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Panorama delle scuole filosofiche tibetane della trasmissione orale dette della Dottrina segreta di Alexandra David-Neel

12 Marzo 2011

Note di una conferenza fatta a Bruxelles, a cura di Luciana Scalabrini

Molte storie assurde sono state raccontate sulle scuole di un insegnamento detto segreto che sarebbero esistite in Tibet. Ancora oggi circolano in occidente. Può dunque essere utile presentare a chi interessa un quadro esatto di quello che sono realmente in Tibet le scuole detentrici di dottrine e metodi tradizionali sia intellettuali che spirituali.

Prima di tutto, quando dico Scuola intendo un corpo di dottrine esposte da Maestri  successivi. Non si tratta di corsi fatti da professori e seguiti regolarmente da studenti, come in un istituto universitario.

Ci sono infatti in Tibet dei lignaggi di Dottori della Legge che dichiarano di possedere dottrine filosofiche e metodi di sviluppo delle facoltà intellettuali e spirituali che dalla più remota antichità sono state trasmesse da maestro a discepolo, nella setta cui appartengono.

Tutte queste sette affermano di professare il buddismo. Solo i profani ignoranti credono che ci sia una sola specie di buddismo. Non è così. La completa libertà di pensiero permessa ai discepoli del Budda ha portato i più intellettuali di questi a elaborare  nel corso dei secoli numerose teorie che si presentano come interpretazioni o sviluppi dei principi fondamentali enunciati dal Budda.

Ci troviamo così in presenza di diverse forme di buddismo rappresentate nelle diverse scuole tibetane della tradizione orale

Tuttavia, se vogliamo farci un’idea corretta del carattere di queste scuole dobbiamo sapere che i Maestri si astengono in generale dal proporre teorie ai loro discepoli.
Questi non devono aspettarsi la rivelazione improvvisa di verità particolari. Ciò che otterranno dal Maestro saranno delle indicazioni fatte per permettere loro di coltivare essi stessi, in loro, un certo genere d’energia.

Che genere d’energia? Il Maestro risponderebbe che non esiste che una sorta di energia, ma che quella può essere impiegata in mille modi diversi per migliaia di scopi.

Nel caso che esaminiamo si tratta per il discepolo:

1) di sviluppare in lui l’energia;

2) di utilizzare quella energia per accrescere le sue capacità di investigare per giungere alla conoscenza;

3) di utilizzarle per agire in conformità con la conoscenza acquisita.

Insomma, lo scopo è di operare la trasformazione completa di chi intraprende quel cammino, Di farne un essere diverso da un uomo ordinario. Programma ambizioso…programma ridicolo perché impossibile da realizzare, penseranno molti.

Ma non è a molti che l’insegnamento delle scuole della tradizione orale è indirizzato

Ma vediamo: conoscere

Conoscere cosa?… Conoscere una realtà nascosta sotto le apparenze. Non essere vittima di queste apparenze come la maggior parte degli uomini. Non accettare senza riflessione le cose sembrano essere  a prima vista o come la maggioranza le considera.

Vedere, infine, con questa visione penetrante che va al fondo delle cose e che i tibetani chiamano lags thong, cioè vedere prima.

Credo che queste parole “vedere prima” riassumano tutto il programma delle scuole. Vedere prima nell’ambito fisico come nell’ambito mentale. E quando si conosce, agire coi mezzi che questa conoscenza procura.

I tibetani distinguono un lato dannoso nella potenza che risulta da una conoscenza profonda delle cose nell’ambito fisico e in quello mentale e nella conoscenza del meccanismo al quale i fenomeni ubbidiscono.

Questa potenza, dicono, può esercitarsi in molti modi secondo il carattere di chi la possiede. Può servire al male come al bene. Può ritorcersi contro quello che l’ha parzialmente sviluppata e che non ne è completamente padrone.
Si citano a questo proposito dei fatti incredibili. Bisogna certo tener conto di molte esagerazioni, ma ho buone ragioni di credere che certe storie di apprendisti stregoni che hanno trovato la morte o la follia nel corso dei riti che praticavano siano autentiche.
Ho potuto vederne qualcosa da vicino.

