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La felicità è un regalo già donato di David Ciussi

11 Settembre 2010

3ème Millénarie n. 75 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

Il concetto di felicità è il più usato del pianeta. Basta guardare tutte le pubblicità che vantano i meriti di un domani migliore…

E’ nelle cose che si possiedono, nei viaggi che si fanno, nella riuscita sociale, nel partner ideale, nelle trascendenze illusorie o più semplicemente in ciò che è qui, dove tutto è al suo posto e non manca niente?

David Ciussi

D: David, secondo voi, cos’è la felicità?

R: L’esperienza della felicità non è né un “altrove” né un oggetto materiale, né una risposta definitiva…, è piuttosto un meravigliarsi d’essere la Vita senza spiegazione, proprio l’incantesimo di essere qui, tutto in sé…, morendo e rinascendo, continuamente presenti nel vissuto degli avvenimenti. Immediatamente, è anche non annoiarsi in questo istante terrestre che mai si ripresenterà… perché la vita non si ripete, si rinnova in noi…

D: Ma è difficile trovare la felicità nel quotidiano. C’è sempre qualcosa che non va e poi il mondo non va affatto bene, ci sono le guerre, l’odio, la fame, allora come trovare la felicità in tutto questo caos?

R: Capisco che è difficile, perché per voi il mondo è già conosciuto. E‘ vecchio e non offre più sorprese! (risa). Dov’è finito quel bambino meravigliato, gioioso, creativo, l’avventura negli occhi? E’ diventato un vecchio che ha banalizzato tutto, invece di vedere “ciò che è altro e diverso”. A causa della legge del dèjà-vu, del già conosciuto, l’immagine-me trasforma la diversità infinita in una “cacatura cerebrale” o in una statua di pietra pietrificata. Il principio vivente è così crocifisso e il bruco non ha più nessuna possibilità di trasformarsi in farfalla.

E’ una sconcertante abitudine cerebrale che noi abbiamo quella di rinchiuderci nei sarcofagi del nostro passato per immaginarci che possano tornare gli stessi problemi. Questo porta: “il mio futuro è un problema, niente cambierà e il mondo è una fatalità”. E’ il prezzo di un lassismo intellettuale, di una noia di vivere, creata da un pensiero degenerato, che distrugge il mondo poetico della nostra infanzia, riportando “il nuovo al medesimo, il futuro al passato, lo sconosciuto al conosciuto, il mutevole all’immobile”. Finito il fluttuante movimento del reale, dove le cose sono senza sosta, “altre”. Allora, per rispondere alla vostra domanda, come trovare la felicità nel caos? Se ci si centra su se stessi, si dimenticano i ragionamenti, per rendere coscienti le emozioni. Vivendo le nostre emozioni pienamente, siamo nel cuore delle nostre sensazioni. Trascendendo le nostre sensazioni, scopriamo l’essenza di noi stessi. Lì non manca niente. Tutto è calmo. Un senso di unità con ogni cosa ci riempie totalmente. Ecco una pista per ritrovare la sensazione di felicità in sé.

D: Sembra che diciate che si può avere una autentica esperienza dell’ “altro” e che, qualsiasi siano le circostanze dello stato attuale del mondo, la rappresentazione dell’ “altro” può essere integrata nella visione d’infanzia che ingloberebbe l’armonia del tutto?

R: Nei ricordi calmi e inalterabili dell’infanzia, che non ha conservato la sensazione semplice e familiare di vivere in un “corpo-Mondo” dove il tempo, lo spazio e la nostra presenza si esprimeva in intime confidenze: “la leggenda di io sono quello”? Il mondo era una successione di scoperte, di appuntamenti immediati, perché il segreto e il mistero erano a cielo aperto sotto l’inscindibile bellezza del tutto… “Sono come sulle ali di una farfalla… svolazzando da un posto all’altro… la mia esistenza è leggera, nessuna parola è in grado di dire ciò che trabocca e si esprime all’infinito. Come una risacca vado e vengo da un viaggio-oceano.

Qui non provo alcuna minaccia, alcuna confusione…

Qui sono in questo… in quello… l’aria… il mare… la terra… le rose… gli iris… l’erba.. amici o nemici.

Sono l’oceano che penetra nella pioggia. Inspiro il mondo nuovo e muoio all’antico. Come la sfinge, rinasco infinitamente alla mia appartenenza, e a questa geniale bellezza. Si, emergo e vivo da sempre qui, immobile spettatore della continuità del mondo… perché il tempo e lo spazio non esistono ancora, e le parole non sono ancora nate per separare le cose… Tutto m’appariva sconfinato e cucito insieme nel “corpo della mia coscienza”.

