Nascere al proprio angelo di Patricia Montaud

3ème Millénaire n. 83 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Non avevo una particolare affinità con la nozione d’angelo e la lettura di quel favoloso libro che è “Dialogo con l’angelo” mi aveva un po’ dirottato per la connotazione troppo religiosa, ma anche, devo riconoscerlo, perché sfuggiva davanti ad ogni tentativo d’intelligenza da parte mia. E poi mio marito e io stessa abbiamo incontrato Gitta Mallasz, con la quale andammo a vivere qualche anno più tardi, e tutta la nostra esistenza cambiò di colpo. Perché è uno shock incontrare improvvisamente qualcuno che ha messo in pratica i “Dialoghi con l’angelo” nella sua vita quotidiana! E’ uno shock vedere da vicino, gli occhi negli occhi, una rappresentante della specie umana impregnata di tutta una vita di dialoghi coscienti. Ed è un terremoto sentirsi dire in modo più naturale del mondo in un discorso diretto: “E tu, quand’è che dialoghi con il tuo angelo? Lui ti aspetta!”.

Io? Quella esperienza era possibile per me?…

Dio mio, come nascere al proprio angelo richiede il credere che ne abbiamo uno!

E, anche quando gli si crede, non si dialoga con il proprio angelo di punto in bianco semplicemente perché un bel giorno lo si decide.

Dialogare con l’angelo è una funzione, una autentica funzione biologica, una nuova funzione per tutta l’esperienza umana, una vera conquista del mondo interiore, così complessa come lo è stata la conquista del mondo esterno da sei milioni di anni che l’uomo esiste sulla terra.

La funzione dialogo con l’angelo, è molto semplicemente la maniera cristiana d’aver accesso alla Coscienza, quella stessa coscienza che tutte le tradizioni cercano, ognuna a suo modo.

Ed è quello che abbiamo scoperto con Gitta! Ma ci vogliono anni per fare la differenza tra il piccolo dialogo che ha luogo con il basso di noi stessi, quel dialogo che si fa nostro malgrado, e il grande dialogo con la cima di noi stessi che è un’esperienza spirituale da conquistare.  Occorre una lunga educazione interiore, una lenta maturazione, per semplicemente ricominciare a sentire il mormorio delle nostre intuizioni, il brusio della verità senza abbellimenti, di quest’altro mondo psichico che regna solo nella Coscienza.

“Il dialogo con l’angelo è una via senza via, diceva Gitta; sapete, l’angelo è dapprima un vecchio messaggero cristiano, una specie d’amore simbolico proposto all’uomo prima che faccia lui stesso l’esperienza di incontrarlo. Perché poi, si tratta di una realtà così concreta che l’angelo diventa molto naturalmente ciò che risponde senza concessioni quando  si ha una vera domanda”.

Lei ci fece prima cercare le nostre parole per definire quel meglio di noi stessi: colui che mi accompagna, il mio consigliere segreto, il mio pari di luce, chi sa in me, la mia intuizione geniale, la mia ispirazione creativa, la mia memoria del futuro, la mia intima convinzione immediata senza alcuna intelligenza, il mio appuntamento segreto con la coscienza, colui che risponde in Verità e senza concessioni… Che importa il suo nome, quando ci rende Vivi!

Poi ci insegnò l’arte della domanda, sola porta d’ingresso per poter dialogare con il nostro angelo. Perché nascere al proprio angelo, è tutta una strada da percorrere in sé! E allora abbiamo scoperto il mistero della domanda, quella metà della strada che dovevamo fare  in trasparenza per attirare infallibilmente la risposta in Verità! Dio mio, come già l’esigenza è sovrumana quando si tratta di trovare solamente la VERA domanda! Dio mio, come siamo stati sovente maldestri, e perfino  fiacchi talvolta, di fronte a quella esigenza così nuova per noi!

