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Conoscersi per superarsi di Robert Linssen

28 Dicembre 2010

Le dottrine segrete del buddismo tibetano sono dominate da una preoccupazione fondamentale: vedere, vedere prima. Quella vista penetrante è la base essenziale del buddismo in generale e dello Zen in particolare.  Il termine Zen  che impieghiamo è imperfetto; sarebbe più esatto parlare di Ch’an, di cui Bodhidharma, Seng-Tsang, Hui-Neng, ecc. erano i più illustri rappresentanti.

L’arte della vista giusta consiste nel discernere la realtà al di là delle apparenze. E questo si applica tanto all’ambito fisico che all’ambito mentale.

Abbiamo spesso evocato l’aspetto illusorio del mondo materiale che si offre ai nostri occhi sotto le apparenze di solidità, di continuità. Oggi tutti sanno che la materia non è continua.

Essa è composta di atomi in cui esistono spazi considerevoli. La varietà dei costituenti intra- nucleari, neutroni, iperoni, pioni, neutrini da una parte, gli elettroni planetari e i campi dall’altra, devono essere considerati manifestazioni differentemente polarizzate di una sola e stessa energia.

La discontinuità non è solo una proprietà della materia. Essa si applica anche alla coscienza, che non è continua. L’impressione di continuità risulta da una mancanza di attenzione da parte nostra. E’ la sovrapposizione straordinariamente rapida e complessa dei pensieri che dà alla nostra vita interiore l’impressione di solidità e di continuità. Non c’è un pensatore- entità, ci dice Krishnamurti.

Esiste solo una successione rapida di pensieri. Lo svolgimento dei pensieri non è continuo. Ci sono tra i pensieri dei vuoti interstiziali. In quei momenti di silenzio, l’attività mentale è inesistente e ci è data la possibilità dell’esperienza spirituale.

Abbiamo già parlato di quel che precede molte volte. Niente è più essenziale. Ogni ricerca in un’altra direzione è futile.

Vedere giusto è smascherare la commedia che il me  gioca a se stesso e agli altri.  Con la via penetrante  dobbiamo liberarci dall’attaccamento e dall’identificazione. Non ci si addestra artificialmente al distacco con la conquista cosciente delle virtù insegnate nelle religioni organizzate. Il distacco vero deriva dallo sguardo penetrante.

Questo ci svela il carattere illusorio del me.

Come percepire  il carattere illusorio del me senza avere una conoscenza della Realtà? Perché è evidente che non possiamo conoscere la Realtà, che è lo sconosciuto totale, il fiorire creatore di ogni istante presente.

Non ci si domanda niente di impossibile. Basta essere pienamente attenti. Anche adesso, dove si svolge la nostra vita quotidiana. Se non possiamo conoscere la Realtà, possiamo in ogni caso conoscerci meglio. Possiamo scoprire in noi stessi il fatto che la nostra avita interiore è una successione incessante di pensieri nascenti e incompiuti. Ad ogni momento si presentano pensieri nel campo della mente. Appena sono percepibili, altri si presentano, non gli permettiamo mai di terminare la loro corsa

Perché? Come può succedere che così pochi esseri siano capaci di osservare attentamente i loro pensieri? Come succede che  così poche persone arrivino a scoprire la discontinuità della propria coscienza?

Esiste una forza oscura, ma onnipotente che ci impedisce di vederci come siamo. Siamo indiscutibilmente agiti da un istinto di conservazione. Senza di lui non saremmo in questo mondo.

Ma ciò che fu un aiuto può ad un certo punto diventare un impedimento. L’istinto di conservazione si manifesta in noi con una avidità, con un desiderio di durare, con una paura di perderci , con la sete di provarci in quanto entità distinte. Una parte di noi stessi, cacciata nelle profondità della coscienza personale, sa perfettamente che, se ci fosse data la possibilità di essere in un solo istante di fronte ad un vuoto interstiziale tra due pensieri, la falsità del me diventerebbe evidente a tal punto che la coscienza personale non tarderebbe a dissolversi.

Ora, il vecchio uomo in noi non vuole quella dissoluzione.

La sovrapposizione rapida e complessa delle operazioni mentali non è solo un caso. Essa è la manifestazione dell’istinto di conservazione del me che coi suoi stratagemmi procura solidità psicologica.

Ci è perfettamente possibile, con l’esercizio di una attenzione profonda, suscitare in noi la forza che fa evidenziare l’attività mentale.

