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Krishnamurti e l’Universo vergine

12 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 46

“Il passato e il non-conosciuto non s’incontrano in nessun punto. Non possono essere legati da nessuna azione. Non ci sono ponti da abbassare e sentieri da percorrere. I due non si sono mai incontrati e mai s’incontreranno. Il passato deve cessare perché ci sia il non-conosciuto, questa immensità”

Krishnamurti, New Delhi 1962

La chiarezza e il carattere incisivo di questa dichiarazione di Krishnamurti ci mostrano l’ampiezza del lavoro di indagine interiore che si impone ad ogni ricercatore serio. Non basta dare a questo invito una semplice adesione intellettuale che sfiorerebbe appena la solita situazione del nostro confortevole pseudo-addormentamento.

“Chi siamo?” ci domanda spesso Krishnamurti; domanda a cui risponde “Non siamo che un pacchetto di memorie” Siamo tutti dei miliardari della memoria. Le agitazioni del nostro cervello e del mentale su questo problema sono poco utili. Ma se abbiamo il coraggio e la qualità d’attenzione necessarie per non essere turbati da sensazioni provvisoriamente sgradevoli, non potremmo dare la sensibilità del nostro cuore ad un’esplorazione che può essere rivelatrice? Perché c’è, nelle profondità del cuore di ogni essere umano una forma d’amore che possiede la sua propria qualità di lucidità. Questa potrebbe orientarci verso un “sentire” che va al di là delle parole. Là noi potremmo, in pochi secondi, essere al di là del “continuo cicaleccio del cervello”. Saremmo infine liberi dal momento straziante, dove siamo capaci di sentire la pesantezza e l’inerzia delle nostre memorie residue.

Nel memorabile discorso del settembre 1980 a Brockwood, Krishnamurti, dialogando con David Bohm, ha dedicato molte mattinate alla settimana a esporci l’impasse nel quale ci troviamo nei nostri tentativi di raggiungere lo Sconosciuto con gli abituali mezzi del conosciuto e con le astuzie sottili della memoria. Il conosciuto è rappresentato da un muro che forma una barriera al di là della quale si trova il non-conosciuto. Con quale tecnica potremmo sorpassare questa barriera? La nostra educazione e la nostra eredità ci hanno condizionato in tal modo che il nostro comportamento è fermo in solchi profondi. Questi generano i nostri atti e il nostro approccio alle situazioni in modo meccanico di fronte al problema del superamento del muro (che non è che la cristallizzazione delle vecchie abitudini del nostro “ego”); non ci sfiora nemmeno il pensiero di metterci in questione.

Krishnamurti ha avuto l’iniziativa di creare una nuova parola: “the otherness”, l’alterità. Una parola che non è più portatrice di false abitudini del passato. E’ ciò che è al di là del muro e “altro”, totalmente altro dal passato. Siamo là nel Non-conosciuto dell’Universo Vergine, libero, sempre rinascente. Con i suoi consigli pratici Krishnamurti ci suggerisce di “vedere il falso come falso”. Questa raccomandazione è essenziale, ma non ne comprendiamo immediatamente l’importanza. Il “cicaleccio costante del cervello non è che l’auto-occupazione” dice Krishnamurti. Infatti, di momento in momento, nel campo della nostra mente si presentano pensieri. Non sono che memorie residue che contribuiscono a dare alla nostra vita interiore l’impressione di un cammino sterile che va “dal conosciuto al conosciuto” Il che costituisce l’aspetto superficiale e predominante dell’attività della nostra mente. La realtà profonda di ciò che noi siamo veramente è il non-conosciuto, lo stato “vergine” per eccellenza.

Tener conto di ciò che precede è importante per la meditazione. Infatti, essendo stati informati sul carattere artificiale del pensiero, considerato come memoria residua, ci è possibile non dar importanza agli echi meccanici del passato. La calma non deve risultare da un atto di volontà dell’ego, ma può essere “effetto della nostra presa di coscienza del “ falso come falso”. Si può lasciar svolgere il film delle immagini mentali; essendo percepite nella loro falsità, perdono via via la loro vitalità. Si produce una calma che ci fa disponibili agli strati più profondi della nostra psiche.

C’è una sorta di dogana spirituale tra l’ambito del passato, dei miliardi di campi dell’inconscio collettivo da una parte e, dall’altra parte, l’immensità dell’universo vergine. La legge qui è di un rigore e d’una severità implacabili. Non si passa. Gli enormi bagagli del sapere, accumulato durante secoli, devono essere deposti. Sono inutili. Non è necessario correre e prendere slancio per saltare al di sopra del muro, né aggirarlo con le astuzie del “vecchio uomo”. Oh, semplice e meravigliosa sorpresa: noi siamo il muro stesso! I miliardi di mattoni, dandogli consistenza apparente, sono le nostre memorie residue. Vedere questo con il mentale è insufficiente. Ma se questa percezione viene dal cuore, aperto alla più semplice e pura forma d’amore, questo rivela improvvisamente una qualità d’intelligenza immensamente “altra” dalle ceneri del conosciuto.

Sul “sentire” Krishnamurti ha scritto: “la parola sentire è ingannevole, contiene più che l’emozione, più che il sentimento, più che l’esperienza, più che il toccare e l’odorare. Malgrado la sua imprecisione, l’uso di questa parola s’impone, soprattutto quando si tratta dell’Essenza. La sensazione dell’Essenza non passa per il cervello” (Carnet. p.94)

Alla fine delle conversazioni private, incontro Krishnamurti. Straordinariamente felice e radioso. Mi stringe forte le mani e mi domanda ridendo: “Come state?” Rispondo: “Magnificamente bene” Dice: “Veramente?”; il suo sorriso sfuma in modo enigmatico…..

– Traduzione di Luciana Scalabrini

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