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Atto di coscienza = Atto di fede di Stephen Jourdain

25 Settembre 2010

3ème Millénaire n .73 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

3M.  Di fronte alla spiacevole confusione che c’è tra fede e credenza, ci è parso importante sviluppare l’argomento con discernimento. Tu fai parte dei troppo rari autori che parlano della fede senza confonderla con le credenze in generale. Allora, come chiarire la natura di quella confusione?

S.J. E’ un punto molto caldo, molto difficile, e particolarmente ribelle alla concettualizzazione. Ma per restare molto concreto, dirò che dall’istante in cui  quella “cosa” è apparsa in me, molto tempo fa, immediatamente subito dopo, sono stato molto intrigato ( ma senza inquietudine malgrado le mie origini atee) nel vedermi obbligato a notare che, nel seno di quel Dio profano che è la coscienza pura, c’era  l’ impressionante ritorno in forza della vecchia nozione cristiana di fede.

Allora compresi immediatamente che l’atto di coscienza non era dissociabile dall’atto di fede, e che si trattava di un unico e stesso atto.

A partire di là, la questione essenziale che si pone è: “Che cos’è credere?”. Ma non andiamo a fare l’analisi del senso primordiale “credere”, che a parer mio è destinato a restare misterioso per sempre, per quanto sia evidente.

Dal momento in cui affrontiamo quella evidenza, siamo obbligati a constatare che quel senso “ credere”, è quasi indefinibile, come tutti i sensi essenziali.

3M.   …Tanto più che con la tua testimonianza, tocchiamo già un altro livello che quello delle credenze religiose esoteriche…

S.J.   …Proviamo a mettere un po’ d’ordine in tutto questo, e poniamoci una buona domanda, senza cercare di definire quel senso essenziale, tanto più che questo rischierebbe di irritare gli Dei, avendo il senso essenziale orrore che si provi a confinarlo entro una definizione. Di conseguenza la domanda interessante che possiamo porci è molto semplicemente: “cosa è credere?”. E possiamo formularla in altro modo: “Chi in noi crede?” , o ancora: “Chi in noi legittimamente crede?”. La risposta data immediatamente e abitualmente da ogni mente, attribuisce all’intelletto il diritto di credere; e afferma che rappresenta l’istanza credente legittima… E’ assolutamente falso!

Su questo punto sono  molto orientale: ogni credenza intellettuale deve essere distrutta; e nella misura in cui la parola che sto per pronunciare trascina già un’altra credenza intellettuale, deve essere distrutta anch’essa!

Arriviamo perciò a enunciare questo fatto scandaloso: contrariamente a ciò che ciascuno pone  con molta sincerità, non è  l’intelligenza umana e il suo soggetto che sono legittimati a credere. C’è qui infatti un disprezzo fondamentale verso la funzione dell’intelligenza, che è fatta per chiarire, non per credere.

E non vuol dire che dovremmo screditare il pensiero,  che sarebbe ancora una presa di posizione  di quest’ultimo, ma che dobbiamo annientare, semplicemente, ogni adesione intellettuale.

Questo pone un’enorme domanda: “Esiste in noi una istanza che legittimamente può credere? E di chi, di cosa si tratta?”.

Ebbene, non si tratta del pensiero, o del soggetto pensante e che ragiona, ma della stessa anima.

Ed eccoci a corto di parole, perché l’anima è un termine un po’ desueto, benché continui a designare chiaramente la nostra essenza spirituale. Il termine a cui ciascuno ricorrerebbe sarebbe il “cuore” (si crede con il cuore), ma la metafora cardiaca è così abusata oggi che non posso che vedervi una superficialità di pensiero piuttosto vergognosa. Si può trovare un’altra formulazione: non ho diritto di credere con il mio intelletto, ho il diritto di credere con la mia pancia, o meglio ancora con la mia vita, direttamente…

3M. Con quello che dici, comprendiamo che credere non è soprattutto avere una o più credenze?

S.J.   Si, tutto questo è molto sottile e certe persone arrivano perfino a dire che non si crede a, ma che si crede in; e va abbastanza bene, perché si comincia a stabilire una distinzione straordinariamente importante.

Bisogna spazzare via tutte le credenze, qualsiasi siano, che sono del soggetto pensante, anche quando  questo favorirebbe  rettitudine e finezza. Quel soggetto non ha semplicemente alcun diritto a credere, perché non è la sua vocazione! La sola credenza legittima viene dall’anima; ma in cosa consiste? E’ un atto straordinariamente misterioso, è l’atto di fede che si manifesta come un grido. Ha la forma di un grido silenzioso sorto  a monte di ogni credenza e da ogni posizione intellettuale, cioè a monte del pensiero.

Sorge improvvisamente come un grido, e trovare spiegazioni sarebbe tradire il grido, poiché questo annienta tutte le spiegazioni.

