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Che cosa c’è dietro la nostra personalità apparente? di André Dumas

4 Gennaio 2011

Viviamo alla superficie del nostro essere.

William JAMES

La psicologia è stata a lungo un capitolo della filosofia metafisica, un insieme di speculazioni astratte per le facoltà dell’anima; quelle speculazioni basate unicamente sull’introspezione, sull’autoanalisi , non conducevano mai più lontano del punto di partenza e in quelle condizioni si poteva considerare come il geniale e fine detto della filosofia l’aforisma di Cartesio ”penso dunque sono”.

Da quando la psicologia scientifica ha sostituito  alle speculazioni metafisiche il metodo sperimentale, studiando le malattie della personalità, della memoria, ecc., si scopre che sotto la personalità superficiale detta cosciente, conosciuta da Cartesio, si nasconde qualcosa che si è chiamato inconscio, più tardi subconscio, il cui ruolo è apparso sempre più importante.

Occorre rilevare la necessità di  non incepparsi davanti alle parole, ma di andare al di là. Non è qualcosa che è inconscio, ma il nostro me superficiale che è inconscio rispetto all’esistenza di quel qualcosa. E se questo è nascosto, comprendere che cosa è sotto o dietro è necessario, e capire che ingloba la coscienza ordinaria, e il nostro piccolo me di tutti i giorni.

Émile Coué, quel grande precursore, scrive: “ L’inconscio dirige il fisico e il morale. E’ lui che presiede al funzionamento di tutti i nostri organi, perfino della più piccola cellula con l’intermediazione dei nervi”.

E indicava che l’azione dell’inconscio, che Freud ha bene illustrato, è all’origine di molte turbe: “ La nevrastenia, le fobie, la cleptomania e certe paralisi sono il risultato dell’inconscio sull’essere fisico o morale”
Coué, come Freud, ha usato la parola inconscio per designare l’aspetto nascosto del nostro essere.  Ma già nel 1873 il dott. Liébault mostrava con forza che le manifestazioni inconsce sono anche attività del me, che è più teso di come lo insegnava la psicologia classica: “Bisogna dirlo, il me non è ridotto alla forma ristretta di ciò che cade sotto la coscienza nel momento in cui la si esamina, ma è soprattutto e con ragione rappresentato da tutti i materiali psichici  delle nostre conoscenze, benché inavvertiti nella memoria ; essi hanno una reale esistenza, poiché si possono far ripetere con uno sforzo; ciò che non può essere, fino a che ha solo una coscienza latente per conservare fissamente quei materiali. C’è nella mente, dice  Cudworth, una folla di cose che si hanno senza accorgercene. Il geometra addormentato ha la sua scienza intera: teoremi, problemi e figure. Il musicista nel sonno non perde la memoria dei canti imparati. Ogni idea resta fissata nella memoria con una varia coscienza, o senza quella non ci sarebbe: solo la coscienza di quella idea è permanente, non interrotta e non dubitiamo della sua esistenza”.
Quel me è esteso non solo nel passato, con tutte le acquisizioni allo stato latente, ma in tutte le parti dell’organismo che si potrebbero credere inaccessibili alla coscienza. Il dott Liébault ne citava degli esempi, molto prima che delle esperienze scientifiche realizzate con gli yogi avessero visto la possibilità di sottomettere la vita organica all’ambito cosciente del me.  “ In certe malattie infiammatorie delle ossa, delle cartilagini, dei tendini, ecc. , si sentono dolori che non erano stati mai provati prima e che hanno origine da nervi reputati generalmente insensibili, che portano allora alla coscienza sensazioni che presuppongono necessariamente una sensibilità anteriore, sebbene inconscia al me attivo”.

Più dimostrativi ancora sono gli effetti prodotti dalla suggestione sui tessuti della vita vegetativa: “ Quando il pensiero cosciente vi riproduce movimenti, emorragie, secrezioni , stati malati, guarigioni, ecc., non è che il me ostruisce e ostruiva già quelle regioni profonde?… Il pensiero, sottomesso o no all’occhio della coscienza ordinaria, è dunque dappertutto”

Il nostro me è dunque onnipresente in tutte le attività dell’organismo; la sua onnipresenza si manifesta nelle circostanze dove lo si considera assopito, oscurato, assente, nella distrazione, nel sonno, nel sogno.

Il cosiddetto subconscio non è costituito solo da una zona passiva della personalità che ubbidisce alle suggestioni, che registra le impressioni e conserva i ricordi, ma da una zona attiva, creatrice, da cui sorgono ispirazioni d’ordine intellettuale, lampi di genio, che si impongono al sapiente, al filosofo , all’artista, allo scrittore. Si citano spesso molti esempi.

Shopenhauer diceva che i postulati filosofici si erano formati in lui nei momenti in cui la sua volontà era come addormentata, dove la sua mente non seguiva una direzione prevista e dove la sua persona era come estranea all’opera.

