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La natura del reale di Jean Charon

4 Marzo 2011

Dall’archivio di 3millenaire, a cura di L. Scalabrini

È la rappresentazione generata dallo spirito e la sua rappresentazione solamente.

A dispetto del favore di cui gode la fisica nella nostra civiltà contemporanea, l’opinione senza dubbio più diffusa, che è anche quella della maggioranza dei fisici, è che il problema di Dio e più in generale della spiritualità, è fuori dal campo d’indagine della fisica. Dio, pensano, è una questione che riguarda  i teologi, i filosofi, forse i biologi, ma cos’ha a vedere la fisica in un problema che trascende l’osservabile? Perché, qual è l’obbiettivo della fisica se non è quello di sintetizzare in modo semplice e coerente tutti i fatti osservabili conosciuti? Dio non entra per niente in quella ricerca delle leggi della natura verso cui tendono gli sforzi dei fisici.

Un esame più attento rivela però che la fisica è confrontata col problema di Dio in almeno due direzioni di ricerca: quella della creazione dell’universo e quella della natura ultima della realtà. Una sintesi coerente del mondo non può mai accontentarsi di far emergere quell’immenso universo d’energia dal niente, come un prestigiatore: sembra che la fisica  sia costretta a dire qualcosa su questo. Peraltro,  di cosa è fatta in ultima analisi la realtà che osserviamo, cioè quello che siamo abituati a chiamare il reale? Il reale si riduce agli esseri della cromodinamica quantica? O allo spazio- tempo e alle sue forme, come propone Einstein? O esiste una realtà velata, ancora più profonda di quanto non ci riveli la nostra conoscenza, un reale inaccessibile per sempre ai nostri sensi, che si confonde con ciò che a volte si designa come l’Essere, l’Assoluto….o Dio.

Queste questioni non datano da ieri, sono state all’orizzonte della fisica da Aristotele. Ma hanno preso in fisica contemporanea una nuova acutezza, dal fatto che , come vedremo, sono diventate operative in questa disciplina del sapere. In effetti, nella misura in cui si precisava la luce che metteva la fisica tanto sul problema dell’universo nel suo insieme  detto dei modelli cosmologici, che sul problema della struttura più fine che può prendere la materia, quello delle particelle elementari, si è rivelato che la precisione delle risposte che la fisica era in grado di dare sui limiti estremi dell’universo, il tutto e l’uno, non era indifferente all’approccio filosofico che i fisici adottavano per apprendere la sostanza e la forma.
Nel presente articolo esamino come la fisica moderna tratta l’importante problema del reale.

Idealismo e Realismo

Due ottiche estreme si oppongono una all’altra, quando si tratta di formulare idee o piuttosto di proporre ipotesi sulla natura del reale: il reale esiste indipendentemente  da ciò che il nostro spirito può rivelarci su di lui, questa è l’interpretazione realista del reale. O, al contrario e tenuto conto che inevitabilmente  ciò che la fisica afferma è quello che la mente del fisico afferma, non bisogna risolversi a dire che il reale  deve limitarsi alla rappresentazione che la nostra mente è capace di dare dell’universo ma è dunque quello derivante dall’essenza di natura psichica, o spirituale: questo è chiamato idealismo.
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Queste due concezioni si sono confrontate in tutti i tempi: Democrito dichiarava già che il reale si riconduceva a dei piccoli grani di materia, che chiamava atomi, confermando la sua attitudine realista, come lo fa alla nostra epoca la tendenza cosiddetta scentista.. Ma Protagora alla stessa epoca di Democrito sosteneva al contrario che “l’uomo è la misura di tutte le cose”, opinione che sarà ripresa dal filosofo inglese Berkeley nel 18° secolo, poi da quella che si chiama la filosofia dell’osservabile, o dell’esperienza, incoraggiata dalla scienza del nostro tempo, poi più recentemente da un neo- idealismo. Su cui conviene fermarci un po’, perché è al cuore dei temi dei rapporti dello spirito con la fisica contemporanea..

