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La questione della rinascita di William Patrick Patterson

26 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 83 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Rinascita: cosa si può dire che non sia già stato detto più di cento volte? Non è una trombetta o un martello, qualcosa che potreste  scegliere o mostrare. E’ un’astrazione e, come ogni astrazione, non si offre a una definizione semplice. La sua debolezza in termini di definizione è la sua forza linguistica. Possiamo usare questo termine per significare ciò che vogliamo significhi.

Domandiamoci piuttosto in quale momento l’idea di rinascita, qualunque sia la sua definizione, diventa seria? Cosa deve accadere? Non è quando il cammino che seguiamo è giunto alla fine? Fino ad ora, non abbiamo immaginato che giungesse a una fine. E improvvisamente la constatazione e l’evidenza difficile e dolorosa che tutto quello in cui avevamo creduto, a cui ci eravamo dedicati, è a questo punto un imbroglio. Pensavamo, senza pensare veramente (perché l’attrazione era più forte del pensiero), che era il cammino che poteva raccogliere tutti i nostri frammenti, che avrebbe compiuto l’io che credo di essere. Ora che la pulsione e la suggestione ipnotica sono messe a nudo, improvvisamente vedo il cammino per quello che è, e non come l’immaginavo.

A questo punto, vuoto di ogni sogno, abito di nuovo nel io–non –so. Ma, come dice il poeta “non si smetterà di esplorare”.

Si, la ricerca prosegue ma non è ancora una rinascita che voglio; il cammino era falso, ma non io. Io voglio una nuova partenza. Ed è così che mi metto a marciare in un nuovo cammino. Ma lì sono più dubbioso, meno convinto. Vedo ora che ci sono strade e incroci e non un cammino unico. E allora comincio a zigzagare da una strada all’altra, fino al punto che sento di non essere più affatto in un qualsiasi cammino. Il negare una cosa è in sé, sicuramente, un’affermazione.

Essere uscito da ogni cammino è anche un cammino.

Quando questo diventa chiaro, mi ritrovo di fronte a ciò che temevo: il niente, quello di girare in tondo senza fine.

L’idea di rinascita è ora diventata seria. Il “sono quel che sono” non necessita di una nuova partenza. Voglio un me nuovo. Ciò che voglio, è il reale, non il transitorio. Cosa voglio dire ? Non lo so… So solo ciò che non voglio. Ho imparato a non aver paura di domandare, non solo su ciò che dicono le persone, ma su ciò che io penso, ciò che sento. Dunque interrogo me stesso: cosa vuole veramente dire la parola rinascita? Cosa presuppone? Non presuppone che io sia già nato? Si, noi tutti possediamo un corpo. C’è perciò una nascita sul piano fisico. Ma ci saranno livelli superiori secondo i quali io non sarei nato?

Mi osservo e constato che molti dei miei pensieri, dei miei sentimenti, si contraddicono. I desideri, le paure, i sogni, mi agitano come una marionetta. Il corpo prende delle posture, io non le prendo. Niente è intenzionale. Tutto è reazione. La mano sinistra può istintivamente sapere dove è la mano destra, ma che ne è della mente? Spesso vedo che parlo, ma in realtà io sono parlato. Una registrazione interiore fa uscire ancora una volta il vecchio ritornello. Nient’altro che parole vuote, delle fanfaronate. Non c’è nessuno lì. Non c’è coscienza di sé. Allora forse (forse non sono nato affatto?) io penso solo che lo sono. Ma allora, questa idea di rinascita, si basa su un presupposto! E dove mi porta? A ritornare al temuto io non so…

Poi vedo che sto leggendo quelle parole in una rivista il cui tema è dedicato alla rinascita.

“Risvegliarsi, morire, nascere, sono tre stadi successivi”, dice Gurdjieff, il fondatore della spiritualità che portò la Quarta Via, l’insegnamento antico ed esoterico di trasformazione di sé.

E’ questo! Ero morto e non lo sapevo. Supponevo che essere nato venisse per primo. Ma si, devo dapprima risvegliarmi, per morire, affinché possa nascere. Ma risvegliarsi a che?

“Risvegliarsi, dice Gurdjieff, significa realizzare la propria nullità, cioè realizzare la propria meccanicità, completa e assoluta, e la propria impotenza, non meno completa e assoluta. Ma non basta comprenderla filosoficamente, con delle parole. Bisogna comprenderlo con dei fatti chiari, concreti, con dei fatti che ci concernono”.

Gurdjieff ne riconosce la difficoltà e perfino la impossibilità di farlo da soli. E’ necessario un gruppo, dice, che mira allo stesso scopo, tutti impegnati nell’insegnamento che porta e che sia condotto da un insegnante. Provo un movimento di retrocessione interiore. Mi scopro tra un si e un no. Se propendo per il si, ci sarà una piccola morte, la prima di molte morti di questo tipo, cioè la morte di tutti i pregiudizi che ho su me stesso. Ogni volta che vedo la falsità di un presupposto profondamente radicato in me, e nessuno è più forte di me in quanto entità individuale; ogni volta che un’immagine di sé esplode, ci sarà una morte. E quella morte creerà uno spazio per la crescita dell’essenza, ciò che sono realmente. Ma Gurdjieff ci avverte: “la falsa personalità si difenderà”. Essa è molto astuta e userà tutti i mezzi possibili per mantenere il controllo. Infatti, non essendo che un’invenzione, una compensazione, sa bene che perdere il potere è morire. La nostra attenzione e la nostra energia sono al servizio sia del vero che del falso. Noi mangiamo o siamo mangiati. Camminiamo su un ottava che sale, o che scende. Non ci sono mezze misure.

E’ indispensabile la sincerità con se stessi. E come diceva Gurdjieff “dovete imparare a essere sinceri”. Imparare? Ma sono stato sincero molte volte, perché dovrei impararlo? Questo è nel cuore del nostro tema. Prendo me stesso per un Io invisibile, mentre la realtà è fatta di molti io. Questo deve essere sperimentato in profondità. E la visione austera di quello sarà una morte dolorosa. Ma chi è che soffre? Non chi è vero, ma chi è falso. Deve essere fatta di continuo questa discriminazione. Se no, si affermerà di nuovo la falsa personalità.

Dunque è un lungo cammino, ma il solo che ne valga la pena, perché la sua direzione è verticale, ascendente. E allora realizzo, come diceva il poeta:

Non si cesserà di esplorare

E la fine di tutta la nostra esplorazione

Sarà di ritornare al nostro punto di partenza

E conoscere quel luogo per la prima volta…

Quando l’ultima particella di terra da scoprire

E’ quella che fu il cominciamento.

TS. Eliot

La Quarta Via è un modo di comprendere e di prendere coscienza, così che ad ogni passo l’essenza accresce. E’ nella sua scia che si fa la conoscenza delle leggi che sostengono ogni fenomeno. Il resto  è contenuto nei versi di un altro poeta :

La trombetta vuota suona  parole sprecate

Essa è la prova della messa in guardia.

Colui che non è occupato a diventare nato,

E’ occupato a morire.

Bob Dylan