, presi dal desiderio così pressante di essere felici, identificati in questo sogno così comune, diventiamo come estranei a noi stessi, a questa fibra così intima di cui pertanto conosciamo il sapore, come espulso dal nostro essere sotto un impulso sconosciuto perché mai interrogato. Questo impulso orienta le nostre azioni nel mondo esteriore, verso il mondo dei sensi, verso uno scopo, l’ottenere un beneficio inconsciamente sperato. Ma chi spera questo e chi agisce per questo beneficio? Se potessimo fermarci, sentire fisicamente la nostra identificazione con colui che tiene le redini del potere e dell’azione in noi, forse allora ci sarebbe possibile vedere la sua manifestazione nel momento in cui si produce, dal vivo?

Ma questa stessa domanda, da dove viene e chi la pone?

La ricerca della felicità si svolge nel mondo del conosciuto, e il lato oscuro di questa ricerca si nasconde nella resistenza, anche questa inconscia, a ciò che è, nel rifiuto di vivere l’istante presente, in questa stranissima psicopatia che consiste nel pensare che tutto andrà meglio domani.

Questo doppio movimento, di ricerca di felicità o di tranquillità, accompagnata dal rifiuto della situazione così com’è, si manifesta a livello fisico con una tensione che scende nei muscoli più profondi e impregna la più piccola delle nostre cellule. Gli occhi, la mascella, la fronte, il ventre subiscono la pressione interiore delle nostre tensioni, la respirazione diventa superficiale… A livello emozionale si aprono in corolle odorose alcuni fiori stupefacenti per le cose che ricoprono: paura, comportamenti isterici, menzogna, dissimulazione, falsa gioia, abbattimento, vessazioni ecc. Infine il piano intellettuale è invaso da associazioni di pensieri, talvolta accompagnati da vaghe immagini, oppure da immagini precise quando l’energia sessuale è fortemente aspirata nel vortice del disfunzionamento della nostra psiche.

E’ possibile che io viva così?

Questo quadro può applicarsi a me? Immediatamente c’è una resistenza: “No! Evidentemente mi accade di vivere dei momenti come quelli descritti, ma non tutto il tempo. D’altronde, ma va abbastanza bene”. Ecco in sostanza il discorso che, in una frazione di secondo, appare nella mia coscienza. Ma la rapidità con cui questa opinione appare in me, se si può dire senza sforzo, come se la risposta forse già pronta, e l’energia sottostante che l’accompagna appaiono, guardandola più da vicino, dubbiose.

Rifiutare la descrizione del caos interiore che sarebbe mio sembra rivestire una straordinaria importanza.

Vedere l’anarchia del mio funzionamento quotidiano mi sarebbe insopportabile? Vedere che sono sotto la tirannia di impulsi che nascono fuori da ogni decisione cosciente mi sarebbe inaccettabile? Sembra di si. I miei pensieri, le mie emozioni, la mia gestualità si fanno in un modo stranamente meccanico e incosciente. Un esempio di questa meccanicità? Eccone uno, preso dal vivo: mi si domanda se ho terminato un lavoro, che non ho ancora cominciato. E allora sorge, da sola, una risposta oppositiva, una bugia che esce automaticamente dalla mia bocca con una tale buona fede che la persona che m’interroga non può supporre nemmeno per un momento che abbia totalmente dimenticato quel lavoro. Ed esce ogni sorta di giustificazioni: “in ogni modo, questo lavoro è molto semplice e rapido. In due minuti sarà fatto… non è che una piccola bugia… d’accordo, è una bugia, ma anche lui, che mi chiede, come si comporta con gli altri?”.
Giustificazioni, poi accuse verso l’altro: funzionamento solito dell’ego. Rifiuto la realtà della mia irrealtà, nego la sofferenza che è in me e la ricerca della felicità, nel suo aspetto illusorio, e sotto la dipendenza di questo rifiuto. Essa ne è colorata e questa colorazione è nata dall’ego, nelle sue attese e proiezioni, nella sua lotta per la sopravvivenza alle dipendenze del nostro intimo essenziale.

La ricerca della felicità, corollario del rifiuto della sofferenza e dell’accettazione di vedere la situazione com’è, nella sua plenaria nudità è diventata il grande gioco dell’ego. Che cos’è allora la felicità? Si tratta dell’immagine d’Epinal, largamente incosciente e condizionata, che tutti noi portiamo, di sapere come è un amore perfetto, un famiglia felice, una bella casa? Questa immagine fu deposta in noi dall’esterno, e noi la coviamo e la riscaldiamo senza posa, come se facesse parte della nostra carne. Ora, molto presto, la nostra esperienza di vita intacca questa immagine rendendoci amari. Però, il nostro attaccamento a questa immagine sembra essere così forte che persiste.