Verso un neo- idealismo

All’inizio del 1900 l’approccio della fisica verso il suo ambito di indagine, cioè verso il reale, era ancora il seguente:

C’era un insieme di fenomeni che riempivano l’universo, insieme che chiameremo il conoscibile. Era lì da tutta l’eternità. L’osservatore  aveva uno spirito che, alla maniera di un proiettore, stava a poco a poco illuminando un certo numero di fenomeni dell’insieme conoscibile e la fisica metteva questi in un sotto- insieme di conoscibile che si può chiamare il conosciuto. L’ambizione ultima della scienza era che, col tempo e il miglioramento delle tecniche di indagine, avrebbe finito per mettere nel conosciuto tutto l’insieme conoscibile, compreso lo spirito conoscente stesso. Questo approccio implicitamente supponeva che niente del conoscibile potesse essere nascosto alle capacità luminose del nostro spirito; e peraltro supponeva anche che i meccanismi profondi del nostro spirito non perturbassero per nulla la cosa osservata, cioè che fosse l’essenza stessa del reale che scoprisse poco a poco la visione scientifica. Era quella l’attitudine strettamente realista, che conferiva alla scienza un potere senza ombre e anche senza limiti.

Ma verso il 1920 i fisici cominciarono ad avere sempre più dubbi sulla natura di ciò che rivelava loro l’osservazione L’idea si chiarì di giorno in giorno, ma non che lo spirito non fosse capace di apprendere tutto l’osservabile, ma che quell’osservabile non era forse l’essenziale del reale, che qualcosa nel reale era forse non osservabile per natura. Questo fu riconosciuto con l’avvenimento in fisica del probabilismo e della forma primitiva della meccanica quantica. Così non era più possibile conoscere simultaneamente, con perfetta precisione, la posizione e la velocità di una particella ad materia e quello non a causa del fatto che non disponiamo di strumenti perfezionati, ma “per principio”. La natura sarebbe cosiffatta che conserverebbe  zone d’ombra per sempre inaccessibili tra quelle che lascia apparire al nostro spirito osservatore. Per i fisici  fu allora necessario lasciare entrare in fisica l’idea che l’osservabile cioè il conoscibile, non fosse completamente un riflesso fedele del reale.

Allora si presentarono due attitudini: quella che diceva, poiché solo gli osservatori umani scrivevano la fisica,  dovevamo accontentarci di dire  che il reale era ancora l’osservabile, e porre la fisica intera nel quadro ci ciò che si chiama la filosofia dell’osservabile; poi, un’altra attitudine, quella di Albert Einstein, che vuole che la filosofia dell’osservabile non porti ad una descrizione completa del reale, che bisognava ad ogni costo andare alla scoperta di elementi nascosti di cui non rendeva conto la meccanica quantica e il suo probabilismo; in breve, che bisognava che ci fosse un reale soggiacente all’osservabile e che non era “per principio” interdetto alla conoscenza umana.

Einstein, padre involontario del neo- idealismo

Per quasi un mezzo secolo e nonostante Einstein, la fisica si è sviluppata sulle basi della filosofia dell’osservabile. Ma l’idea di Einstein che degli elementi non osservabili potessero fare compiere un nuovo passo in avanti alla fisica doveva lentamente portare dei frutti ed ha finito per sfociare non su un ritorno al realismo, ma su un vero neo- idealismo… e ciò ha sorpreso Einstein stesso poiché sosteneva una tesi che voleva aderire all’antica opinione di Protagora, secondo cui l’uomo e il suo spirito sarebbero “la misura di tutte le cose”, perciò una tesi idealista.

Tre elementi della fisica di questi ultimi anni hanno contribuito in modo essenziale a quel neo- idealismo. Esaminiamoli.