Credo che sia per trasfusione, per comparazione con i suoi dialoghi sempre di fuoco e sangue che le nostre esperienze sono state obbligate a prendere temperatura, accrescere un poco per sopportare la sua vicinanza. E all’inizio abbiamo spesso rischiato l’indigestione…

Ma Gitta ci ha insegnato tutta un’arte di vivere facilitando quella esperienza centrale, tutto un modo d’essere e di pensare quotidianamente perché quella avventura interiore sia possibile.

Infatti  Angelo e uomo sono promessi l’uno all’altro dalla notte dei tempi, e un giorno finalmente ci crediamo! Un giorno abbiamo il coraggio di una prima vera domanda che attira una prima vera risposta. Ed ecco, siamo nati! E il cielo esulta!

Perché, se nasciamo all’angelo con la nostra prima domanda, anche lui nasce per noi con la sua prima risposta.

Da semplici promessi, eccoci diventati amanti. Ci vorrà del tempo ancora, perché un giorno diventiamo sposi, mantenendo insieme un Compito. Solo allora, diventando obbligatorio, quel legame si farà sempre più naturale.

Perché è veramente per sé, per la sua importanza, che si può suscitare quel genere di dialogo in Verità? Detto in altre parole, si può davvero incontrare il proprio angelo, finchè lo di domanda solo da sé? Oppure quell’incontro è facilitato dal fatto che lo si interroghi per servire una causa e per aiutare gli altri? Non è un vero allontanarsi dall’angelo  di cui si tratta quando s’immagina che quel parente di luce serva soltanto a fare brillare se stessi? È davvero programmato per quell’effetto? Quell’accoppiamento reale tra la materia e la luce, non è piuttosto previsto per una Causa da difendere, per servire mille uomini in un Impegno, invece di servire solo la nostra piccola persona? Così, finchè non siamo liberi dalla nostra propria importanza, può essere  che ci siano delle priorità d’interesse che ingarbugliano l’ascolto celeste. Quale pedagogia divina: finchè l’angelo non è vitale, può non importare! Ma quando improvvisamente un Impegno ci obbliga a consacrare la nostra vita a un Servizio, allora l’angelo diventa obbligatorio, allora la funzione dialogo diventa un riflesso di sopravvivenza, allora la coscienza ispirata è ormai il solo modo di esistere. E la cosa è strana, perché dopo le nozze intime, imposte dall’Impegno, sembra che non si domandi più di fuori, ma di dentro, come se l’angelo fosse diventato una parte sposata di noi stessi: la nostra metà!

Gitta era meravigliata vedendo quanto l’angelo, secondo la nostra specificità, rispondeva con mezzi differenti a ciascuno, quanto si adattasse al linguaggio di ciascuno. Ma quanto era  altrettanto capitale che gli uomini fossero maturi per essere buoni traduttori e non imbarcarsi in facili interpretazioni.

Un giorno, avemmo l’idea di fare un repertorio di tutte le nostre trovate e sciocchezze perché ci servissero. Ed è così che è nato una specie di abbecedario che ci fece giocare tutti e tre per alcuni mesi. Quali erano le leggi dell’incontro con l’angelo? Quali lo facilitavano? Quali lo impedivano? Quali erano le difficoltà? Ecco come è nato “il piccolo manuale del dialogo con l’angelo”. Gioco terribile, che ci portò molto più lontano del previsto! Come Gitta ha dovuto divertirsi davanti allo spettacolo della nostra affascinante ingenuità! Perché a ogni nuova legge che sperimentavamo con molta fierezza, ci era dato di vivere la  “controlegge” dal giorno dopo.

Gitta non ci ha insegnato tecniche di dialogo propriamente dette, ci ha insegnato a ripetere quel viaggio a volontà. E’ riuscita a fare di ciascuno dei nostri infortuni un punto di partenza per una nuova avventura con i nostri angeli. Ha fatto di noi dei globe – trotter terra – cielo, pronti a imbarcarsi in ogni sofferenza che ci abbattesse.

E ci ha soprattutto insegnato la condizione prima che rende possibile ogni viaggio: saper giocare con le nostre imperfezioni. “Finitela di voler essere dei piccoli perfetti concentrati! Il vostro angelo s’annoia con voi, figli miei! ”, ci lanciava continuamente.