Se dico questo è perché avete potuto sentirne parlare.

Gli eminenti maestri delle scuole della trasmissione tradizionale sono dei filosofi; non vedono negli effetti anormali che il risultato di un cattivo funzionamento delle funzioni mentali che producono una disfunzione delle funzioni fisiche, ambedue essendo opera dell’individuo stesso che ne è la vittima.

Sapere è sempre eccellente, dicono, a condizione di sapere davvero, di sapere a fondo. Credono anche che non tutti gli uomini siano adatti a sapere in quel modo.

Nemmeno noi crediamo che siano tutti adatti ad essere grandi matematici e a comprendere le teorie di Einstein o di grandi analoghi scienziati.
Essi credono anche che la maggioranza degli uomini non abbia nessun desiderio di sapere, nessuna curiosità riguardo al come delle cose e della loro natura e credono soprattutto che pochi siano quelli che hanno la volontà e la perseveranza necessarie per dedicarsi a investigazioni profonde e prolungate.

Per questo sono riservati, ammettono pochi discepoli ed è questo che ha valso al loro insegnamento il nome di dottrina segreta.

Non dobbiamo dimenticare che i Maestri di cui parliamo professano il buddismo. Le teorie, che hanno adottato hanno un fondo solido di buddismo e ricordate che l’ingiunzione fondamentale fatta da Budda è: “ Liberatevi dalle nozioni errate, acquisite delle visioni giuste”.

La salvezza buddista è altamente intellettuale Consiste nel vedere ciò che è invece di contemplare delle fantasmagorie che ci costruiamo noi stessi. Quando perseguono la cultura della perspicacia, della visione acuta, i Maestri sono dunque in perfetto accordo con la dottrina fondamentale del buddismo.

Insistono sul carattere istantaneo e transitorio di tutti i fenomeni; insegnano anche che i corpi che ci appaiono solidi sono in realtà composti da particelle in movimento.
L’apparenza della solidità e della durata è dovuta alla prodigiosa rapidità con cui si muovono le particelle.

Si trova questa teoria in libri sanscriti, tibetani e cinesi.

In seguito, il Maestro dirà ai suoi discepoli: “ Voi credete che sia così, ma probabilmente è per la fede che avete di ciò che è scritto nei libri. Questa non è vera conoscenza. Avete sentito, visto quella impermanenza, quella mancanza di natura propria delle cose che non sono che aggregati di elementi diversi?

Senza dubbio non avete appreso direttamente quel fatto, quindi non ne avete una conoscenza reale. Non avreste che la fede e la fede è l’opposto della conoscenza

Se è così uno di questi dottori potrebbe dirvi: “ Voi occidentali credete che la luce prenda del tempo per viaggiare. Dovete concludere che i fenomeni, gli avvenimenti che vedete ora hanno già avuto luogo, appartengano al passato quando li percepite. Avete coscienza di questo ?
Avete compreso che il fatto che contemplate come presente avvenimenti che si sono prodotti in un passato in punti infinitamente distanti dell’universo deve indurvi a cambiare completamente le vostre nozioni riguardanti ciò che chiamate il tempo: il passato, il presente. Il futuro?
Ai suoi discepoli il maestro domanda semplicemente: Il tempo esiste? C’è un presente, un passato, un futuro?

Questa domanda può sembrarci assurda. Ebbene, sono domande in apparenza ridicole quelle che i Maestri invitano i loro discepoli a farsi. Perché? Perché vogliono condurli  a fare tabula rasa di tutte le loro nozioni; a prepararsi a una rivoluzione completa di tutte le loro antiche idee.

Il tempo?… è vero che una sorta di panorama sfila davanti ad uno spettatore immobile, mentre questo divide quel panorama in pezzi che chiama ieri, oggi, l’anno scorso, vent’anni fa?