La partecipazione dello spirito alla cosa osservata

E dipendeva dai presupposti che sceglieva di adottare. Ma certi prolungamenti della meccanica quantica e i loro rigorosi esami critici, potevano dare a credere ad una vera partecipazione dei meccanismi dello spirito stesso e non solo della scelta che lo spirito faceva dei suoi assiomi di base per costruire la sua visione del mondo. Questa opinione si è concretizzata a ciò che si chiama in fisica contemporanea il principio antropico. Che afferma che l’osservatore impone obblighi agli stati dell’universo e questo traduce nel fatto che l’esistenza dell’uomo costringe l’universo a avere certi valori numerici delle sue costanti dette fondamentali, la costante della  gravitazione. Certi fisici non hanno tardato a concludere che in tutti gli universi il creatore avrebbe potuto generare, solo quello capace di  contenere l’uomo aveva veramente creato. Ma questo alle nostre orecchie suona come un ritorno allo antropocentrismo e per evitarlo ci occorre senza dubbio preferire l’idea di Berkeley e Shopenhauer: il mondo non è che rappresentazione, cioè che le cose non sono ma non sono che quello che si pensa di loro. Noi vorremmo conoscere il mondo come è ed è questo spirito che lo produce, non con come è, ma come lo vediamo ; le leggi dette della natura sono allora le leggi dei meccanismi del nostro spirito e questo spiegherebbe che l’uomo ritrova le costanti numeriche associate a se stesso quando osserva l’universo: sono infatti caratteristiche  dei meccanismi del suo spirito e non di un universo che aveva creduto essere indipendente dal suo spirito.

La non- separabilità dei fenomeni

Il secondo elemento della fisica moderna è la scoperta che si è chiamata non- separabilità. Si è potuto infatti dimostrare che in certe condizioni fenomeni distanti l’uno dall’altro erano capaci di interagire come se non ci fosse nessuna distanza. Un po’ come se due individui sottoposti ad un esame separati da chilometri con solo50% di possibilità di riuscire, si comportassero in un modo che se l’uno riusciva, anche l’altro riusciva, e se uno falliva anche l’altro falliva. Tutta la fisica antica aveva detto che ,poiché si trattava di due avvenimenti indipendenti, ciascuna delle persone sottoposte a esame  avrebbe avuto il suo 50% di possibilità si riuscita o di fallimento. Ora, qui tutto accade come se la riuscita di uno influenzasse l’altro a distanza e lo costringesse. In breve, la fisica attuale dimostra che i fenomeni osservabili non sono separati. Questo non è spiegabile con scambi d’informazione; si tratta di avvenimenti così distanti che la luce non avrebbe il tempo di viaggiare da un avvenimento all’altro, il primo prevenendo l’azione del secondo.  Si è dunque portati a pensare che si può avere ad un certo livello del reale relazioni istantanee tra tutti i punti dell’universo. Ma allora cade che la prima obiezione che era stata fatta all’idealismo, quella della soggettività: come accade, se la rappresentazione del mondo è quella del nostro spirito, che molte persone si accordino su ciò che percepiscono? Non dovrebbero avere ciascuna la propria rappresentazione? Come diversi osservatori avrebbero la stessa percezione ? La non- separabilità lo spiega: noi constatiamo gli stessi fenomeni perché gli spiriti non sono in realtà interamente separati l’uno dall’altro ad un certo livello del reale, Essi vivono nello stesso giardino e si mettono d’accordo sul colore delle foglie ed il profumo dei fiori.

La scoperta degli universi- buchi

Il terzo fattore che porta l’acqua al neo- idealismo è quello  che in fisica si chiama degli universi- buchi.

Perché nonostante tutto la fisica non opta facilmente per un nuovo punto di vista filosofico così radicalmente diverso dalle vecchie abitudini, ma esige prove tangibili, e non portate in un linguaggio filosofico, ma sotto forma di equazioni matematiche verificabili.