Vediamo e sentiamo al tempo stesso la spinta responsabile dell’apparizione dei nostri pensieri. Quell’urto si pone nelle pieghe più profonde della coscienza. Quando abbiamo compreso e sentito che quella forza  è intimamente legata all’istinto di conservazione dell’io, è possibile liberarcene. La liberazione non viene da un rigetto o da un atto di volontà. La visione  del falso come tale è liberatrice. Insistiamo sul fatto che a dispetto delle apparenze non è questione di una teoria sottile, ma di esperienza viva. La spinta che fa apparire i pensieri è l’essenza stessa del nostro egoismo, delle nostre violenze, delle nostre avidità. Se fossimo attenti, scopriremmo che tutti i nostri pensieri, qualsiasi siano, stupidi, banali, o altri, sono la manifestazione di questa spinta.

Domanda: dite che il falso, essendo visto  come tale, quella visione è liberatrice. Come potete sapere che il falso è falso se non conoscete la realtà? Cos’è la realtà?

Risposta: Della realtà non può essere detto niente. “ Chi ne parla non la conosce, chi la conosce non ne parla”, ci dicono i taoisti. La realtà di cui parlate si pone su un altro piano e non ha niente in comune con i nostri  giudizi di valore relativi al bene e al male, al falso e al vero.  La realtà non si situa  nelle categorie di opposizione di bene e di male, o di vero o di falso. Insisto sempre sul fatto  che nella giusta attenzione non ci sono giudizi di valore e dà un esempio l’immagine taoista dello specchio. Lo specchio vede tutto, ma non prende niente, non condanna niente, non giudica niente, non accumula niente. E’ interamente disponibili  a quello che si presenta a noi nell’istante. Dobbiamo essere così, interamente attenti all’istante, senza scelta, senza avidità, senza desiderio di diventare qualcosa o qualcuno.

D.    Chi vede e chi dissolve il me?

R.    Ecco la  domanda fondamentale che mi permetterà di colmare le lacune inevitabili contenute in quello che precede. Certo, non è il me che può dissolvere il me. Il me, come dice Krishnamurti, non è che ignoranza, condizionamento. E’ la lucidità del Reale che dissolve il me e non il me che si dissolve da solo per un atto di disciplina. Il me non è che uno strumento, o meglio, in un certo senso la coscienza si sé è l’ostacolo. Quando cessa l’ostacolo, La Realtà si manifesta.

Ho molto insistito sul fatto che nell’attenzione giusta dobbiamo essere come lo specchio, cioè non prendere niente, non giudicare niente, non condannare niente, non approvare niente. Ho anche messo in evidenza la necessità di morire a noi stessi, di liberarci dai nostri automatismi passati, dai meccanismi abituali della memoria. Se ci riflettete profondamente, arriverete ad una attenzione libera da ogni memoria, da ogni confronto, da ogni riferimento al passato, da ogni scelta, da ogni condanna, da ogni approvazione, non è più in modo specifico la vostra attenzione. Essa è più esattamente  quella della Realtà in voi.

E’ falso immaginarsi che sia necessario conoscere la Realtà al fine che essa possa operare in voi. Voi siete la Realtà, ma non lo sapete. Poi, non potrete mai conoscere la Realtà perché è inconoscibile. Essa è l’ignoto, è interamente nuova ad ogni istante. Se la Realtà fosse conoscibile, la conoscenza che avremmo di lei farebbe parte delle costruzioni mentali di cui è urgente che ci sbarazziamo.

Con la via della conoscenza ordinaria possiamo scoprire che l’universo esteriore non è che un’apparenza. Possiamo anche scoprire  che il me è anche lui un’apparenza. Numerosi sono quelli che cadono nel dualismo facendo quella constatazione.

Si dicono: poiché il mondo esteriore è un mondo di apparenze, la Realtà si trova all’interno o al di là di questo. Molte persone tendono a dividere il mondo in due aspetti opposti: il reale e l’irreale. Questo può sembrare esatto, ma questo modo di vedere è falso. La realtà è sia il mondo manifestato che l’apparenza del mondo manifestato. Certi diranno che è il vuoto. Sebbene ci avviciniamo ad una visione più chiara delle cose, la parola vuoto resta sempre una parola e , come tale, inadeguata. Perché sappiamo molto bene che quel vuoto di qualità e di proprietà familiari è in realtà una Pienezza d’amore e di coscienza pura.
Il Budda disse:” Un ignorante dice tutto è, un altro ignorante dice niente è. Ma per chi conosce secondo saggezza dice non c’è né essere né non essere.”

Per terminare, diremo che esiste un qualcosa di fondamentale, come direbbe Carlo Suarès, un qualcosa che non può essere conosciuto, ma che può essere vissuto. Perché, contrariamente a quello che pensiamo, conoscere la Realtà non è viverla , ma rinnegarla. Vivere la Realtà è morire ad ogni conoscenza. Questo stato non è infra- intellettuale, come dicono nemici dello Zen come Robert Kemp e Arthur Koestler. Si tratta della più alta forma di intelligenza: lucidità mentale senza idea, senza simbolo e Pienezza d’Amore.

( a cura di L.S.)