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L’Inno delle Origini, II parte

12 Settembre 2010

3ème Millénarie n. 43 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

L’Inno delle Origini e dunque anche l’Inno della Realtà, vogliono riferirsi a quello che è ora. Trovano la

porta del legame tra il non essere e l’Essere, tra l’Uno e tutto ciò che evolve nel divenire. Ci si dice che i

visionari hanno scoperto questo legame e che la loro corda si stende in orizzontale, e ciò significa, tra il non-

essere e essere: “In basso era l’istinto, in alto la Grazia”; questa frase corta ma potente rivela l’intuizione

profonda del visionario sul meccanismo della creazione dell’universo, ma anche su quello della liberazione

dell’uomo.

L’universo è Pura Coscienza, e attraverso i meccanismi di percezione di questo universo, in particolare il sistema nervoso di un essere umano, la sua vera natura brilla, essendo ricoperta dall’impressione illusoria di esistere in quanto persona, come un’entità separata dal Tutto. Non possiamo far sparire questo strato di ignoranza se tendiamo a uno scopo, perché tutto ciò a cui possiamo tendere è ancora “qualche cosa” e non può essere l’Uno. Il solo modo consiste nell’osservare che noi siamo già questo Uno, cioè metterci ad agire come l’Uno. Non ci sono cammini verso ciò che già siamo! Non c’è che vedere e vivere di conseguenza. Agire senza intenzione personale, essere staccato dai frutti dell’azione, meditare sulla nostra vera natura, tutto questo fa riferimento all’essenza di una entità personale; lì è non solo il cuore, ma la totalità della spiritualità. E’ il messaggio fondamentale delle Upanisad, della Bhagavad Gita, degli Yoga Sutra di Patanjali, dell’Advaita Vedanta, dell’insegnamento di Budda e di tutti i grandi testi spirituali autentici, non solo dell’India, ma della terra intera.

Questa è la stessa essenza dell’Inno delle Origini: il dono, il sacrificio, la grazia. Il Veda dà un’importanza straordinaria al sacrificio, all’offerta (Yagya). La nostra tradizione giudaico-cristiana anche vi si riferisce abbondantemente: la nozione di offerta ritorna spesso presso i Patriarchi e nella vita del Cristo. Nella formulazione vedica è spesso espressa con rito sacrificale, oblazioni, formule, incantesimi ecc., come in tutte le religioni, ma tutto questo ha la sua origine nell’essenza dell’offerta. E’ così che il rito di celebrazione eucaristica della chiesa cattolica romana è ancora oggi fondato sulla realtà dell’offerta.

Il Veda ci mostra qualcosa di più profondo di quello che hanno potuto vedere gli eruditi che l’hanno prima presentato, tradotto e commentato. Gli “esperti” universitari vi hanno visto soprattutto dei riti a divinità diverse, che rappresentano per la maggior parte forze della natura. Si è presto concluso riferendosi ad una sorta di religione primitiva e “politeista”. Fino a che non si accede all’esperienza diretta di “questo Uno”, il Veda non rivela il suo segreto. Quando si conosce la natura umana non è difficile credere che ciò che doveva essere all’origine dei riti di celebrazione di “questo Uno” è effettivamente diventato, generazione dopo generazione, un insieme di riti piuttosto vuoti e un mezzo di dominio per la casta dei preti, i bramini. E’ ciò che ha portato al ritorno ad un’autentica spiritualità dal Budda e da numerosi altri riformatori all’origine del Vedanta. Budda è venuto a ristabilire la verità originale del Veda, quella stessa che i preti arroganti pretendevano di celebrare con una spiritualità degenerata. Gesù è venuto a ristabilire la stessa verità dell’originale insegnamento dei patriarchi e di Mosè. La degenerazione delle civilizzazioni tradizionali comincia sempre con la reificazione del sacrificio, con la cristallizzazione e la banalizzazione dei riti e dei concetti. Molto spesso questo ha coinciso con il passaggio da una tradizione orale ad una tradizione scritta, cioè quando l’accento è messo pesantemente sulle formule e le rappresentazioni particolari, diventate degli assoluti. Ogni volta che la spiritualità autentica cade nella dimenticanza, uno o più maestri tornano a far brillare la luce sulla terra.

