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Una tazza di thè…e la felicità di Shanti Mayi

25 Settembre 2010

3ème Millénaire n.75 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini

Oggi, mentre stavo attraversando l’ashram, qui in India, un giovane di New York mi ha fermato. Ha detto: “Stavo proprio cercandovi, ed eccovi!” Per qualche minuto abbiamo avuto una piccola conversazione gradevole. Preparava un video sulla felicità.

Guardai lo Swami che era vicino a me. Una gran luce nei suoi occhi si è aggiunta a quella che brillava già nei miei e tra noi passò un’ondata di gioia. Sapeva che stavo per scrivere questo articolo. Avevamo già discusso insieme i diversi aspetti della felicità in quegli ultimi giorni. Quindi, quando il giovane ha detto che quello stesso argomento costituiva il suo interesse essenziale, si è insinuata in me una scintilla d’incanto. La felicità può essere così semplice, così spontanea!

Ha cominciato subito la sua intervista domandandomi: “Cos’è che vi soddisfa?”

“Niente mi soddisfa”.

“Niente?”

“Davvero… non cerco la soddisfazione”.

Un po’ stupefatto e con l’incertezza negli occhi, sembrò spiegazzare la risposta come si fa  con una stoffa prima di buttarla via. Poi ha continuato dicendo che ciò che si augurava con quel video era di ispirare le persone. Ha detto che voleva intervistare le persone che avevano “seguito il loro sogno”. L’ho semplicemente ascoltato con attenzione; poi ha detto: “Alla fine, se voi  rincorrete qualcosa…”. Si è fermato a metà della sua frase e ha cominciato a osservare, un po’ perplesso, quello che stava per dire. I suoi occhi si persero lontano nell’onda, come se stessero provando a ritrovare l’idea di prima. I pezzi del puzzle si stavano disordinando, come se fossero mal sincronizzati: “Se rincorrete o seguite…”,  ripeté grattandosi la testa, perplesso.

Ho sentito che era il momento buono per eclissarmi; allora ho chiesto a Swamiji di andare a parlargli un poco, per capire cosa volesse da me e sono andata via rapidamente per andare a destinazione. Dovevo incontrare il mio Maestro per il nostro abituale thè delle 16. Lui offre il thè e io lo bevo. Mi ha offerto ormai più di mille tazze di thè da diciassette anni che siamo insieme. E’ un momento meraviglioso. Amo davvero molto stare seduta in sua presenza. Ha ottanta anni passati e il tempo che passiamo assieme è pieno di una coscienza più preziosa che mai. Questo addolcisce  un istante dopo l’altro. A volte parliamo, a volte stiamo in silenzio. E’ un momento felice molto semplice. Tuttavia, per essere del tutto onesta, non percepisco quasi più la felicità separata da ogni altra cosa. E’ un modo meraviglioso di vivere… Che benedizione!

Abbiamo mantenuto il silenzio per qualche minuto e ho sentito che Maharaji entrava profondamente in meditazione; benché di solito mi ci immergo con lui, decisi di bere il thè e di lasciare vagabondare la mia mente sulle ali della felicità. Per meditare su questo, ho chiuso gli occhi un istante, per vedere ciò che il silenzio stava per portare.

Tre immagini sorsero nel mio cuore.

La prima immagine fu quella di Nonna Kachina, che m’accompagna attraverso il mondo. Lei è un’immagine sacra degli Indiani Hopi e sorride sempre. Ecco perché mi accompagna. Quando la guardo, poco importa la situazione, anch’io sorrido.

Di recente, una studentessa era molto rattristata per lo stato tormentato del nostro mondo. L’ho messa di fronte a Nonna Kachina e le ho detto di ricevere il messaggio  dell’immagine sacra Hopi. Così fece e sentì nascere dall’interno una felicità autentica. Comprese che tutto viene dall’interno; e il messaggio di Nonna Kachina è che quel tutto è sempre a disposizione. Buon insegnamento! Buon rimedio! E’ l’identità che sottrae la nostra gioia naturale e, troppo spesso, noi lasciamo che si produca questo creandone noi stessi le condizioni. Sembra che le persone amino cercare la felicità in cose che sembra rendano felici. E’ vero che si può trarre molta gioia da certe cose, ma…non dura, come ogni cosa non dura. Allora, a che scopo, alla lunga…, visto che tutti cercano una gioia duratura?

