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Ritorno a Nietszche: rileggere Zaratustra di Alain Benoist

1 Gennaio 2011

Diceva: “Più ci eleviamo, e più sembriamo piccoli a quelli che non sanno volare”

La scena si svolge in Svizzera, nell’Engadina, all’inizio del 1881. Al termine di una passeggiata nella foresta, Nietzsche si è fermato  ai piedi di una roccia, in riva al lago di Selvaplana. Là, a 6000 piedi sul livello del mare, e ben più in alto ancora al di sopra di tutte le cose umane, che per la prima volta ha l’intuizione dell’eterno ritorno. Scriverà: “ Quel giorno Zaratustra mi assalì”.

Nell’opera di Friedrich Nietzsche (1844-1900) Così parlò Zaratustra, che si pone tra “La gaia scienza” e “Al di là del bene e del male”, egli attraversa un periodo di grande sofferenza interiore. Ma è anche il momento in cui appare più fecondo: le opere si succedono  le une alle altre come frecce folgoranti.

La prima parte di Zaratustra è scritta a Rapallo, all’inizio del 1833. Il 15 febbraio Nietzche apprende la morte di Wagner. Va a Roma, poi a Sils-Maria. La seconda parte è compiuta in primavera. In autunno parte per Leipzig, dove sollecita senza successo per fare corsi liberi all’università. Dopo di che parte per Genova e di là per Villefranche sur mer. Termina la terza parte a Nizza, nell’inverno. Ma la pubblicazione dei primi fascicoli, sui quali aveva fondato grandi speranze, non riscontra nessuna risonanza.

Più isolato che mai, riprende la sua peregrinazione: Venezia, Sils-Maria, Zurigo, Menton, Nizza. Nel 1885, redatta la quarta parte, decide di fare pubblicare l’opera a sue spese. La tiratura è di 40 esemplari.  Ma non trova che sette persone a chi inviarla. Quel dramma riassume tutta la sua vita: quelli che lo interessavano non comprendevano mai la sua opera, quelli che l’apprezzavano di più, non gli interessavano.. Alla fine del 1886, l’editore Fritsch di Leizig riunisce in un volume le prime tre parti di “ Così parlò Zaratustra”. Ma bisogna attendere il giugno del 1892 per vedere apparire da Naumann, a Leipzig la prima edizione  dell’insieme del manoscritto.
Così parlò Zaratustra è un poema filosofico dalle andature di composizione musicale.  Ha tre temi, i suoi ritornelli, le sue variazioni. “ Paragonato alla musica, diceva Nietzsche, ogni frase ha qualcosa di indecente.”

Zaratustra discende dalle alture della montagna, va verso gli uomini come il martello verso la pietra da scolpire. Lui che porta il nome di uno dei più grandi moralizzatori,(Zoroastro, antico riformatore della religione dell’Iran) proclama la morte della morale, la venuta del Superuomo, la certezza dell’Eterno Ritorno.

« Odio gli esseri incerti»

L’opera è tutta intera d’ispirazione solare. Ogni pagina si bagna nell’accecante luce di una affermazione di vita. “Io che sono nato sulla terra, scrive Zaratustra, provo le malattie del Sole come un oscuramento di me stesso e un diluvio della mia anima.”
Si leggeva già nella Gaia scienza: “ Chi vuole intonare un canto,, un canto del mattino, così assolato, così leggero, così arioso, non cacci le idee nere, ma le inviti a cantare con lui, a danzare con lui”. E nei Canti del principe Vogelfrei: “ Cacciamo le nubi che oscurano il cielo, i menagramo del mondo, quelli che portano le nubi! Illuminiamo il regno dei cieli! Siamo risonanti!”