Qui, sono caduto in me e provo il miracolo d’esistere… sono il mondo neonato. Sono tutto questo e i miei nomi sono: l’albero, la libertà, l’amore, le gioie, le pene, gli altri, il quarzo, il risveglio, il torrente di montagna e la gioia senza fine… perché amo ciò che non conosco ancora in questa umile e modesta presenza terrena.

D: Ma perché non sappiamo conservare questo presente terreno!

R: Perché non viviamo la nostra vita, qui e ora, noi la pensiamo. Così la realtà ci sembra difficile e cerchiamo la felicità altrove, più tardi. “Quando sarò, quando avrò” cioè in un concetto, una proiezione, un’idea di felicità. Siccome il “ mio” mondo è noioso e senza valore, reclamo qualcos’altro. Lascio allora il dono nascosto che la vita mi offre in questo momento, per ubriacarmi di futuri cambiamenti immaginari. Compensano la mia noia viaggi esotici o oggetti-portafortuna. Sotto la copertura di conoscenze spirituali, di “illusioni trascendenti” come la salute perfetta, la vita senza emozioni, lo stato di vuoto senza pensieri, un paradiso senza “altri” (che mi criticano o mi disapprovano),che mi rubano il mondo immediato e il regalo già donato (risa).

Infatti, il soggetto si proietta in una felicità futura perché gli manca qualcosa. Ora, lui non è separato che da un’immagine di se stesso. Questa idea di dissociazione tra “essere la coscienza diretta sul teatro della vita” e “pensare di essere assenti dal teatro” crea la dualità, la mancanza, la separazione.

Su questa base concettuale errata della lettura della realtà, l’idea pura dell’infanzia resta in attesa, si dimentica, non scompare ma sonnecchia. Il soggetto agisce nel quotidiano, ma si annoia dall’inizio… Allora ha tragicamente l’impressione di bisogno e di mancanza di essere.

D: Come fare per risvegliarsi da questo nottambulismo?

R: La natura del pensiero è felice prima del risultato da ottenete: “devo essere felice…”.L’importante sul cammino da qui a qui è portare l’attenzione sul percorso, non sulla linea d’arrivo, il traguardo. L’intenzione di scegliere di Essere non è un atto passivo, ma un’intenzione di esprimersi. L’intenzionalità mostra quella particolarità innata che ha la coscienza di essere cosciente di qualche cosa e di dirigere l’intenzione intelligibile verso ciò che “veglia prima di pensare”. Questa intenzione attiva e amorevole risveglia il legame tra l’oggetto di osservazione e il soggetto puro. Diventando l’osservazione sempre più purificata, sempre più staccata da ogni previsione e anticipatazione, diventa allora un atto di auto-osservazione assoluto come una continuità d’Essere, senza perdersi o lasciarsi, una presenza a se stessi, appuntamento eternamente rinnovato.

La coscienza non è né uno stato, né un oggetto o un contenitore, ma un processo dinamico. La coscienza è un’intenzione ludica e felice di esserci, manifestandosi sempre più nella realtà di tutti gli esseri.

Così, quando ritroviamo l’intenzionalità del cuore, quando facciamo questo gesto spirituale di libertà, ci troviamo pieni di gioia, luminosi come un neonato che nasce a un nuovo mondo.

D: E’ il nirvana?

R: Qui, nessuna promessa d’estasi, nessuna chimera o pittoresca magia per spezzare la noia, ma una relazione con l’intelligenza del vivente, una relazione diretta, immediata con il soffio che porta la speranza felice della nostra umanità.

Qui, in questa semplicità, in questa gioia senza oggetto, vivo felice in una presenza che non posso né perdere né lasciare. I giorni e le notti sono come una nota che rinasce da mondi infiniti che si rinnovano continuamente. Allora la felicità terrena è gioiosa come un coro di scuola e le mie parole-silenzio voltano le pagine della vita senza criticarla.

Qui, la felicità è essere in vostra compagnia e negli occhi sconosciuti che leggono queste pagine. Sono molto sensibile all’amore dei miei vicini e di tutti i miei amici che illuminano la mia esistenza, perché è il mondo che s’impara, è il mondo che prova un’emozione pura di fratellanza, è il mondo felice che si trova trasformato.

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