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Meditare è guardare per la prima volta di Jean Bouchart d’ Orval.

11 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 67 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

D: Avete già insegnato la meditazione, ma sembra che da qualche anno ne parliate in modo diverso. Cos’è meditare per voi? Che genere di meditazione raccomandate?

R: Jean Bouchart d'Orvaldiventare un essere realizzato, allora cosa fate di davvero diverso dalla maggioranza degli esseri umani che calcolano e sono inquieti senza tregua?

Invece, se vi dedicate a degli istanti liberi da questo genere di arrivismo e di piccolezza – e di quei momenti sorgono ogni giorno, basta essere attenti – allora, uscite dall’abitudine. L’atto che non è ostacolato da alcuno scopo è pura potenza. La meditazione libera da qualsiasi direzione volontaria, è puro splendore.

Come voi dite, a una certa epoca mi è successo di tenere “corsi di meditazione”. Questa infelice formulazione ha forse lasciato credere che ci siano istruzioni speciali, qualche cosa da fare, da imparare, da memorizzare e portare con sé per tirarla fuori più tardi, quando si incontra la difficoltà a far fronte alla vita. No. Non ci sono sistemi, non ci sono trucchi. Fate la domanda di un “genere” di meditazione. Ora, finché la meditazione ha un genere, si tratta di un’attività mondana. Non è questione di meditazione buddista, di meditazione zen, di meditazione dinamica, di meditazione sufi, ecc. Tutto ciò è fumo negli occhi, spettacolo; non lasciatevi impressionare dalle immagini, per il decoro e la reputazione che si sono con fatica fatti i guru alla moda, i conduttori di ashram e i direttori di scuole di meditazione, che siano occidentali o orientali. Vedete, anche i cristiani tentano disperatamente di recuperare questa parola popolare da qualche decennio: dopo duemila anni di inutili chiacchere e la condanna della meditazione dell’attuale papa, c’è ora una meditazione cristiana…

La questione di un “genere di meditazione” è quella legata ad un’autorità spirituale e a tutte le stupidaggini che vengono con quello. Sono stato personalmente testimone del desolante spettacolo di esseri umani prigionieri di un sistema di meditazione e di un’ideologia di liberazione personale; ho visto persone, a prima vista molto brillanti, essere completamente soggiogate dal pensiero, un infelice “essere realizzato”, afflitto dal bisogno compulsivo di essere approvato e ammirato. Le ho viste aderire ad una dottrina e seguire la linea del “partito” con la stessa cecità dei gesuiti o delle guardie rosse cinesi ai tempi di Mao. Bisogna aver visto i romantici adepti di quei gruppuscoli settari invischiarsi per anni in luoghi esotici per concentrarsi. Bisogna aver visto tutte queste persone ritirarsi in questi campi di concentramento e mettersi spesso dei tappi alle orecchie per “meditare”, per non sentire il rumore del mondo, che altro non è che il rumore di Dio. Posso testimoniare che venti, trent’anni più tardi, questi dormienti fanno sempre le stesse domande e ricevono sempre le stesse risposte, formulate nella stessa maniera, con le stesse parole. Dietro i farfugliamenti psicologici fatti dal loro guru attorno al tema, i credenti si sentono sempre freddolosi davanti alla vita e ai suoi grandi spazi aperti.

Ringrazio gli dei di avermi messo in contatto con quella caricatura, dove il maestro è incapace di sentire la minima critica o un accenno ad un altro approccio e dove i discepoli si sentono immediatamente minacciati al suggerimento di un altro sistema o, supremo orrore, all’assenza di sistema. Questo fu per me una grande lezione: ho visto come nascono le sette – tutte le sette, di cui la più grande è la chiesa cattolica -, i sistemi, gli inquadramenti e le strutture. Ero seduto ai primi posti.

Mettere pesantemente l’accento su una qualsiasi tecnica e su una ideologia per liberarsi, è una strategia per non sentire più la propria vita così com’è. Questo riflesso patologico di fronte alla paura e alla sofferenza (che non è nient’altro che avere problemi con la realtà) è, certo, un rimandare. Questo rimandare può essere necessario quando la nostra traiettoria passata nello spazio-tempo non ci lascia scelta, ma è pur sempre un rimandare.