Ora, una delle principali reticenze della fisica ad accettare di far entrare lo spirito e i suoi meccanismi in una descrizione del reale, è che per lei lo spirito appariva fino a qui come un concetto ancora fluido che entra nell’edificazione di un sapere  sperato esatto, ma che partecipa in scienza come per illuminare il reale. Se tutto a un tratto si viene a dire che entra nel non- conoscibile per creare il conosciuto, bisogna dimostrarlo!

Ma, per provarlo si sarebbe dovuto avere un modello dello spirito stesso, per conoscere gli ingranaggi di quella macchina che esplora l’assoluto, per paragonare ciò che crea( la nostra rappresentazione del mondo) con le dimensioni delle sue rotelle…e vedere se il primo era in relazione diretta con i secondi.

Allora sono venuti gli universi- buchi. Che sono di due tipi, i buchi neri cosmici e gli elettroni. Sono degli universi per se stessi, composti da uno spazio invisibile e chiusi su di lui , cioè non direttamente osservabile ma con interazioni virtuali con la totalità del nostro spazio ordinario e tra di loro. Abbiamo potuto dimostrare che gli universi- buchi elettronici potevano essere considerati come un modello valido dei meccanismi, e non del contenuto psichico, del nostro spirito.. E l’abbiamo fatto con argomenti scientifici, rinforzando ancora il principio antropico e mostrando che l’analisi matematica del modello dell’universo- buco che rappresenta l’elettrone permette il calcolo esatto di sei delle principali costanti fondamentali della fisica.

Da qui diventa chiaro che il mondo non è per noi che rappresentazione. E sappiamo  che sono gli elettroni che girano attorno agli atomi che partecipano alla nostra materia, e dunque al nostro corpo.

Al di là dell’osservabile …

Si può, per concludere, indicare ciò che può dire oggi la fisica della natura del reale nel quadro di questo neo- idealismo che è diventato la base operazionale del suo approccio filosofico dei fenomeni?

Nella sua essenza il reale è la rappresentazione generata dallo spirito. Il conosciuto è un sotto- insieme del conoscente, cioè dello spirito, dunque di natura spirituale.  Il conosciuto dipende non solo dei meccanismi dello spirito, ma dei postulati più o meno liberamente scelti  dallo spirito per costruire la sua rappresentazione del mondo. È dunque un conosciuto qui ed ora, ieri come domani non hanno più di  un’esistenza oggettiva che la rappresentazione proposta qui e nell’istante presente. Le cose non sono, esse sono ad ogni istante in ogni luogo ciò che lo spirito  pensa di loro in questo istante e in questo luogo. Se gli universi buchi elettronici permettono di affermare che il reale è di natura spirituale, la non- separabilità permette anche di affermare apprende tutto quello che è di natura spirituale, lo spirito è inseparabile dallo spirito.  Questo vuol dire anche che è facile ammettere che il reale, dunque lo spirito, è in relazione con altra cosa a un livello ancora più profondo che quello del reale spirituale. Ma allora bisogna questa altra cosa il non conoscibile, poiché non si può pensarne strettamente niente, per definizione; perché questo non conoscibile è posto fuori dall’insieme del reale. Si può giusto affermare, ragionando in negativo,  che il non conoscibile non è in ogni caso di natura spirituale., allora sarebbe parte dell’insieme conoscente, generatore di tutto il nostro reale.
Da parte mia preferirei identificare il non conoscibile col niente, le tenebre, l’assenza di tutto. Poiché non è per niente necessario alla coerenza o alla semplificazione della rappresentazione del reale. Infatti negare il non conoscibile  è come precisare ciò che si intende per esistere. Se, come lo fa il neo- idealismo esistere è essere pensabile, allora il non conoscibile è per definizione non pensabile, non esiste. Non resta che un ultimo istante pensabile, che è il reale.
In ultima analisi eccoci dunque in presenza di un reale interamente spirituale, un reale che è verbo, che raggiunge la tradizione intuitiva di un pensiero millenario: “Al principio era il verbo; con lui tutto è stato fatto e senza di lui niente esiste”( Vangelo secondo Giovanni).