Le chiavi della felicità come ce la presentano le riviste.

Come raggiungere la felicità? Poiché è in questi termini che si pone in noi la domanda. C’è, al di là della griglia di ferro costruita dalle nostre proiezioni, una felicità indipendente dalle circostanze della vita, incondizionata senza proiezioni? E immediatamente il nostro pensiero condizionato si mette in cerca di una risposta: “Esistono sicuramente delle chiavi, si deve poterle scoprire”.

Non è utile andare lontano. Si, le chiavi esistono. Sono disponibili dappertutto, si affiggono sui muri delle nostre città, si pubblicano in migliaia di libri, e si diffondono su internet. Andiamo alla loro scoperta, accogliamole, vediamo fino a ove possono condurci. Il numero di queste chiavi varia secondo le riviste, ma le ricette proposte girano attorno ad alcune idee forza, che citiamo in corsivo:

1) “Ritrovare la stima di sé. La stima di sé è un pegno di felicità, una dimensione della personalità che ha bisogno d’ essere alimentata. Pensate in positivo”.
Penetriamo qui nel quadro dello sviluppo personale. Riassumendo questo testo, si tratta di alimentare,di coltivare la stima di sé grazie a una “attitudine positiva”. Dietro queste parole così semplici, tante domande sono possibili… Pensare positivo genera dunque la felicità, cioè la gioia. In altri termini, il pensiero potrebbe pilotare le nostre emozioni, farle apparire “a volontà”. Com’è nella nostra vita quotidiana? Il modo di funzionare del nostro pensiero ci permette di pilotare a nostro modo le nostre emozioni, i nostri sentimenti? Non è piuttosto il contrario? Un semplice esempio: devo presentare il mio lavoro a degli esperti. Questi, per i loro commenti, mi pongono in una posizione di difesa. Non mi sento a mio agio, comincio a sudare, un vago rossore appare sulla fronte, e il funzionamento del mio pensiero si altera gradatamente mentre cresce il mio imbarazzo, mentre faccio degli sforzi incredibili per mantenere un’apparenza calma. Finisco di parlare e lascio il “ring” un po’ suonato, ma sperando di essere riuscito a salvare le apparenze. Il mio pensiero allora prende un avvio strano. Giudicate voi: ecco che ricostruisce la scena, ma si verifica una “leggera” distorsione, i fatti cominciano a cambiare a mio vantaggio. Mi immagino mentre chiudo il becco a quei cari esperti, a mostrar loro chi è il più competente (ve lo lascio indovinare). E’ questo il pensiero positivo? I fatti sono accaduti. Chi ha deciso le mie reazioni? C’è stata una qualsiasi libertà interiore che abbia presunto di “alimentare la stima di sè”? Non c’è controllo.Ogni tentativo di controllo si basa su una identificazione con un “controllore” ma qual è la reale sostanza di questo? Questo controllore non è precisamente quello stesso che impedisce la fluidità della vita?

Non posso che constatare la sua presenza in tutti i momenti della vita quotidiana dove sono in contatto con gli altri: cosa penseranno di me se dico questo o quello? Questo controllore è una faccia dell’ego, una credenza non investigata in un personaggio di sogno che vorrei poter incarnare. Pensare positivo sottintende che ci sia una indifferenza interiore, che mi permette una scelta sulla qualità dei miei pensieri e delle mie emozioni. E’ questo il caso?

La stima di sé in senso psicologico, è una illusione dell’ego e non serve che a fortificarlo.

Ha per conseguenza il radicarsi in una via “antispirituale”, dove l’accento è posto sulla personalità anziché sull’essere. Il sé di cui qui si tratta non è che un’illusione dell’ego.

2) “Coltivate delle buone relazioni con gli altri. In contrapposizione alla tendenza dell’ego, pensare agli altri è importante per essere felici”(A. Ellis, fondatore dell’approccio emotivo-relazionale).

Qui si tratta di sforzarsi di coltivare queste buone relazioni, in contrasto con le manifestazioni abituali della nostra personalità che sarebbero giudicate poco gradite agli altri? Si tratterebbe allora di indossare il costume di una apparenza simpatica. Questo consiglio “giudizioso” è recepito evidentemente al livello più ordinario del pensiero, e non sappiamo bene che è condizionato, lontano dal cuore. Il nostro pensiero può decidere, una volta ancora, della nostra realtà interiore? Se “io” decido di coltivare delle buone relazioni con gli altri, non è per il rifiuto delle manifestazioni della mia personalità profana? Qual è questo “io” che potrebbe prendere quella decisone? Non entrare in conflitto con un altro “io” di cui gli scopi saranno differenti (per esempio affermare la mia superiorità)? Su quale parte della mia psiche si basa questo giudizio? Le manifestazioni negative della mia personalità ordinaria sono la realtà: negarle non sarebbe che negare la realtà. Non ha più senso conoscerle nelle loro modalità di manifestazione e di scomparsa, assaporarle, conoscerne il gusto fino ai minimi dettagli? Tale conoscenza partecipa già ad una disidentificazione dalle manifestazioni dell’ego. Forma la base di un autentico percorso di conoscenza di sé, a fini spirituali.