L’ offerta è un tema centrale della Tradizione (1) ed è dominante nei Veda. E’ con l’offerta che l’universo è creato e mantenuto. Niente del mondo può nascere senza offerta, senza sacrificio. L’essere umano è concepito con il dono (il padre), nasce con un sacrificio (la madre) e può crescere e prosperare con numerosi altri sacrifici (i due genitori). Un’opera d’arte o di scienza viene alla luce con un sacrificio di tempo e di energia. Un prodotto di consumo è fabbricato con il sacrificio di una certa materia prima e con una quantità d’energia. In guerra la vittoria è sempre ottenuta a prezzo di grandi sacrifici. Nel gioco degli scacchi, questo specchio di vita, le vittorie più brillanti sono generalmente il frutto di una combinazione che comporta all’origine un sacrificio. Dappertutto nell’universo la vita si manifesta grazie all’offerta, come il fiore che deve anche lui sparire perché nasca un nuovo albero.

La creazione è l’offerta stessa. Il mondo manifesto è il dono di questo Uno in conoscibile come Uno, ma

conoscibile come “mondo”. Non si può dire che questo Uno è. In quanto Se-stesso non può essere né non-

essere: è l’Unica Realtà e i verbi “essere” e “non essere” sono fuori gioco, inapplicabili a quello che non è

né qualche cosa né niente. E’ solo quando questa cosa è. Il sorgere della forma è la manifestazione di questo

Uno, ma porta anche alla sua scomparsa come Uno. Una cosa è sempre percepita in quanto cosa, se no non

può essere percepita! Quell’Uno si manifesta ritirandosi, viene ad essere scomparendo nell’oblio, un oblio

creatore, in un sacrificio di Se stesso come Se stesso. Si cancella come Se stesso nella comparsa di qualcosa

di percettibile, per essere questa evidenza percepibile.

Paradossalmente, attraverso questa scomparsa, si manifesta come Io stesso.

Ecco ciò che sarà sempre incomprensibile per l’intelletto. L’essere umano non arriverà mai a conoscersi e a superare la sua ignoranza finché non diverrà completamente Quello nello specchio nel suo sistema nervoso. Ed è col sacrificio, con l’offerta che questo Uno nasce una seconda volta nell’uomo e questa seconda nascita è quella che si chiama liberazione o realizzazione. Gesù non diceva giustamente a Nicodemo: “In verità, in verità ti dico che, a meno di non nascere di nuovo, nessuno può vedere il Regno di Dio”?

L’uomo si libera per “imitazione” di ciò che è già e che è all’origine della sua persona, con la quale tende a identificarsi. Egli riproduce il processo di creazione dell’universo nel suo sistema nervoso. E’ l’universo stesso. Finché lo ignora e si crede qualcuno, è vittima dei suoi condizionamenti e spande il caos attorno a lui. Il sacrificio creatore dell’Uno include anche il “cattivo uso” che ne fa l’uomo. Ma quando questo prende coscienza della sua vera natura, non pensa più e non agisce in funzione di uno scopo particolare: diventa il dono, l’offerta, il sacrificio, il “yagya” del Veda. Non si può avere realizzazione spirituale senza questo “yagya”, perché è la definizione stessa del risveglio, che fa sì che sempre l’Uno si manifesti in tutti gli esseri, ossia essendo tutti gli esseri. L’offerta, il dono, è quella che chiamiamo meditazione. E’ riconoscere l’assenza del meditante come entità separata dall’Uno. E’ veramente sacrificare l’illusoria realtà personale del soggetto che percepisce e anche dell’oggetto percepito, perché viva completamente l’Uno nello specchio del sistema nervoso. E’ identificarsi con Lui, pensare come Lui, agire come Lui. Comprendere questo Uno è essere coscientemente l’Uno. La visione radicale da cui è sorto l’Inno delle Origini propone di tagliare netto con l’abitudine usuale e malata di voler trovare una spiegazione orizzontale a tutto ciò che ci capita. La psicologia, finché tenta di addormentarci nel mondo della causa storica di ciò che è, perpetua una frode colossale. Il cambiamento di comportamento dell’essere umano avviene sempre dall’evidenza della verticalità, diventata possibile con l’abbandono della piatta e buia orizzontalità del pensiero abituale. Ciò che funziona, fuori e dentro ogni terapia, è inesplicabile fondamentalmente. E’ una apertura al transpersonale e questo è sentito nel cuore. Ogni guarigione è miracolosa. Miracolo della Vita.