Nietzsche  così intende essere risonante. ”Preferisco il rumore e il tuono , le rovine del cattivo tempo a quel riposo  di gatti circospetti ed esitanti, scrive. E tra gli uomini, odio soprattutto gli esseri incerti che camminano col passo del lupo, le nubi che passano dubbiose ed esitanti.” In pericolo, dice, non sono i “cattivi”, perché la loro cattiveria può passare. Sono i “malati”, perché la loro malattia resta. “ Le malattie, scrive, sono i più grandi pericoli per quelli che si comportano bene”. E’ che le malattie odiano, e nello stempo la desiderano, quella grande salute che non hanno, nello stesso modo che i deboli aborrono la forza. I deboli vorrebbero che tutti fossero sfiniti, i malati che tutti fossero contagiati. Così i loro mali gli sembrerebbero più leggeri. Il nano che vede che il gigante è abbattuto, si trova d’un tratto meno piccolo.

I deboli dicono:” Siamo i soli buoni, i soli giusti, siamo i soli homini bonae voluntatis”. Passano in mezzo a noi  come dei rimproveri viventi, come se volessero servirci da avvertimento, come se la salute, la robustezza, la forza, la fierezza, il senso di potenza fossero semplicemente dei vizi  che bisognerebbe espiare, amaramente espiare. Hanno sete di  giocare un ruolo di carnefice!”. Nietzsche dà la parola al debole. Gli fa spiegare le cause implicite del suo  odio: “ Ah! Se potessi essere un altro, non importa chi! Così calmare quello sguardo. Ma non c’è speranza. Sono quello che sono: come potrei sbarazzarmi di me stesso? E però io sono stanco di me stesso! “

Alla morale del peccato Nietzsche sostituisce un’etica dell’onore.

In Zaratustra sorpassa ormai la critica classica del moralismo giudaico – cristiano e del ruolo del prete, che aveva sviluppato in La genealogia della morale e Il crepuscolo degli dei, per affrontare il problema della creazione di una “nuova obbiettività” sulle rovine stesse della nozione di assoluto.

« Una volta, scrive,il blasfemo contro Dio era il peggiore blasfemo. Ma Dio è morto e con lui sono morti  anche i blasfemi. Il peggiore sacrilegio è ora  bestemmiare la terra. Zaratustra è fedele alla terra. Ma sa anche prenderne la distanza;” bisogna lasciare la vita come Ulisse lasciò Nausicaa, con riconoscenza, piuttosto che con amore” E aggiunge: “ La maturità dell’uomo è ritrovare l’impegno che metteva nei suoi giochi infantili”, e ancora: “ L’uomo è un genio quando può amare  una cosa e al tempo stesso fregarsene”.

Alla morale del peccato propose di sostituire un’etica dell’onore, dove la vita non vale la pena di essere vissuta che a certe condizioni. “ Il mio io mi ha insegnato una nuova fierezza, dichiara Zaratustra. L’insegno agli uomini: non nascondere più la testa sotto la sabbia delle cose celesti, ma portarla con fierezza”. Questa sarà dunque “una morale della vita, non condannerà che le vite asservite e  decadute” ( Thierry Maulnier)

Davanti ad esseri inferiori( “Quando dicono sono giusto, è sempre come dicessero: sono vendicato ), l’uomo superiore  è preso dalla sua umanità: “ poiché sei tenero e giusto, dici: essi sono innocenti della loro piccola esistenza. Ma la loro anima meschina pensa: ogni grande esistenza è colpevole.
« L’uomo è una corda sull’abisso.»

Il declino delle aristocrazie è andato di pari passo con un processo che  ha dato il potere  a quelli che Nietzsche chiama gli ultimi uomini. Con questo termine denuncia i rappresentanti della società dei consumi e della morale dei mercanti: quelli che pensano che l’avventura umana è troppo rischiosa, che bisogna mettere un limite alla storia, abolire le tensioni, dare a tutti uno stesso benessere, sottomettere la politica all’economia e l’economia al sociale.” Abbiamo inventato la felicità, dicono gli ultimi uomini, e strizzano l’occhio”.

In effetti l’uomo è qualcosa che deve essere superato. “L’uomo è una corda tesa tra la bestia e il super – umano, una corda sull’abisso Ciò che c’è di grande è che è un ponte, non uno scopo” Sappiamo l’attenzione con cui seguì i lavori di Darwin sull’evoluzione della specie. Però per lui il Superuomo non è un uomo maggiorato. E’ un essere completamente differente, con la propria maniera di essere, il suo modo di vedere il mondo e di valutare il senso delle cose. Quello la cui affermazione dà nascita  ad una nuova specie; quello la cui visione del mondo si impone con una tale potenza che non si può più dopo di lui pensare al di fuori di quella visione. E’ il raggiungimento di una visione creativa del passato nel presente, il ritorno di quel che è stato in un’altra forma; e al tempo stesso un acquisizione: perché l’essere che si realizza, ad un tratto, si sorpassa.