Nessuna soluzione alla sofferenza può mantenersi a livello della confusione psichica in mezzo alla quale si svolge la mia vita.

3) “Fate la pace col vostro passato. Basta a volte parlarne. Soprattutto se le vostre angosce, e un certo malessere, diventano un ostacolo alla vostra felicità”
Le angosce sono evidentemente un ostacolo alla felicità. Qual è la sorgente delle angosce? Quale la sorgente dell’angoscia fondamentale, prima? Si tratta davvero di far la pace col presente? Non si tratta di un rifiuto del presente? Non posso vedere a che punto una parte di me vuole aggrapparsi alla sofferenza passata? Questa parte si nutre di quella sofferenza e la fortifica. Investigare il processo di quella identificazione, dal vivo, nel momento in cui si presenta, apre una scoperta essenziale: quella di una possibile libertà interiore. Uno sguardo neutro può posarsi sulla mia attività quotidiana, leggero come una piuma, di una leggerezza tale, che, se non si sta attenti, la nostra vita intera potrebbe cadere nella… felicità! Fortunatamente per lui, l’”ego” veglia…

4) “Sviluppate la vostra creatività. Combattere la routine, aprirsi allo sconosciuto… La materia prima: la curiosità… Permettetevi di sbagliare, di tentare… Divertitevi e inventate”.
La vera creatività non può che risultare da un’armonia interiore tra il cuore, la sensibilità e il pensiero. Si trova allora a un altro livello di quello che ci è presentato. Aprirsi all’ignoto, su un piano orizzontale, ci è impossibile. Al contrario, quando amiamo per inerzia e paura dell’ignoto, rimetterci nel passato! Quanto amiamo ritrovare le nostre abitudini! Questo non serve a farci dimenticare i nostri “problemi”? Evidentemente, il problema vero è che i “problemi” rinascono con la stessa forza di prima! Questi “problemi” sorgono dalla mia confusione psichica tra desideri fugaci e violenti, resistenze tenaci o infime, inerzia o eccitazione, essendo tutti dipendenti dall’umore di mia suocera, dal grado di umidità dell’atmosfera e da altri elementi indipendenti dalla “mia volontà”. Tutto nella mia personalità condizionata si oppone a ciò che è proposto: “io” non posso autorizzarmi a commettere errori perché “io” rifiuto di aver torto, “io” non accetto l’errore. Questo “io” si manifesta alla velocità della luce, almeno ad una velocità molto superiore a quella alla quale funziona il mio pensiero, che non può vedere questa resistenza nel momento in cui appare; non la vede che dopo, nel flusso di un giudizio sulla suddetta resistenza.

“Siate Zen, divertitevi, apritevi all’ignoto, siate curiosi… tutto appare così semplice!”
Questi consigli si basano su un postulato: la nostra capacità di fare, di generare in noi a “volontà” uno stato mentale dato, che, all’occorrenza sarebbe la gioia. L’andazzo del mondo dimostra l’inanità di questo postulato; il mondo intero guerreggia e soffre! Non può che sorgere la domanda: come succede che sia così presente il disordine e sia dovunque si posi lo sguardo? La risposta non può che venire da un percorso di ricerca interiore. Questa inizia a livello dove io sono, nella dualità osservatore-osservato: ma il fuoco di questa indagine spingerà il cercatore a vedere la densità dei suoi blocchi interiori, che si riformano senza posa, a constatare la rigidità dei suoi processi di pensiero, la sua identificazione ad opinioni depositate in lui dall’esterno e la propria immensa suggestionabilità. Cosa c’è in me che venga da me realmente? Lasciare che questa domanda viva, portarla con sé è permettere a un’altra dimensione di rilevare le sue più intime radici che sono già in noi. La felicità non si controlla. Nessuno la possiede. Ogni tentativo da parte “mia” per farla venire la fa retrocedere. Questo riconoscimento di tutto l’essere, senza abbagli, farà fiorire uno spazio di libertà da cui l’ego è assente. Questa libertà è un abbandono a ciò che è: è amore, e amore è felicità.

– Traduzione di Luciana Scalabrini

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