Per favore, siate un po’ seri! Se avete la capacità di capire questo, allora non sarete più ridotti ad andare a fare la coda per delle ore per ricevere l’abbraccio di una figura esotica, a incentivare le romantiche immagini popolari. Non sentirete più il bisogno di questo genere di pagliacciate. Sarete liberi da questa “freddolosità” che è la religione, sotto qualsiasi forma. Le religioni, le ideologie, i gruppi gerarchici, con i loro leader, la loro autorità, i loro dogmi, le loro tecniche e i loro programmi, per evitarvi di sentire la miseria di ciò che avete accatastato nella vostra vita, sono delle calamità, dalle quali potete liberarvi subito, senza tante storie. In tutti i gruppi religiosi, attorno a tutte le autorità spirituali, si trovano invariabilmente le stesse promesse di stare meglio più tardi. Dovete accettare di pensare e di vivere in quella maniera, di praticare quel rituale o quella meditazione, di borbottare quel mantra, tutte cose che vi insensibilizzano e vi rendono stupidi ora, allo scopo di liberarvi più tardi. Credete davvero che tutte queste sciocchezze vi possano essere di qualche utilità per vedere chiaro e comprendervi? Non dico che non bisogna sentirsi in risonanza con una corrente spirituale quando si presenta un’evidenza, ma identificarsi in un gruppo, voler far carriera nel buddismo o nel cristianesimo, è un sintomo di paura o di noia. Sarebbe meglio per voi sentire la vostra paura o la noia della vostra vita e di vederci chiaro, invece di andare a nascondervi e tremare in gruppo dietro una dottrina di liberazione futura.

Quando praticate una tecnica, ripetete sempre la stessa cosa, provate a rivivere la stessa situazione, per esorcizzare tutto ciò che rimette in questione il vostro sapere sul mondo e su voi stessi. E’ completamente meccanico. Come potete sperare che un mucchio di condizionamenti vi porti un giorno alla libertà? E’ questa la grande illusione di questo genere di pratiche spirituali, la cui principale utilità è di far girare gli affari di quelli che vogliono salvarvi a tutti i costi, di quelli che vogliono liberarvi senza che siate presenti nella vostra vita, in breve, di tutti quelli che si credono indispensabili nella vostra vita. Si può comprendere la pratica di tecniche per imparare un’abilità professionale, per imparare il clarinetto o la boxe, ma per vivere la libertà…..

Cosa c’è dunque dietro questa nevrosi ben radicata che consiste nell’affidarsi ad una tecnica, o ad un altro essere umano, o a un modo di pensare, o ad una nuova droga? La paura! La paura di sentire che in fin dei conti non si è assolutamente niente, o, almeno, niente di tutto ciò che si è potuto immaginare, comprese le immagini infantili che ci si crea su “Dio” o sul “Sé”. Non è un biasimo per quelli credono che una tecnica o un guru li dispensi dal vedersi e dal comprendersi: l’essere umano è ridotto a quelle sciocchezze perché non ha scelta, perché non ha la forza e l’umiltà di essere semplice, diretto e onesto con se stesso. Così, non potete domandare a un bambino di tre anni di comprendere ciò che un adulto può comprendere. Non si può imporre niente a nessuno. Non c’è alcun giudizio, solo una constatazione. Se invece avete l’umiltà di sentire questo senza paura, senza ritornare a dormire davanti a un “risvegliato”, in un gruppo o dietro un’ideologia, allora forse potete scoprire da soli che tutto è molto più semplice e infinitamente più bello di quello che la vostra memoria vi infligge.