“All’inizio, sorse una sort di Desiderio…” Il Desiderio (kama) dell’Inno non è qualcosa di personale, non c’è alcuno scopo, alcuna strategia da attuare. E’ Puro Amore. E’ per l’ignoranza della sua vera natura che la creatura trasforma il Desiderio cosmico in desiderio personale, in avidità, in commercio. E’ l’istinto: “in basso c’era l’Istinto”. L’istinto qui è la legge della natura, l’orizzontalità della causa e dell’effetto, la forza viva dell’universo com’è espressa nello spazio-tempo, senza che ci sia coscienza della vera natura di questa forza viva nel sistema nervoso di ogni “creatura”. L’offerta meditativa è il processo per il quale la natura di Puro Desiderio, o Puro Amore del meditante è riconosciuta. Non può provenire da uno sforzo della persona. Viene sempre dall’alto perché è sempre in alto: “in alto la Grazia”.

La questione del Desiderio è capitale. Ciò che in generale chiamiamo desiderio è l’appropriarsi di un’entità fattuale, la persona, del movimento naturale della Vita, che è pura Coscienza e pura gioia. Il compimento del desiderio porta per forza a una gioia incompiuta e provvisoria. La repressione del desiderio proviene da un altro desiderio e non porta mai lontano. Tutto ciò che è fondato sull’idea di persona viene da una cattiva lettura di Quello che è. Questa mancanza d’abilità nasconde la natura vera dell’Uno: come meravigliarsi se la pace incommensurabile dell’Uno sembra non esserci? Il Desiderio dell’Inno non ha nessuno scopo. Il desiderio di un essere umano è puro calcolo e vuole sempre un compenso al suo investimento.

La parola sanscrita Kama significa Puro Amore. L’essenza di ogni cammino spirituale è la cessazione dell’idea di persona. I desideri cessano automaticamente, non c’è più un soggetto. Nella Bhagavad Gita, Krishna insiste sulla rinuncia ai frutti dell’azione.

Il Cristo vive la rinuncia ad ogni forma di volontà personale e non compie che la volontà del Padre. Tutte le grandi tradizioni hanno annunciato la grandezza della rinuncia e l’onnipotenza dell’accontentarsi. Perché così pochi esseri umani ci sono arrivati? Molto semplicemente perché la maggior parte sono rimasti qualcuno che vuol rinunciare. Qualcuno non può mai davvero rinunciare, perché qualcuno non può che volere qualcosa per se stesso. Quando la rinuncia sembra essere un affare conveniente, allora qualcuno fa una vita da santo. Ma quando sopravviene una certa trascuratezza o un certo assopimento, quando altri desideri promettono un rendimento migliore a breve termine, allora c’è il ritorno ai comportamenti di prima. Straordinaria meditazione: quando non c’è più nessuno ad appropriarsi del desiderio, è la vera rinuncia. Il sacrificio autentico non consiste nel privarsi di qualcosa per piacere a una divinità per ottenere un favore (neanche il paradiso) come in tutte le religioni. E’ l’Atto, la Vita stessa, nella pienezza del Dono, nell’Offerta aperta. L’Atto non è un fenomeno dello Spazio-Tempo, non si localizza. Quando la vera natura dell’Uno risplende attraverso il sistema nervoso dell’essere umano, allora tutto ciò che questo essere pensa, dice e compie è un riflesso diretto dell’Atto. E’ l’azione giusta. Non è morale; ma nemmeno immorale! Moralità e immoralità si riferiscono sempre all’idea di persona e non hanno niente a che vedere con la visione profonda della Tradizione. Il cambiamento di comportamento è un effetto, mai una causa. Voler cambiare comportamento, è sempre alla superficie e non va molto lontano.

“Quanto ai sacrifici, ne identifico due specie: da una parte quelli degli esseri umani interamente purificati, che è raro ed è di un solo individuo o di molto pochi- come dice Eraclito-, facili da enumerare, d’altra parte, i sacrifici materiali, corporali, compiuti nel divenire e che sono quelli di chi è ancora legato al corpo” (Jamblique, I misteri d’Egitto V,15).

Profondamente, il sacrificio all’origine della creazione non è un atto particolare dello spazio-tempo, non un sacrificio liberatorio, l’atteggiamento meditativo, che consiste in un’attività locale nello spazio-tempo. I due sono qui-ora, attuali, atemporali. Noi non esistiamo nel tempo! Non è grazie ad un sacrificio del tempo che possiamo liberarci dal concetto di essere delle entità che evolvono nel tempo.