Il senso dell’Eterno Ritorno.
Per Nietzsche, l’uomo non ha un senso che se tende ad andare al di là della sua condizione, cioè se non esita a progettare la propria sparizione: la sparizione della sua natura a profitto della sua “sopra- natura” che si darà. “ Il superuomo corrisponde ad uno scopo, uno scopo dato ogni momento che è forse impossibile raggiungere; meglio, uno scopo che, nell’istante stesso in cui è raggiunto, si ripropone verso un nuovo orizzonte. In una tale prospettiva, l’uomo si presenta come un continuo superamento dell’uomo dall’uomo” Giorgio Locchi).

« Il Superuomo è il senso della terra!  Che la vostra volontà dica: che il Superuomo sia il senso della terra!»

Per esprimere questa necessità di un superamento, si serve del martello dell’Eterno Ritorno. In Zaratustra quel tema è illustrato dall’enigma del portico: “Guarda quel portico! Ha due facce. Due cammini si riuniscono qui, che nessuno ha ancora percorso fino in fondo. Quella lunga strada che ritorna indietro, e questa lunga strada  che si volge in avanti: è un’altra eternità. Si contraddicono i cammini, vanno uno contro l’altro ed è qui  a questo portico che essi si incontrano. Il nome del portico è scritto là in alto: si chiama istante.”

« Tutto viene e si tende la mano, e ride, e fugge, e ritorna. Tutto va e tutto ritorna: la ruota dell’esistenza gira eternamente. Tutto va in frantumi, tutto si ricompone di nuovo, eternamente si costruisce lo stesso edificio dell’esistenza. Tutto muore, tutto rifiorisce, il ciclo dell’esistenza continua eternamente. Tutto si separa, tutto si saluta di nuovo, l’anello dell’esistenza resta fedele a se stesso. Ad ogni  momento comincia l’esistenza; attorno a tutto  si dispiega la sfera. Là. Il centro è dappertutto. Il sentiero dell’eternità è tortuoso.»

Nietzsche non nasconde qui ciò che deve ai greci dell’epoca pre – socratica: Eraclito, Parmenide, Anassimandro. Ma aggiunge, in una stessa intuizione, l’incessante rinnovarsi delle stagioni e delle generazioni, e le scoperte della scienza moderna: il ciclo del carbonio, dell’ossigeno, ecc.. Alla stessa epoca in cui formula queste idee, Gustave Le Bon scrive: “ Se sono gli stessi elementi di ogni mondo che servono, dopo ogni distruzione per ricostruirne altri, è facile capire che le stesse combinazioni, cioè gli stessi mondi abitati dagli stessi esseri hanno dovuto ripetersi molte volte”

Si sa che Nietzsche studiò molto la scienza del suo tempo e che pensò di dimostrare la concordanza della teoria atomica, allora nascente,  con l’idea dell’Eterno Ritorno. All’inizio del secolo, Gabriel Huan scriveva: “Il carattere scientifico e la dottrina dell’Eterno Ritorno è innegabile; forse è quello il solo sistema cosmologico che si adatta all’ipotesi più recenti della scienza moderna. Dieci anni dopo Abel Rey confronta le teorie di Nietzsche agli insegnamenti della termodinamica e della teoria cinetica dei gas. Osserva: “ L’idea dell’eterno ritorno non è altro che l’affermazione che tutto è relativo. Considerata in un tempo sufficientemente lungo,  si effettua come se potesse ricominciare”. Poi l’idea ha trovato una nuova giustificazione nella nozione di discontinuità del reale, indotta dalla micro-fisica. Rimettendo in causa le estrapolazioni universali del principio di Carnot, che si applica ai risultati complessi , ma non agli avvenimenti molecolari, la scienza moderna tende a negare l’idea di una irreversibilità generalizzata,  a riportare l’irreversibile al reversibile, e il disordine generalizzato ad un ordine possibile.

