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Psicanalisi e liberazione di Daniel Roumanoff

26 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 84 – Traduzione dr.ssa Luciana Scalabrini

Psicanalisi e spiritualità spesso non vanno molto d’accordo, anche se i loro ambiti coincidono, forse proprio perché coincidono.

Infatti la psicanalisi  è venuta a cacciare sulle terre tradizionali della spiritualità. Spiritualità e psicanalisi trattano tutte e due ciò che succede nell’uomo, all’interno dell’uomo. Percorrono entrambe lo stesso terreno e le reciproche accuse testimoniano la stessa incomprensione e la stessa mancanza di conoscenza sia da una parte che dall’altra.

1        Certi spiritualisti, che contestano la scienza, lo fanno opponendo alla scienza analitica e razionale la fede, l’adesione del cuore, l’irrazionale. Noi non li seguiamo su questo terreno. La scienza fa parte della conoscenza come la conoscenza spirituale: scienza esterna e scienza interna sono due aspetti della scienza e l’una non è completa senza l’altra.

2        Altre ancora attaccano Freud accusandolo di riduzionismo perché il suo metodo tende a voler spiegare il complesso con il semplice, il superiore con l’inferiore, lo spirituale con il materiale. Pongono allora lo spirituale come un  “a priori” che esiste indipendentemente dalla materia. Questo  ci riporta alla antica teologia che pone l’esistenza di Dio o dello Spirito o della Coscienza prima della materia.

3        Anche quando è accettata l’esistenza dell’inconscio, certi rimproverano a Freud di avergli dato un posto troppo grande, quasi tutto il posto. L’inconscio può esistere, ma parallelamente può esserci posto per lo Spirito o per altre forze che non hanno niente a che vedere con l’inconscio. Questo è un usurpatore che ha detronizzato il vero sovrano delle profondità: lo Spirito Santo!

4        La contestazione tradizionale rifiuta in blocco le idee freudiane. Conserva le presentazioni tradizionali: Dio, Creatore, Spirito Santo, diavoli e demoni. L’inconscio freudiano gli appare come un’immonda cloaca per il posto centrale dato alla sessualità. Essa non può che opporsi alle concezioni che riducono l’uomo alle sue pulsioni più elementari. Le più vili, le più basse, le più animali. No, l’uomo è, grazie a Dio, altra cosa!

E’ Freud  soprattutto il bersaglio principale. Gli rimproverano essenzialmente di spiegare

ciò che c’è di più elevato nell’uomo con i  suoi bassifondi e di proiettare le

proprie nefandezze sul resto dell’umanità.

Quando si sente dire che Freud  attacca i valori tradizionali, bisogna comprendere che

attacca le false credenze, i pregiudizi, l’illusione. Ciò che è  “vero” in una tradizione non

può essere toccato da nessun attacco. La contestazione freudiana della tradizione è come la

via indiana che cerca di eliminare manas, il mentale, la sorgente dell’illusione.

5        Per la contestazione neo-spiritualista d’ispirazione junghiana, l’inconscio non è più unicamente malefico. Esso forma la trama essenziale della psiche umana, diventa sinonimo di Spirito Santo, è la presenza del divino nell’uomo. La sessualità, certo, ha il suo posto, ma non occupa più una posizione centrale. La libido si allarga e diventa l’attrazione in generale.

L’inconscio diventa il Salvatore. Indica la buona direzione, quella in cui l’essere troverà il suo compimento. L’inconscio è il campo in cui si affrontano le potenze del bene e quelle del male. Jung identifica l’inconscio nella sua dimensione superiore alla quaternità. L’inconscio è divenuto Dio.

Nelle profondità si affrontano gli dei e i demoni di cui i miti ci riportano le vicende. Jung reinterpreta così i miti, riabilita i simboli, s’interessa dei segni.

Pertanto quella opposizione comincia a estinguersi e si osserva no da una parte e dall’altra dei tentativi di avvicinamento.

1        Già certi spiritualisti riconoscono l’importanza delle scoperte della psicologia per meglio comprendere il proprio ambiente. Ciò che interessa è poter parlare di ciò che succede nell’uomo senza utilizzare termini religiosi, senza fare appello alla trascendenza.

Alcuni preti o monaci cristiani consigliano delle psicanalisi prima di entrare negli ordini (Illith, Michel de Certeau, Jean Francois Catalan, Raymond Hostie, Drewerman). Altri cercano di utilizzare la psicanalisi per uno scopo spirituale.

Catalan traccia una lista di vantaggi che un ricercatore spirituale può trovarvi ( comprendere la risonanza umana dell’esperienza, vedere che non c’è spirituale puro) e barriere da evitare (riduzionismo, considerare che la via spirituale è una proiezione ( monismo) o inversamente che psichismo e spiritualità sono due cose separate (dualismo), fare attenzione al rischio di confusione: niente Dio nelle strutture psichiche (Jung), niente concordismo: psicanalisi e fede.

2        Parallelamente certi psicologi si sono interessati alla spiritualità. Jung è certamente quello che più ha contribuito a gettare ponti e a introdurre una dimensione spirituale nella psicologia.