Uno dei Maestri della setta cinese Ts’an vedeva il contrario. Ha espresso la sua concezione in una delle sue dichiarazioni che i membri di quella setta chiamano Kwain in cinese e Koan in giapponese, che vuol dire pressappoco problema.
« Meraviglia! » esclama il maestro: “Sono sul ponte e, guardate, non è il fiume che scorre, è il ponte che avanza!”

C’è più di un modo di vedere le cose.

Per usare una immagine possiamo guardarci avanzare tra una serie di avvenimenti, di fenomeni posti lungo la nostra strada. La situazione che attribuiamo a questi è dovuta alla nostra velocità. Lasciamo dietro a noi certi paesaggi, cioè certi aspetti del mondo, certi fenomeni, certi avvenimenti e poiché si trovano dietro di noi li chiamiamo passato. Immaginiamo un compartimento speciale del tempo, tiriamo una linea di demarcazione tra l’ambiente dove ci troviamo e quello dove eravamo ieri e quello che è dall’altro lato della linea, le riteniamo cose morte, niente.

Ma è così? Quello che riteniamo morto lo è veramente? Non esiste sempre, come le montagne o il fiume che nella sua corsa il cavaliere ha lasciato indietro?

Il passato non è vivo nel presente e nell’avvenire? Non è contenuto nel presente? Esiste un’altra cosa che non sia un perpetuo presente?…Bisogna domandarselo.
Però bisogna guardarsi dal concludere che esistono elementi stabili, delle entità che rimangono immobili sotto i fenomeni che cambiano.

Una tale concezione è assolutamente contraria ai principi fondamentali del buddismo come alle dottrine segrete della trasmissione orale.

L’impermanenza è la legge generale. La causa muore quando l’effetto si manifesta, o piuttosto è la distruzione della causa, la sua trasformazione che è l’effetto.
Niente esiste che ha una natura propria, tutto è assemblaggio, impermanenza, in tibetano: “ Zang zag dag méd pa- Tcheu dag med pa”.
È la ripetizione della dichiarazione, lapidaria, dei primi buddisti: “Sabbe sankhara anicca- sabbe dhamma anatta”.

Tuttavia niente è annichilito. Tutto il contenuto di ciò che chiamiamo passato rimane attivo.

I fenomeni materiali, gli avvenimenti di ogni genere, le idee, i pensieri fino ai più piccoli movimenti, dei corpi, degli spiriti di tutti gli esseri, tutto quello rimane allo stato di forze immagazzinate, si può dire, per usare un’immagine, in un deposito.

I tibetani chiamano questo Kun ji, cioè la base di tutto, la coscienza o la base fondamentale.
Gli autori sanscriti dicono Alaya vijnana, deposito di coscienza.

Quel magazzino non è da nessuna parte, è dappertutto, è lo stesso universo. È, approssimativamente parlando, il subconscio dell’universo.

Quel deposito è inespugnabile, anche se il suo contenuto scorre continuamente, perché mentre scorre sotto le forme di attività che costituiscono il mondo, tutti gli esseri e tutte le cose dell’universo vi versano continuamente l’energia che la loro attività genera.

Se non mi sbaglio, la seconda legge della termodinamica che occupa un posto importante nella fisica, si oppone all’idea di impiegare la totalità dell’energia emessa dai corpi. Ma l’universo a cui si applica questa legge è un universo che è ritenuto materiale.
In Tibet siamo su di un altro piano. L’universo come lo concepiscono i Maestri tibetani non esiste che attraverso lo spirito e nello spirito; è una creazione dello spirito ed è fatto di quella sostanza.

Una idea analoga appare in qualche fisico. Leggo in Eddington: “ E’ di spirito che la stoffa del mondo è fatta” La dichiarazione appare più netta nel testo inglese: “The stuff of the wordl is mind”.

Gli antichi filosofo hindu hanno dato il nome di vasana, memoria a quel magazzino di energia che agisce; quanto al Tibet, qui viene chiamata pagchag, propensione.