Siamo stati condizionati dal primo giorno a credere che possiamo rinnovare continuamente le nostre cose per restare felici. Effettivamente questa idea mantiene ben oliate le ruote del mercato internazionale, ma non garantisce la felicità a vita. L’identificazione con il fatto di avere e non avere, che va con “il troppo non è mai abbastanza”, è la condizione prestabilita che è utilizzata per stimolare il nostro corpo desideroso. Questo crea un desiderio irresistibile di qualche cosa, perché, nel momento in cui otterrete quella cosa, sarete felici. Ma poi, la novità inevitabilmente si usurerà. L’eccitazione di avere, alla fine perderà il suo splendore, come il miraggio di una verde oasi che scompare nella sabbia infuocata del deserto.

Noi pensiamo che la felicità sia altrove; ecco perché usiamo ogni sorta di cose che devono essere soddisfatte prima che possiamo godere della felicità, mentre la felicità è sempre in noi. Gli esseri umani hanno un tale ventaglio di meraviglie e di bellezza nel loro cuore, e però la maggior parte del tempo le perdono, nella ricerca di ciò che hanno già. Trovo questo dolorosamente stupefacente. Abbiamo deciso… che se volessimo ottenere la felicità, bisognerebbe che l’avessimo a nostra volta. Qualsiasi cosa possa essere, deve apparire così come pensiamo che debba essere. Il fatto è che viviamo istanti d’allegria qua e là, ma la vera felicità è intrinsecamente incondizionata, spontanea e non complicata. Una reale  soddisfazione non ha bisogno di nulla, come la millesima tazza di thè con il Maestro, o il sorriso dell’immagine in legno di una nonna. Basta semplicemente riconoscere a qual punto sia semplice, nell’istante stesso in cui la gioia intrinseca nasce in noi dall’interno. C’è stata anche un’altra immagine che è sorta dal silenzio, mentre il Maestro meditava e io bevevo il thè. Era l’immagine di Budda sorridente come nonna Kachina. Allora mi sono ricordata di un insegnamento che Lui aveva dato quando qualcuno tentava di rubargli la gioia insultandolo. Budda ha proposto una pratica in quell’insegnamento. E’ destinata a quelli che vogliono andare al di là dell’identificazione da tutto ciò che ci può allontanare dalla Verità, tutto ciò che oscura la gioia che è sempre dentro di noi.

Eccola…

Dopo aver dato il suo insegnamento, Budda era seduto tranquillamente e i discepoli erano seduti con lui. Nel bel mezzo di quel silenzio, un uomo si alzò e cominciò a dire a Budda a qual punto fosse imperfetta la sua visione delle cose e a qual punto ingannasse le persone parlando di quei modi di vita inconcepibili. Budda era seduto e ascoltava, ma non si muoveva e non rispondeva. Il suo sorriso dolce era sul suo viso, non c’era alcuna traccia di contrarietà in lui. Egli non ascoltava con nessun particolare atteggiamento, restava semplicemente calmo e presente e anche ricettivo.

I discepoli di Budda s’agitarono un po’, per vedere chi provocava una tale tempesta in un momento di pace con il gran Maestro. Poi, l’uomo insultò di nuovo Budda dicendo che voleva essere importante e che aveva costruito quella cosa che chiamava illuminazione e una vita piena di compassione. Budda guardò l’uomo tranquillamente, poi abbassò gli occhi e ascoltò, semplicemente. Ora i suoi discepoli non si contentarono più di agitarsi, le loro sopracciglia si aggrottarono e si guardarono l’un l’altro interrogandosi con gli occhi. L’uomo si alzò e disse a Budda che era un falso profeta e che, se veramente era chi diceva d’essere, se il suo stato di coscienza era così elevato, perché non rispondeva alle accuse fatte contro di lui? Budda era semplicemente seduto e ascoltava attentamente. L’uomo se ne andò, facendo ancora rimbrotti durante il cammino. Lo si poteva sentire da molto lontano, finché la sua voce non si udì più.