Non è che non ci sia niente da compiere come esseri umani ancora identificati con il corpo o al fatto di essere qualcuno. Al contrario, una dieta sana e pulita, un minimo d’esercizio, l’equilibrio intelligente tra attività e riposo, tutto ciò favorisce il funzionamento armonioso del corpo e della mente, che non è senza rapporto con la pulizia necessaria al risveglio della nostra vera natura. Un corpo in disordine perde tempo ed energia; al contrario un corpo pulito ed energico permette di dedicare la sua energia e la sua attenzione all’investigazione profonda, che è la grande opera dell’incarnazione umana; la frequentazione di persone e testi ispirati imprime un movimento verso la chiarezza, senza la quale la liberazione non è possibile. Infine , la limitazione dalle limitazioni radicate nel corpo e la pratica del pranayama, come è insegnato da millenni, favoriscono il risveglio e il salire di un’energia senza la quale l’essere umano non può assolutamente sfondare il muro della comprensione strettamente intellettuale.

E’ la riproduzione nel sistema nervoso dell’Ardore cosmico (tapas). E’ chiaro che se non si fa niente, l’essere umano continua a seguire la china della cristallizzazione della sua energia e della sua visione. Non è mai questione, in un approccio non-duale che alla fine tutti gli sforzi, tutti gli scopi ed i programmi siano basati sulla dualità ed è questa che deve cedere. La “pratica spirituale” è tutto ciò che un essere umano compie coscientemente riferendosi al silenzio profondo della sua vera natura, sapendo che ciò non può permetterne l’espansione totale nella sua vita. E’ un atto compiuto nel distacco, cioè senza sete di guadagno, se no non ha alcun senso.

E’ l’essenza stessa del “yagya” vedico. Il sacrificio è l’Atto, che è espressione della Pura Apertura che noi siamo, fin dall’inizio. Agire con uno scopo appesantisce l’azione e la chiude sullo scopo e il suo autore, entità separata dal tutto, particolare. Ogni cammino che afferma con veemenza allontana la conoscenza dell’Uno, che è l’Apertura.

Riproducendo in sé il “yagya” dell’Origine, il meditante è l’Origine. E’ questa la vera conoscenza (2). Il sacrificio è anche venerazione (puja).

Venerare è proprio dell’esistenza ed è quello che ritrova l’aspirante. Tutto ciò che compie diventa venerazione. La sua condotta è venerazione della Vita, dell’Uno. Così l’espressione “brahmacarya” designa il celibato osservato dall’aspirante Ma questa parola significa che prima di tutto si segue l’esempio di Brahma, dell’Uno, che si agisce come Lui, che si è Lui. L’espressione “brahmacarya” significa dunque l’atteggiamento aperto sulla stessa Vita piuttosto che su una forma particolare, e caratterizza il suo atteggiamento in tutto. L’apertura, o sacrificio non è la soppressione della gioia, è il regalo della vera via. E così per il respiro. Il vero pranayama non è un particolare esercizio di respirazione, è il sacrificio del respiro della vita, l’assenza di ogni traccia di desiderio del respiro.

“In basso era l’Istinto, in alto la Grazia” L’inspirazione è la Grazia che crea l’individuo retto dall’Istinto, cioè dalle leggi della natura. L’espirazione è l’offerta di ogni forma dello spazio-tempo. Nel riposo che segue l’aspirante è nel senza-forma originale dell’Uno, di cui l’Inno dice che “respirava senza respiro”.

Così, lo sguardo meditativo splende nel cessare di ogni scopo, di ogni desiderio, di ogni intenzione e pretesa. Tutto si dissolve nell’attenzione, nel Puro Sguardo. E’ la trasformazione del desiderio in offerta, il ritorno al senso originale di Kama, l’abolizione del centro di percezione particolare chiamato “io” per la Pura Percezione che è l’Origine.

Note:

1) Si può chiamare Tradizione il filo conduttore invisibile che presiede l’espressione chiara e diretta dell’Assoluto. Mette l’accento su ciò che in noi non cambia. E’ universale e trova belle formulazioni in tutte le tradizioni spirituali dell’umanità.

2) Che si tratti o no dell’etimologia della parola, Yagya fa pensare a ya-gya: colui che sa.

– Traduzione di Luciana Scalabrini