Jung vuole integrare le tenebre. E’ interessante perché sembra inglobare la diversità. Introduce una dimensione spirituale, ma a che prezzo! E’ popolare tra gli spiritualisti. Rifiuta il primato della sessualità; la libido diventa appetitus. Privilegia l’attuale e la regressione. Questo significa  che le reminiscenze della sessualità infantile sono fantasmi di un’epoca più tardiva che il soggetto proietta sul suo passato. Lavora sui sogni ai quali attribuisce un contenuto simbolico: espressione del bisogno di trascendenza… quaternità. Introduce gli archetipi e l’inconscio collettivo, l’occulto è onnipresente. Manifesta simpatia verso ogni esperienza religiosa, i miti, l’alchimia.

Tutto è trattato in maniera vaga e nebulosa. Scivola verso la fusione globalizzante, l’imprecisione e la confusione. Dopo Freud egli “si prende per un profeta”.

Al seguito di Jung, il movimento del Potenziale Umano e della Psicologia Umanista insistono sullo sviluppo della persona che deve mirare alla piena espressione delle sue potenzialità (Gestalt, Analisi Transazionale, Bioenergia) Più radicale, il movimento della Psicologia Transpersonale cerca di andare al di là dell’individuo (Fromm, Progoff, Maslow).

Tutti quei tentativi però sono insoddisfacenti. La psicanalisi si trova frenata, deformata, recuperata dalla spiritualità che distrugge il suo lato innovatore; in parallelo la spiritualità si trova in qualche modo fagocitata dall’approccio psicanalitico. Swami Prajnanpad è il solo a nostra conoscenza ad essere riuscito a compiere una vera integrazione nella quale ciascuno degli approcci conserva il suo posto intero e completo.

Swami Prajnanpad e la psicanalisi.

Swami Prajnanpad, nonostante alcune riserve sui limiti di Freud, ha sempre espresso una grande ammirazione. Lo ammirava per “la sua grande mente”, e la sua lotta difficile per la causa della verità e diceva che “la struttura totale della psicanalisi era costruita su questo uomo particolare” e che era il prodotto di un solo uomo. Appare chiaramente dopo la lista dei libri che aveva Swami Prajnanpad, che studiò in modo approfondito e meticoloso, che tutto questo appartiene alla scuola freudiana. Infatti Freud fornisce il quadro concettuale al quale Swami Prajnanpad ha dato un’estensione, una portata, che offre un orizzonte nuovo, ma a cui è poco probabile che Freud avrebbe aderito se l’avesse conosciuto.

Swami Prajnanpad usa le nozioni di inconscio, di rimozione, di libido, di proiezione, di regressione, di identificazione… Usa tutte queste nozioni, ma sempre al servizio dello scopo che cerca: rendere accessibili le grandi verità delle Upanishad in modo che diventino esperienze vissute e non siano una tradizione morta, di cui ci si contenta di ripetere le parole o su cui si commenta, abitudine così consueta in India, che l’espressione Vedantino in parole è passata nel linguaggio corrente.

Ci si può domandare allora perché ricorrere alla psicanalisi e non restare nel quadro del Vedanta. Cosa porta di più la psicanalisi? Di primo acchito appare più scientifica e più precisa. La presentazione che dà del funzionamento della psiche è argomentato, razionale. Non si riferisce ad alcuna autorità esterna né ad alcuna rivelazione, usa un linguaggio specifico che permette di vedere da un nuovo angolo una problematica antica. Infine Swami Prajnanpad ci vede un metodo razionale di esplorazione del funzionamento dell’inconscio e la possibilità di rendersene liberi, anche se questo non corrisponde alla visione di Freud.

Swami Prajnanpad non contesta mai Freud, ma cerca ogni volta di espanderlo. Così l’inerzia delle origini di Freud diventa la Neutralità, l’Equilibrio, l’Assoluto, il Brahaman delle Upanishad. La pulsione di morte non è altro che il nirvana o estinzione del me. La coscienza della felicità dell’embrione  è l’Assoluto fisico. E ciò che caratterizza l’uomo è il suo desiderio d’infinito, che niente saprebbe soddisfare che l’infinito stesso.

Sarebbe interessante rintracciare l’evoluzione di Swami Prajnanpad e vedere come è passato da una pratica che si riferiva esplicitamente a Freud, poiché i suoi allievi la chiamavano psicanalisi a quella di manonasha (distruzione del mentale), ma non  disponiamo che di pochi elementi per poterne dare una descrizione precisa.

Ciò che sappiamo di più preciso è che Swamiji ha cominciato a praticare delle analisi al Kashi Vidyapith, dopo il suo ritorno dall’Himalaya e che le proseguì dal 1925 al 1930.

Le sedute in cui “ l’inconscio viene alla superficie”, sono chiamate psicanalisi dai suoi studenti indiani. Swamiji accetta il termine.

Più tardi, verso il 38, lo rifiuterà e parlerà di manonasha, termine tratto da Yogavasistha.

Dunque Swami Prajnanpad non prenderà né tutto Freud, né ciò che non pareva sufficientemente fondato. Scriverà molto più tardi: “Ciò che gli psicologi e saggi orientali hanno visto nella sua pienezza, gli psicologi occidentali, particolarmente Freud, l’hanno messo in evidenza, parzialmente e un po’ superficialmente”.

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