Si, ma ecco, quella condizione prima ad ogni dialogo, accettarsi imperfetti, è già una montagna da scalare, un inverosimile ostacolo da superare. Io non sapevo giocare con le mie imperfezioni, non sapevo sdrammatizzare i miei problemi.

E tutte le teorie del mondo non servivano a niente contro quel dito accusatore che puntavo continuamente contro me stessa.

Allora Gitta inventò per noi dei giochi per alleggerire le nostre rigidità di chi dialoga con troppa applicazione. Niente grandi spiegazioni “spirituali”, come lei diceva, ma dei giochi che ci obbligavano a sorridere.

“Tu allevi dei bambini

Insegna loro a giocare, a giocare nuovi giochi.

Preparali alla creazione! Non più giochi antichi, ma nuovi!

Se il bambino gioca, si dimentica di se stesso, dimentica il suo me.

Ecco ciò che il nuovo gioco crea.” (Dialoghi con l’angelo)

Si, con Gitta abbiamo giocato molto! Ancora oggi sono stupita della semplicità di quei giochi che la sola intelligenza non oserebbe inventare per paura del ridicolo: il gioco del cucchiaio magico anti–crisi o quello del salvadanaio per giudizi, il gioco di farmi cantare la mia gelosia su un aria d’opera o ancora di disegnare la nostra caricatura del giorno… e tutti quegli oggetti anti–melodramma che non smetteva di improvvisare per far nascere l’humor dalle nostre bestialità. E così tutti quei soprannomi di cui ci parlava fino a che il nostro errore del momento non ci faceva sorridere.

“ Si, ve lo dico sul serio, sono profondamente convinta che il gioco è la via più diretta per arrivare a COLUI che ha inventato il Gioco della Creazione. Ma lo dico invano… nessuno mi crede… è troppo semplice, o perfino semplcistico. Oggi, c’è la complicazioni di chi fidarsi. “Però è la complicazione della vita”, scriveva nella nostra rivista.

All’inizio, lo confesso, la sua forma d’insegnamento ci parve molto sconcertante, perfino pericolosa. Non era veramente serio, tutti quei giochetti! Ci attenevamo tanto a delle risposte ispirate a una grande saggezza, ad esercizi iniziatici di alto valore. E il nostro ego si sentiva sconfitto, con niente altro da mettere sotto i denti che un piccolo gioco infantile. Oggi posso dirlo: il gioco, poiché conduce al superamento dell’ego senza rifiutarlo, è veramente sacro. E’ per me una modalità laica d’evoluzione della coscienza, una modalità laica di contenimento della serietà inutile con l’intensità ludica. E, quando un cammino spirituale diventa capace a quel punto di discendere nell’ordinario della vita, per insegnarci l’essenziale, si crede di sognare accorgendoci che funziona!

Così Gitta ci ha smaliziato, portato passo dopo passo nell’esperienza, senza che ci fosse mai la minima traccia di soprannaturale, senza mai la minima posa esagerata nel tono, senza la minima inutile esaltazione.

Ci incitò alla coscienza con tutti i mezzi; inventò decine e decine di forme di dialogo differenti, proprio per rispondere alle difficoltà del momento che attraversavamo; il dialogo delle dieci domande ricondotte a una sola senza attesa di risposta, il dialogo per iscritto, il dialogo con arresto alla prima immagine psichica che appare, il dialogo alla terza persona singolare, il dialogo sul nostro passato per chiarire il nostro presente, ecc. Quelle molteplici forme di dialogo ci portavano sempre più lontano obbligandoci a innovare ancora e ancora. Dialogare oralmente, immobili o camminando. Dialogare cercando accuratamente una domanda scottante o ancora lasciandosi sorprendere all’improvviso da una intuizione ispirata. Dialogare con risposte che possono giungere  sia dal di dentro con immagini, sentimenti, simboli, sia dal di fuori con dei sincronismi della vita ordinaria. Ci mostrò che TUTTO era possibile, ammesso che si avesse davvero bisogno della risposta per il seguito della nostra vita e non per semplice curiosità per passare il tempo.