La meditazione non ha veramente niente a che vedere con una tecnica. Meditare è guardare per la prima volta, mentre praticare una tecnica consiste nel ripete per l’ennesima volta. Concentrarsi è astrarsi dalla vita, un mancare di rispetto a ciò che è lì. Cos’è che non volete vedere nella vostra vita, e perché? Non c’è da concentrarsi, non c’è che da ascoltare, guardare. Meditare non è fuggire gli oggetti, né andare a pesca per prenderli: sono due facce della stessa mancanza di maturità. Tutto ciò che ci si attende, tutto ciò che si spera, tutto ciò che si può comprendere, sono degli oggetti, cioè qualcosa che un osservatore taglia da ogni parte in rapporto ad altri “oggetti” e in rapporto allo sfondo silenzioso. Se andate a caccia, o a pesca, nel fitto del bosco rischiate di uccidere un animale o un pesce che, come voi, non domanda che di vivere. Non è certo segno di una gran sensibilità, ma quando andate ogni giorno alla pesca interiore per acchiappare qualcosa di sostanziale, date prova di una insensibilità ancor più fondamentale: forse non ucciderete un animale, ma ucciderete, o almeno seppellite, ciò che è vivo in voi. In capo a qualche anno, ingrosserete le file dei vecchi crostini che galleggiano nella zuppa cosiddetta spirituale del vecchio pianeta. Cercare di distinguere un oggetto, cercare di comprendere, cercare uno stato di coscienza, voler trascendere il mondo, diventare un essere realizzato, tutto ciò riflette una mancanza di chiarezza ed è ancora un compromesso.

D: Ma, allora, la parola meditare ha un senso per voi?

R: La meditazione è il totale rispetto di ciò che è lì, il rispetto della vita così com’è. E’ il rispetto di ciò che chiamo la mia vita, con il mio corpo e il mio psichismo, così come sono. È la non-violenza perfetta. Vuol dire che non agite più in un altro posto, o più tardi. Non pensate più alla vostra vita, ma la vivete direttamente e con chiarezza.

Sapete cosa vuol dire vivere? Vuol dire essere presenti: sentire, gustare, guardare, ascoltare. Non è anestetizzare questa sensibilità vivendo in un mondo astratto, intessuto di nozioni fatte di parole. Quando vedete un albero, un cervo, un uomo, vi date veramente alla visione e anche a ciò che sentite in voi, vi abbandonate al tocco inferiore. Non state valutando l’età dell’albero, se è un cervo bello, o un uomo simpatico. Certo, tutte queste nozioni vi possono arrivare – non scegliete! – ma non mettete l’accento su di loro. Siete troppo occupati a sentire, a toccare, a gustare, per aver il tempo di rincorrere concetti e opinioni.

Manca il tempo….. In generale, quando si percepisce un oggetto, un viso, o un’energia, cosa si fa immediatamente? Ci si allontana dalla realtà per andare verso le immagini suggerite dalla memoria. Così è vivere in modo astratto, complesso, virtuale. La vita è molto semplice, tranne quando la si guarda attraverso la nebbia della memoria. Osservate bene! Notate ci che accumulate al di sopra della percezione dell’oggetto fisico o mentale. Guardate ciò che costruite ancora che soffoca e spegne lo sguardo. Nel momento stesso in cui tuffate la mano nuda nella neve, non c’è niente da pensare, da giudicare, da analizzare, né da classificare. Nel momento stesso in cui sentite la tristezza, la collera, o la paura, non c’è più da pensare o da “comprendere”.

A un certo momento, vi sembra strano cercare qualcos’altro da ciò che è lì, un’altra cosa da ciò che è offerto dalla vita. Veramente, questo sembra molto strano. Guardate i piccoli – quelli degli esseri umani e quelli degli animali – guardate come essi non sono che sguardo, ascolto, sensibilità, attenzione. È universale, è innato; ecco la nostra vera natura. Non è un segno chiaro? È con l’accumulo delle impressioni mentali, lasciate dalle innumerevoli esperienze passate, che ci mettiamo a vivere nell’abitudine. Con il tempo accettiamo l’idea che non è la prima volta, la sola volta, che apriamo gli occhi sul mondo. La nozione di oggetto allora si impone e non ci viene più di dubitare della realtà delle nostre immagini. Il nostro cervello, molto presto nella nostra vita, ha eretto un’immagine del “mondo” a partire dalle impressioni dei cinque sensi. Da allora siamo convinti della solidità delle cose “laggiù” e di un me “qui”. Ma se prendete degli allucinogeni, vedete in modo diverso e con la stessa convinzione. È davvero necessario drogarsi per vedere l’aspetto falso delle nostre fragili immagini del mondo? Basta essere attenti! Per quanto tempo andiamo a sognare e a sostituire un’immagine con un’altra?