Su un piano più direttamente filosofico, l’Eterno Ritorno è spesso mal interpretato, quando non è considerato come marginale nell’opera di Nietszche, In realtà, come ha rimarcato Gille Deleuze, l’identità si rapporta meno alla natura di ciò che ritorna che al fatto, per ciò che è differente, di ritornare eternamente. E’ l’espressione di un principio che è la ragione del diverso e della sua riproduzione, la ragione della sua differenza e della sua ripetizione. Nella critica della concezione lineare della storia, che implica che ci sia un inizio, una fine e un senso della storia,  Nietszche va più lontano che un semplice ritorno alla concezione ciclica degli antichi, di cui vede i limiti( “ da dove verrebbe la diversità all’interno di un ciclo ?”), precisando che “ non ci si rifà ai greci”. Afferma che la storia è simile ad una sfera: che a ogni momento c’è una possibilità di una rigenerazione del tempo.

Il tempo, una sfera il cui centro è dappertutto.
Per comprendere la concezione della storia che ci propone Nietszche, bisogna metterla in parallelo con l’idea di una prospettiva quadridimensionale, di cui siamo debitori alla concezione relativista dell’universo fisico. Mentre nell’antichità gli istanti erano ancora visti come punti che si succedevano su una linea, in Nietszche il divenire è visto come un insieme di momenti di cui ciascuno forma come una sfera all’interno di una “ super- sfera quadridimensionale”( una dimensione spaziale, tre dimensioni temporali), in modo che ogni momento occupa il centro in rapporto agli altri.

In questa prospettiva, indica Giorgio Locchi, non solo l’universo non ha né inizio né fine, ma l’immagine più appropriata per esprimere il tempo non è più il cerchio, ma la sfera. La posizione totale dell’insieme delle forze è sempre destinata a ritornare, perché ogni combinazione condiziona un’infinità di altre combinazioni.

Il destino gioca a dadi, osserva Deleuze: “ Quando i dadi lanciati fissano una volta il caso, i dadi che ricadono danno necessariamente il numero dove il destino riporta il lancio dei dadi”.

Il tema ha un evidente aspetto etico. Del pensiero dell’Eterno Ritorno, Nietszche dice che è” pesante e difficile”. In effetti la pressione che esercita sull’uomo non è elettiva ma selettiva. Implica una selezione delle scelte: non ritorna eternamente ciò che è deciso a ritornare.” E’ solo chi tiene la sua vita eternamente capace di essere ripetuta, che resta”. Egli stima che quel pensiero, vivere in modo che si possa volere rivivere eternamente la propria vita, è suscettibile di trasformare l’uomo più attivamente che il mito della dannazione eterna. Questa è la massima: “Imprimi sulla tua vita l’immagine dell’eternità”.
Per Nietszche una prospettiva istituita nella storia è tanto più giusta quanto più si esprime con una forza suscettibile di realizzarla meglio. Per questo ai suoi occhi la volontà di potere è la stessa essenza della vita; è quella e non la lotta di classe che è il motore e la causa della storia.

« Sono l’uomo della fatalità»

Così come l’essere aristocratico non consiste in diritti ma in doveri, la volontà di potere, prima di autorizzare a prendere, obbliga a dare. Essendo pura affermazione di sé, è necessariamente creatrice: l’affermazione aggiunge, non toglie. L’eroe tragico non si domanda, come il borghese ( o il proletario come Marx lo definisce) può ottenere dall’esistenza, ma ciò che può dare alla vita.

Di conseguenza la storia non è da definire come un seguito di avvenimenti o di fatti non concatenati come la semplice successione di generazioni; e non è nemmeno uno spettacolo o un oggetto di culto. E’ la continua trasformazione delle società con quella coscienza storica che è uno specifico dell’uomo, servito dalla volontà di potenza che sola dà senso alla storia, istituendo su di lei la prospettiva più forte.