3M.   Vorrei affrontare l’atto di fede sul versante del dubbio: di un dubbio sacro, che libera dalle credenze. Non voglio parlare di incertezza, che rimanda piuttosto all’irrequietezza nel trovare la posizione intellettuale d’una credenza ben definita, ma di un dubbio sano che sa vedere  la vanità delle credenze.

S.J.  Se quel dubbio è veramente sano e viene dalla buona sorgente, dall’anima e non dall’intelletto, introduce una breccia nelle credenze intellettuali, e prima o poi, questa breccia si allarga e le credenze dell’intelletto ritornano al nulla di cui fanno parte.

Ciò che mi pare importante augurarsi, è che abbiamo la sensazione di essere costantemente e iniquamente assaliti da quelli che chiamiamo problemi, fatti, verità, mentre un solo istante di vera attenzione ci rivelerebbe che l’assalitore è una credenza allucinatoria intellettuale… E possiamo riprendere un argomento già toccato: l’intelligenza è cosa di grande nobiltà, ma la sua finalità non è di conoscere, meno ancora di credere; la sua finalità è di chiarire, o, se si preferisce, d’illuminare, che è di sicuro un’altra cosa!

Chiunque comprende la differenza tra una adesione intellettuale e l’atto puro di comprendere.

Comprendere è assolutamente miracoloso, ma non c’è traccia di affermazione, o di posizione intellettuale, nell’atto di comprendere.

Ciò che siamo nella nostra essenza è a monte di tutte le credenze intellettuali, che devono essere viste  come un niente, e che devono imperativamente confessare la loro natura di niente.

E sulla fede? Si può dire qualcosa d’intelligente a proposito di quell’atto di fede che è centrale, perché è costitutivo della Coscienza stessa? Penso che la fede sia un’adesione, non dell’intelletto, ma dell’anima o della vita stessa e che si manifesta a monte di ogni credenza o adesione di tipo intellettuale. Assomiglia a un grido, e, se la Coscienza nel suo seno  non portasse chi emette quel grido, esso si estinguerebbe. Infatti l’atto di coscienza meno l’atto di fede, è un atto di coscienza insincero. Ed è vero anche che, se l’atto di fede non mescola le sue acque a quelle della coscienza, è un atto di coscienza sospetto e mancato. C’è dunque un’unità indivisibile che è Coscienza e Fede.

Come funziona in concreto? Si può descrivere? E’ molto sottile, ma si potrebbe dire che quell’atto di fede consiste in una mobilitazione inaudita  dell’essere umano attorno al valore infinito che sta sorgendo in lui. Fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, in tutte le nostre dimensioni, eccoci interamente mobilitati, fino alla parte più infima del nostro essere attorno a quel valore che sta sorgendo.

Si può fare chiarezza su quella mobilitazione straordinaria senza eguali nella vita interiore abituale?

Mi allarmo sempre quando sento mettere avanti l’Impersonale con una I maiuscola. Molto bene, possiamo, in una prima approssimazione, dire che dentro non c’è nessuno, ma da lì a spazzare via la persona interiore stessa, a spazzar via la Prima Persona, c’è un passo che nessuno può superare senza esporsi a un terribile pericolo spirituale, oserei dire senza tradire! Infatti, c’è qualcuno e questo essere è umano, perché riferendosi alla  Coscienza, ci riferiamo alla nostra essenza umana. Come diceva Roger Godel: “il risveglio è l’ultima fase della ominizzazione”.

L’uomo interiore sorge nello stesso tempo della Coscienza ed è consustanziale  a questa.

Ci sono dunque due principi spirituali: il principio Coscienza e il principio Uomo.

E la Coscienza, che è  valore infinito, induce immediatamente nel suo componente puramente umano e creaturale, quella formidabile mobilitazione che è la fede.

Possiamo ancora aggiungere qualcosa a questa descrizione: qual è il lavoro della creatura, dalla parte creaturale della coscienza pura? Senza quel grido della fede, non ci sarebbe quel Dio profano che è la Coscienza. C’è dunque una dialettica che s’installa, sul piano spirituale, tra Dio e la creatura alla presenza di Dio, la risposta essendo parte pregnante della divinità di Dio, del suo esistere. Come tradurlo? E’ relativamente semplice: qual è il nostro lavoro d’uomo nella coscienza pura? Il mio lavoro d’uomo consiste nel prendere atto del valore infinito a incidere la novella inaudita, come lo farebbe un incisore fedele agli Dei  in non so quale marmo universale, forse quello dell’eternità… E quella incisione esiste, è concreta e assolutamente decisiva.

Si potrebbe dire: non è che un’eco, è secondaria rispetto al fatto fondamentale; ma no! Il fatto di scolpire la storia con il mio nome personale nello stesso tempo che con quello di tutti gli uomini, in quel marmo misterioso di cui parliamo, contribuisce al fenomeno divino.

La componente puramente personale e creaturale di quella unità insolubile che è Coscienza e Umanità, fa girare il motore divino.

Se non ci fosse quell’atto molto particolare che è la manifestazione maggiore dell’atto di fede, il motore non girerebbe, e il risveglio sarebbe un surrogato.

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