Le energie costituiscono la memoria dell’universo, la propensione dell’universo, che tende alla riproduzione di attività che si sono già manifestate precedentemente… Vi tendono tutte, ma non con un uguale vigore. Ne consegue che  quelle forze dissimili e talvolta antagoniste si combattono, si neutralizzano o si rinforzano così bene che l’energia produttrice di attività che emana dal magazzino non genera mai ad attività esattamente identiche a quelle che l’hanno alimentata.

Niente è assolutamente predeterminato. Nonostante tutto si produca in virtù di cause, non c’è un determinismo rigido che permetta di prevedere esattamente ciò che avverrà.
Mai, è anche detto un effetto è prodotto da una sola causa. È sempre dovuto alla combinazione di diverse cause in diverse posizioni nel tempo e nello spazio, alcune vicine, altre lontane.

I tibetano danno una grande importanza alla distinzione tra causa primaria e cause secondarie, queste ultime indeterminate ma sempre considerevoli.

Uno degli esercizi proposti ai discepoli consiste nel districare l’ammasso complicato delle cause secondarie attorno alla causa principale e scoprire il ruolo che hanno avuto negli avvenimenti e i fenomeni che si producono attorno a noi e soprattutto di quelli che avvengono in noi.
Bisogna sforzarsi di scoprire le cause che hanno costruito l’individuo che siamo noi oggi.
Conoscere queste cause è conoscere le proprie vite anteriori.

I Maestri dicono: Spesso nei testi buddisti si tratta di scoprire le proprie vite precedenti. La maggior parte dei buddisti che non comprendono la dottrina riguardante l’inesistenza di un ego hanno ripreso l’antica idea hindu della reincarnazione di uno spirito sempre lo stesso, che trasmigra, il jiva degli hindu.

Non è così che la dottrina segreta intende la rinascita. Ciò che rinasce, o piuttosto ciò che persiste sono le forze, che confluiscono per produrre un fenomeno fisico, un individuo, le disposizioni mentali di quell’individuo, ecc.

La dissociazione di queste forze avviene ad ogni istante e delle associazioni parzialmente o totalmente differenti si formano. Avendo coscienza di questo si può spiegare la parola del Budda: “ Ciò che si chiama un uomo, è un perpetuo cambiamento”.

Così come tutti i corpi, tutti i fenomeni e l’universo intero, quello che chiamiamo il nostro me è un continuo vortice in cui le forze precipitano, attirate e captate da lui, mentre nello stesso tempo quel vortice rigetta altre forze che si aggiungono ad altri vortici.

I Maestri tentano di far comprendere non solo che la via universale è fatta di movimento, ma vogliono che i loro discepoli acquisiscano una acutezza di percezione che permetta loro di vedere tutto quello che li circonda e di vedersi loro stessi sotto certi aspetti del gioco continuo dell’energia.

Avendo visto quello, avendo contemplato lo spettacolo della vita universale, vedranno che le idee di nascita e di morte, nel senso ordinario del termine, sono delle pure illusioni prive di fondamento.

Come dice il grande Nagarjuna: “ Non c’è né venuta all’esistenza, né cessazione dell’esistenza”
E possiamo confrontare questa dichiarazione a quella del Budda: “ Un ignorante dice che tutto è. Un altro ignorante dice che niente è. Ma per chi conosce secondo saggezza, non c’è né Essere né non Essere”.

Per riassumere dirò che l’insegnamento dato dai grandi Maestri tibetani delle Dottrine segrete consiste nell’ispirare ai loro discepoli il desiderio di penetrare ciò che esiste dietro le apparenze che si presentano ai sensi, dietro le teorie generalmente ammesse e dietro al me a cui l’abitudine fa credere.

Essi li incitano a contemplare altri spettacoli diversi da quelli abituali. E soprattutto  a riconoscersi altro da colui che hanno sempre creduto di essere.

Alexandra DAVID-NEEL