In quella concezione proposta da Nietszche, l’uomo è il solo che faccia la storia, non in quanto si include in una classe, o che soddisfi le prescrizioni di un dogmatismo, ma in quanto individuo libero delle sue scelte, non determinato, trovando in se stesso solo la possibilità di essere più di lui stesso. La storia è totalmente il suo fatto: faber suae fortunae. La sua libertà consiste nel poter sempre scegliere tra le diverse prospettive storiche possibili, sola situazione in cui quella libertà non è una falsa sembianza.
Grazie alla sua azione nei e sui tempi, l’uomo supera l’oggetto con tutto quello che non si lascia ridurre a lui. Il caos non è ciò che era prima, ogni cosa essendo diventata e non ancora diventata, ma ciò che da ogni tempo è informe: il caos di tutto, caos eterno anch’esso, che esclude la finalità e l’ordinamento univoco della storia, condizione stessa del movimento sferico delle cose all’interno del divenire. Liberamente creatore, l’uomo è creatore di se stesso: basta a se stesso.( E ciò che vale per le persone vale anche per le culture e i popoli).
Al contrario di Marx, Nietszche non parla solo in termini di società ma in termini di civilizzazione. Nel socialismo scopre un pregiudizio profano di “ quel vangelo dei piccoli che rende piccoli, un risorgere di quel veleno della dottrina dei diritti uguali per tutti con cui il cristianesimo ha distrutto la nostra felicità sulla terra” ( il crepuscolo dei falsi dei). All’ineluttabilità della società degli eguali, oppone la possibilità permanente di una società aristocratica che dà a ciascuno secondo i suoi meriti, dove l’uomo è la misura di tutte le cose, dove la vita trova in se stessa la propria giustificazione, e che arricchisce il mondo invece di impoverirlo.

« Sono l’uomo della fatalità, scrive, perché quando la verità entrerà in conflitto con la menzogna millenaria, avremo delle vibrazioni  come non si sono mai avute, una convulsione di terremoto, uno spostamento di montagne e di valli, come non si è mai visto . L’idea di politica sarà allora  completamente  assorbita dalla lotta delle menti. (….)Ci saranno guerre come non si sono mai viste sulla terra. E’ solo a partire da me che c’è nel mondo una grande politica.»

Affermando che l’Europa si farà, anch’essa “fatalmente”, aggiunge: “Vorrei vedere l’Europa crearsi in mezzo ad una nuova casta che la governasse, una volontà unica, formidabile, capace di perseguire uno scopo per migliaia d’anni, per mettere fine alla troppo lunga commedia della sua piccola politica e delle sue meschine e innumerevoli volontà dinastiche o democratiche. Il tempo della piccola politica è passato, già il secolo che si annuncia fa prevedere la lotta per la sovranità del mondo. E l’irresistibile impulso verso la grande politica.” (Al di là del bene e del male).

Liberato dall’insopportabile tensione risultante dall’antagonismo tra la morale e la vita, l’uomo esplode nel riso. Come il giovane pastore della visione di Zaratustra, quando ha schiacciato la testa del serpente che lo spaventava, ritrova a un tratto l’innocenza e la gioia.

Ogni gioia vuole la profonda eternità

Il tema della gioia esplode alla fine di Zaratustra come nella IX sinfonia, quando il cielo si rischiara dopo l’uragano. Zaratustra come ogni eroe è anzitutto gioioso. In mezzo alla strada che conduce al super -umano, quando viene il tempo del Grande Mezzogiorno, si mette a intonare un “canto di ebbrezza”, perché la gioia è più profonda della pena. Per questo diventa eterna: “Il dolore passa e finisce; ma ogni gioia vuole l’eternità, vuole la profonda, profonda eternità”.

« Ciò che facciamo, scrive Nietszche, non è mai compreso, ma solo lodato o disprezzato. ». Lui stesso non sfugge a quella legge.. Ma il “gioioso messaggero” non vuole fondare una nuova religione. “ Ora, vi ordino di perdermi e di trovare voi stessi, perché non è che quando mi avrete rinnegato che ritornerò tra voi”.

Così parlò  Nitszche- Zaratustra.

A cura di Luciana Scalabrini.

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