La vita meditativa è la maturità dello sguardo, in cui non c’è più la solita corsa bovina verso gli oggetti. È un persistere dello sguardo. È per impazienza che ci gettiamo su oggetti e situazioni. L’impazienza è la paura e questa paura si fonda unicamente su un pensiero.

Meditare è persistere con ciò che è lì. Questo implica il rifiuto delle immagini. Non combatterle, non cercare di distruggerle., cosa c’è da combattere? No. Consiste nel rifiutare di accontentarsi del pallido riflesso della realtà che è l’immagine di se stessi. Quando state con “ciò che è lì”, ad un certo momento questa attenzione diventa silenzio, meraviglia, rapimento, tranquillità.

La nebbia delle immagini si dissipa e resta una lucidità, nella quale non c’è più oggetto né soggetto. Meditare è vivere senza localizzarsi. Non c’è che puro sguardo, pura attenzione.

Vivete nel marasma solo per mancanza di convinzione d’essere puro sguardo, pura luce cosciente. Convinzione vuol dire evidenza diretta, non conclusione intellettuale. Gli intellettuali vivono nella stessa paura degli altri, a causa della stessa deficienza di convinzione. Senza quella evidenza diretta, la vita sulla terra non è che un interminabile errare per tentare di spegnere la sete di esperienze e di comprensione. Finché non siete presenti a ciò che è lì nella vostra vita, chiaramente, semplicemente, non potete veder chiare le vostre costruzioni mentali e realizzare ciò che hanno di virtuale. La realtà sta sempre soffiando sul castello di carte fabbricate da voi, ma, finché fuggite di situazione in situazione, di pensiero in pensiero, siete come l’impaziente che entra in una stanza scura provenendo da fuori in inverno: tutto stordito dal chiarore del sole sulla neve, non vedendo niente per i primi istanti, si ritira da questa stanza, torna fuori, poi rientra di nuovo in un’altra, senza aver mai visto niente. Così rattristati, avete fatto il giro della vostra casa e vi sentite sempre così vuoti. Il nostro sguardo ha bisogno di una certa persistenza per distinguere. Allora, quella che chiamo meditazione è questa persistenza dello sguardo, questa insistenza dell’attenzione, senza scopo, senza proiezione di ciò che potrebbe vedere. D’altronde, non c’è niente da vedere! Nel cuore di quella attenzione, non sussiste presto che la pura luce cosciente, che è la vita stessa.

D: Parlate dello sguardo che si esercita. Non somiglia ad una pratica?

R: Non ci sono elementi tecnici di cui impossessarsi qui. Chi vi può insegnare lo sguardo? Esistono molte “tecniche di meditazione” sul mercato, ma si tratta di un artificio di marketing. Si può certo creare uno spazio meditativo, ma ciò che ci sarebbe da dire su una tecnica meditativa si riassumerebbe in poche parole. Dette queste, è vero che lo sguardo si esercita e diventa più competente, quando ci si dedica a dei momenti di silenzio senza scopo. È quello che vi permette di essere presenti quando soffia il vento della vita sui vostri piani e le vostre certezze. Ma non è qualcosa da praticare con lo scopo di essere presenti più tardi. Non è da memorizzare e farne tesoro. Questo viene come conseguenza naturale, non come un obiettivo da raggiungere. Quando siete rivolti verso un altro momento, voi dormite, sognate. Per esempio, quando avete finito i lavori della giornata, siete seduti e siete lì. Non andate a vedere altrove, non cercate ciò che potrebbe distarvi alla televisione, non cercate nel taccuino il numero di telefono di un amico che potrebbe essere il vostro clown di servizio per quella sera. Guardate ciò che è lì, sentite il vostro corpo, senza provare niente. In meditazione, non siete tenuti a niente, soprattutto a “meditare”! State semplicemente. Non c’è niente da seguire, niente da rifiutare. Lasciate venire, lasciate andare. Assistete a ciò che è lì, compreso ciò che la vostra memoria chiama “niente”. “Niente” è un altro concetto. Non c’è mai “niente”: voi siete sempre lì in quanto puro sguardo. Ma non provate a guardare questo “puro sguardo”! Realizzate che siete persi nei vostri pensieri? E allora? Assistete a questo, soltanto. Da sempre non fate che assistere alle modalità che chiamate la vostra vita. Vedrete presto che tutto è vuoto di sostanza, che non ci sono cose separate dallo sguardo, veramente!

