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La fine della colpevolezza? di Wayne Liquorman

16 Gennaio 2011

tradotto da 3emillenaire n°98

A cura di Luciana Scalabrini

Primo intervento: Mi sono occupato dei membri della mia famiglia, e in particolare di mio fratello.
Quando vedo le prove che ha incontrato sul piano fisico mi è difficile non essere in collera.
Oggi, in certo modo, perde la testa. Ce l’ha con me e ho anche paura che si suicidi.
Di fronte a questo non mi sento libero. Vorrei non sentirmi colpevole se si suicida…

W.L.    Nessuno vuol sentirsi colpevole.
Non posso darvi una tecnica che impedisca al senso di colpa di manifestarsi.
Ma l’insegnamento che viene qui, all’istante, può ridurre ciò da cui proviene la colpevolezza, poiché essa si manifesta a partire dal sentimento di essere responsabili di ciò che accade, cioè di esserne l’autore.

Nella misura in cui diminuisce la convinzione di essere autore dei propri atti, la colpevolezza scompare in un modo naturale. La colpevolezza non ricompare, ma se dovesse succedere,  quell’insegnamento si attualizza e spezza la possibilità di affliggervi.

Realizzare che non avrei mai potuto agire diversamente da come ho fatto, non è una filosofia ma una convinzione; la colpevolezza è tolta alla radice quando giunge quella convinzione.

Interlocutore:   Capisco quello che dite, ma quella convinzione non c’è.

W.L.     Ma noi ci lavoriamo! Cercate sempre di vedere ciò che potete fare come autore dell’azione….Ed è ciò che stiamo facendo ora, in questo momento. Poi vedremo ciò che succede, ma la possibilità c’è. La breccia si è aperta.

Secondo intervento:  Possiamo prenderci per colui che agisce, è vero, constato che io non sono i miei pensieri o il tempo che passa e che non sono l’ego.
Ma perché questa comprensione non mi libera dalle turbolenze del me?

W.L.     Nella mia metafora preferita dell’onda e dell’oceano, tutto ciò che è e che esiste è oceano.
Le onde sono i movimenti dell’oceano e dunque tutti gli oggetti nell’universo sono onde.
Le onde hanno un inizio, una durata e una fine.
Voi e io siamo onde, e abbiamo un inizio, una durata e, mi dispiace di dovervi dire che avremo una fine.

In quanto onde siamo sempre sia onde che oceano. E a volte abbiamo la sensazione di essere separate dall’oceano e abbiamo l’impressione di essere frammenti dell’oceano e tentiamo di ritornarci.
Allora con pratiche spirituali immaginiamo di aiutarci a ritornare all’oceano o che questo accadrà alla nostra morte.

Ma nella mia metafora, non c’è nessuna possibilità di separazione, perché tutto è oceano.
Da nessuna parte può prodursi una separazione, perché l’oceano è dappertutto.
Con la vostra esperienza il senso di separazione cade e sperimentate il senso di far parte del Tutto.
Ma il senso errato di essere autore dei propri atti ritorna e vi sentite di nuovo separati.
Con il senso di essere separati viene l’impressione di potenza, di essere capaci di fare.
Quel sentimento sbagliato va e viene.

Interlocutore:   Ma perché nel momento in cui constato di non essere autore dei miei atti,quello non è così potente, così forte da fare esplodere la carcassa dell’ego?

W.L.     Non lo so. A volte lo è, a volte no. Non rispondo mai alle domande perché… Il perché è una storia che si sovrappone a ciò che è, ci sono moltissime storie… E allora ne prendete una ,quella  che vi conviene.

Nuovo intervento:    Nella metafora dell’onda e dell’oceano, l’onda no ha coscienza di esistere, mentre io ho coscienza di esistere.

W.L.      Ma si, l’onda ha coscienza della sua esistenza come onda: “sono un’onda, sono nata il tal giorno, ho delle esperienze, dei ricordi, ho un sapere”, questo è il contenuto dell’onda, che le dà la sua forma e ciascuna è differente.

Interlocutore:    Ciò che volevo dire è  che l’ego, il me, è un meccanismo. Si ha la libertà di vedere quel meccanismo e così mettervi un freno?

W.L.      A volte si, a volte quello capita.

Primo interlocutore:     Parlavate del senso errato di essere autore dei propri atti e di sentirsi potente.
Ma ho l’impressione che lo stesso senso sbagliato può dare il senso di impotenza e forse la colpevolezza.

W.L.    Quel senso di impotenza è quello di essere una vittima ed è conseguente al senso di avere un potere. Si tratta perciò della stessa cosa, che implica la possibilità di avere potere o di non averlo abbastanza.
Quando l’insegnamento evoca l’impotenza, parla dell’assoluta impossibilità di avere qualsiasi potere.

Interlocutore.     Nella mia esperienza sento qualcosa di rassicurante nel fatto di non essere più occupato dall’idea di avere o non avere un qualsiasi potere.

W.L.     La liberazione, è quello.