Di nuovo il silenzio si stese sull’assemblea, ma questa volta  si avvertiva un senso di discordia. Un discepolo avvicinò Budda con rispetto e gli domandò: “Onorato del mondo, perché non hai risposto alle critiche del pazzo? Perché non gli hai mostrato il tuo potere yogico e con la tua saggezza vincere la partita?” Budda disse: “Non si tratta di vincere o perdere in situazioni come quelle, ma di offrire insegnamenti preziosi ed è quello che ho fatto”.

“ Eh, Maestro, che insegnamento è?”.

E Budda disse: “Se tu mi avessi portato un mazzo di fiori, una scatola di dolci e una stoffa di seta e non li avessi accettati e te li avessi lasciati, cosa avresti tu e cosa avrei io?”

“Oh, gran Maestro, io avrei i fiori, i dolci, la seta e tu non avresti  niente”

Budda disse: “Caro discepolo, è lo stesso per le parole insultanti di una persona”. Budda offrì la sua gioia a tutti in quel momento, con lo splendore della luna che rischiara le tenebre nel suo sorriso. Ognuno sentì la propria gioia salire dall’interno. Sentirono anche che l’autore degli insulti doveva anche lui aver ricevuto una grande benedizione. Potete dirvi nella vostra mente in questo momento: “Non sono un Budda”. Ma in effetti, si, lo siete. Per noi tutti, compreso per Budda, è l’oggetto di una pratica ( che vuol dire qualcosa di pratico) spingere i limiti della nostra coscienza al di là dell’identità e del condizionamento, in modo da trovare dentro di noi ciò che cerchiamo altrove.

Era tempo di lasciare quel thè delle 16 con il mio Maestro. L’ho lasciato nella sua calma piena di un profondo silenzio. Non si accorse che ero andata via e non aveva bisogno di rimarcarlo per un riguardo verso di me. Ritornerò domattina alle 8,30 per il thè della colazione, se c’è un domani. Uscendo, c’era là Swamiji che mi aspettava. Mi disse che il giovane aveva intervistato molte persone e aveva 35 ore di materiale sulla felicità. Bene, supposi allora che avesse da estrarre almeno un video di 1 ora e 30 da tutto quello senza aggiungere nulla da parte mia. Ho dunque domandato a Swamiji di volergli trasmettere questo messaggio.

In effetti sento nel più profondo del mio cuore che stava cercando la felicità da qualche parte. Cerca la risposta magica che deve riempire il pozzo senza fondo della mancanza, piena e debordante. L’ho sentita perché ho visto come la sua mente s’è inalberata quando il concetto di felicità non ha più corrisposto alla sua definizione. Ecco quello che è per ognuno, fino a che non arriva all’interno del suo cuore.

Ogni essere che vive nel mondo moderno, è di fronte all’insegnamento profondo della felicità e alle conseguenze  di vivere o una vita che è inevitabilmente dolorosa, o l’altra che conduce al risveglio, alla saggezza.

Infatti, quel giovane si grattava molto la testa circa la nozione della continuazione della felicità, che provoca tanta confusione, anche dopo 35 ore di interviste. Sarà bene che si tuffi in sé profondamente, così profondamente che non possa mai dimenticarlo. Anche in un clima difficile come quello del nostro mondo tormentato di oggi, quando il desiderio di felicità tace, noi la troviamo egualmente, che emana dal fondo del nostro cuore. Questo ci porta un certo equilibrio e una certa sensibilità nella nostra vita. Si. Effettivamente era sulla pista della scoperta di qualcosa d’autentico. Possa la Felicità, sotto la forma della pace, prenderlo e stare sempre in lui. Questa la mia preghiera per ogni anima che vive. E egualmente prego perché tutti si risveglino alla Verità.

Infatti, era quella che formava la terza immagine che sorse da quel momento di silenzio, durante il nostro thè delle 16.

 

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