D: Che posto riservate alla preghiera?

R: Pregare, nel senso in cui si adopera questo termine nella maggioranza del tempo, non ha un gran senso. Per la maggior parte delle persone, pregare significa domandare, supplicare “Dio” di intervenire nella loro piccola vita miserevole. Ma anche questo genere di preghiera è almeno il segno di un inizio di umiltà. Quando le loro solite strategie non sembrano portare guadagni, i superbi e gli arroganti si mettono a pregare. Quando i nazisti hanno invaso l’Unione Sovietica, nell’estate del 1941, e tutto sembrava perduto, perfino Stalin ha fatto riaprire le chiese…..

Per la maggior parte delle persone, pregare è un riflesso: tremano quando hanno freddo, tossiscono quando la gola ha il solletico e pregano quando hanno paura e non capiscono più niente.

Questo riflesso è ancora una strategia che mira in direzione di un qualunque se stesso; è una attività mondana e volgare. Vedo bene che, con un modo poetico, ci si rivolge ad una divinità o che, con lo stesso modo, si domanda a volte qualcosa per la propria vita personale, ma allora quella domanda non dovrebbe essere formulata a partire dalla convinzione d’essere un’entità separata. Certo, la letteratura sacra è costellata di preghiere che somigliano a delle domande, persino a delle implorazioni. Ma è sempre c un modo poetico.

Potete benissimo chiedere, ma con la stessa maniera in cui chiedete il sonno quando andate a dormire. Non potete provocarlo. Certamente, se non vi distendete, non dormirete. Allora interrogate il dio del sonno. Andate a distendervi per suggerire il sonno, andate a vedere se è là. Il resto non è nelle vostre mani in quanto persona. In altre parole, il vostro corpo e il vostro psichismo sono i docili strumenti del dio. Non siete là come persona che esige di dormire. D’altronde, cosa succede quando vi distendete con l’idea che dovete dormire ad ogni costo, che voi volete dormire…..

Pregare potrebbe essere questo: essere coscientemente lo strumento della vita. Potete allora interrogarvi per vedere se il vostro fegato non potrebbe liberarsi da certe energie, per vedere se il vostro nervo sciatico non potrebbe sciogliersi, per vedere se il vostro amico non potrebbe vedere schiarirsi la sua vita; cose come queste. Ma fatele sempre sperando che succeda quello che deve succedere. È il senso della preghiera di Gesù nell’orto degli ulivi, che domanda: “Padre, se è possibile, che questo calice si allontani. Però, non come voglio io, ma come tu vuoi”. In realtà, è il Padre che fa tutto, che è tutto. Il Padre, in quanto Gesù, non dubita di questo e può dunque “domandare” senza fuorviarsi, come fanno gli altri esseri umani. Di qui, la potenza delle sue “domande”. È proprio così che i malati guarivano in sua presenza.

Allora, quando pregate, non intervenite in quanto  immagine in cui  vi siete identificati da così tanto tempo; voi, semplicemente, non ci siete.

Quando pregate così, non mancate più di rispetto verso Dio, credendo che possa esserci qualcos’altro che non sia Lui.

Potremmo forse terminare con la preghiera di Maitre Eckhart: “E ora, che Dio ci aiuti a raggiungere quella luce eterna!”.