Tutto questo ci obbligò a prendere ancor più impegno sull’esperienza del dialogo interiore… Divenne necessario stabilire una pedagogia, fondare chiaramente le modalità di quella funzione, codificare l’avventura con una maggiore precisione perché l’esperienza fosse rinnovabile a volontà. Così abbiamo potuto identificare quattro grandi fasi che si ripetono in ogni dialogo, che abbiamo chiamato QSRA. Cioè la necessità di una vera Domanda (Question), la necessità di fare un vero Silenzio, la necessità di saper tradurre la Risposta in verità, e infine la necessità di praticare l’Atto indicato per ristabilire la situazione dolorosa. Allora Domanda, Silenzio, Risposta e Atto diventano i quattro tempi di un valzer interiore dei nostri dialoghi. Dio mio, come era piaciuta a Gitta quell’idea di un valzer intimo della materia e della luce!

Nella prima fase di QSRA, Gitta ci insegnò velocemente il preliminare ad ogni dialogo che consiste nello scaldare la domanda, riformulandola continuamente, fino a che non ci tocchi con parole trasparenti di sincerità ultima. Secondo lei, le domande intelligenti non potevano interpellare che il cervello, mentre certe domande potevano ottenere una comunicazione di un altro tipo, proprio con l’angelo.

E’ al sommo delle tue domande

Che troverai la risposta.

Io sono là.

Non posso parlarti che di là.

Nella seconda fase, sapere fare silenzio, come per addomesticare la nostra piccola condizione umana così emotiva, ci si prepara ad una neutralità reale di fronte a del fuoco senza concessione.

Allora arriva la terza fase con la risposta che sorge in immagini, in percezioni diverse, in sentimenti precisi, in intuizioni folgoranti, ma raramente in parole. E occorre del tempo per renderci conto che siamo traduttori, buoni o cattivi ed è lì tutta la difficoltà di questa tappa.

Si, la messa in moto delle risposte dipende unicamente dall’uomo. Perché quell’altra dimensione di noi stessi parla un tutt’altro linguaggio, una lingua in Verità, carica di senso. Improvvisamente, con la risposta che sorge, ci si ritrova davanti ai limiti del linguaggio umano, troppo lento, troppo povero in quantità d’informazioni per contenere il messaggio dell’angelo.

E infine ogni dialogo termina con la quarta fase: l’esigenza di un atto cosciente riparatore. E’ un aspetto dell’insegnamento di Gitta che non avevamo compreso all’inizio: un dialogo deve sempre portare a degli Atti concreti che tendono a riparare il dolore di altri o di se stessi, che tendono anche a colmare le nostre mancanze o a rettificare i nostri errori.

E’ anche lo scopo di questa esperienza magnifica; coi nostri dialoghi passare dall’uomo a reazione meccanica all’Uomo d’azione cosciente. E questo, bisogna ruminarlo per un certo tempo per accorgersi di tutta la sottigliezza!

Ma già, i dialoghi con l’angelo dicevano: “Non c’è Atto senza fede, non c’è fede senza Atto.”

Oggi, rivisitando tutti quei giochi, tutte quelle forme di dialogo, tutta quella strada, vedo come quello mi ha preparato a sopportare il fuoco del mio angelo. Credo che tutte le scuole spirituali, i maestri di tutte le tradizioni, non siano che preparazione per sopportare il fuoco di quell’amore materia–luce. Quanto tempo mi ci è voluto per amare il calore incandescente di quello sguardo calato su di me! Mi sono così spesso sottratta al suo abbraccio! Ora, come può un amante ritornare se il suo amato lo teme o se ha sempre mille cose da fare più importanti che un momento con lui?

Grazie, Gitta, di averci accompagnato in quella funzione “naturale”, come tu dicevi nel tuo delizioso accento! Ci hai fatto capire che potevamo raggiungere a nostra volontà il meglio di noi stessi, ogni volta che ne avevamo bisogno. Ma soprattutto ci lasci in eredità una vera via d’accesso alla coscienza. Possano altri nascere al loro angelo, perché nasca una nuova primavera dell’umanità!

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