Goethe ha dichiarato, a proposito del suo romanzo Werther, che l’ha scritto “ quasi inconsciamente, come un sonnambulo”, e che se ne meravigliava lui stesso, leggendolo.

A Paul Valéry che aveva sviluppato delle considerazioni sull’attività spirituale subconscia nella creazione artistica e letteraria, il fisico Paul Langevin assicurò che tali circostanze si manifestano in ogni specie di creazione, in particolare nella creazione scientifica: “Ogni volta che si pensa con intensità e che in qualche modo si è preparato il lavoro subconscio, questo prosegue  da solo e qualcosa avverte quando è terminato. Ho dei ricordi molto vivi  di choc interiori che prevenivano che a un dato momento la questione si sarebbe risolta e che non c’era che da esprimere consciamente il risultato, potendo anche differire quella operazione.  Nel mio ricordo sono quei momenti quelli che portano le vere gioie intellettuali, quelle della fecondazione”.

Si conoscono molti scrittori ed artisti in cui l’attività creativa si è manifestata nel sonno: La Fontaine che compose in sogno la favola dei due piccioni; Tartini, che in sogno suonò sul suo violino Il Diavolo, una sonata meravigliosa e risvegliatosi di colpo la scrisse; Voltaire che sognò un canto completo della “Henriade”, che altrimenti non avrebbe scritto; Cartesio che ricevette in sogno l’ispirazione per il suo Discorso sul metodo.

L’esistenza di quella zona nascosta del nostro me è confermata dalle scoperte dell’ipnosi, della psicologia del profondo, della psicanalisi e della metapsichica o  para-psicologia.

E’ la coscienza subliminale di Frédéric Myers, il Criptopsichismo di Charles Richet, l’Ospite sconosciuto di Maurice Maeterlinck, la Subcoscienza superiore di Gustave Geley, o il Surconscio di Aurobindo.
Esiste una memoria integrale, indistruttibile, come lo testimoniano quelli che, sfuggendo per poco all’asfissia o all’annegamento, hanno visto svolgersi in pochi secondi il film della loro vita nei minimi dettagli. Lo conferma la neurologia che constata che, anche nelle amnesie profonde, come nella demenza senile, ciò che è dimenticato può riapparire, per esempio sotto l’influenza di una emozione. Perché, come dice il dott, Jean Delay nella sua opera Le malattie della memoria: “I ricordi non sono distrutti, sono solo scomparsi”.
Il sapiente Oliver Lodge ha paragonato l’importanza relativa della nostra personalità apparente e della nostra individualità totale ad un iceberg la cui parte più importante è nascosta sotto l’acqua.

Certe particolarità del linguaggio esprimono una grande intuizione: la parola persona deriva dal latino persona, che designava la maschera utilizzata dagli attori del teatro antico. La nostra personalità apparente, o cosciente e che lo è così poco, non è in effetti che una maschera che nasconde il nostro vero io, l’ospite sconosciuto,che è ben più vasto, più ricco, più potente e cosciente della nostra personalità piccola e debole, il cui equilibrio è continuamente minacciato dalle turbe del nostro organismo.
E’ solo il nostro piccolo me apparente e superficiale che può essere alterato da una  lesione cerebrale, dall’ubriachezza o dal delirio febbrile; è quel piccolo me, la maschera che è distrutta dalla morte e non l’individualità profonda e vera.

Quella conclusione è avvalorata dalle ricerche del dott. Eugene Osty, dopo lunghe esperienze di anni: “Non è più questione di considerare l’essere umano un aggregato di meccanismi produttori di pensieri. L’evidenza s’impone: siamo davanti ad una fonte dinamo- psichica da cui emanano manifestazioni di una potenza illimitata. Al di là del conscio si trova la proprietà di trasformare la materia vivente, di renderla amorfa, di esteriorizzare il corpo, di farne nuove forme viventi ( ectoplasmi). Al di là del conscio si trova la proprietà di  percepire l’impercettibile, di conoscere l’inconoscibile. Si scoprono nelle profondità dell’essere umano gli attributi con cui i filosofi hanno forgiato il concetto –Dio = potenza creatrice e conoscenza fuori dallo spazio e dal tempo.”

L’opposizione scientifica classica alla tesi  del dott Osty era fondata sul parallelismo psico- fisiologico, sul carattere dipendente e debole della nostra personalità, sulla sua subordinazione  al buon funzionamento del sistema nervoso. Ma gli studi sul nostro me profondo e le sue straordinarie possibilità modificano totalmente i dati del problema.

Quando si ammette l’esistenza nell’essere vivente di tali potenze nascoste e si è obbligati a paragonarle a qualità divine, non c’è un gran cammino teorico da percorrere per ammettere l’esistenza di quella fonte dinamo- psichica di cui parla il dott. Osty.
E’ la conclusione a cui giunge il dott Gustave Geley: “ Poiché l’essere subconscio non è funzione attuale dell’organismo e ne è indipendente, deve per forza preesistere e sopravvivere a questo organismo.
Il dott Geley va ancor più lontano. Constatando che nell’essere esistono elementi psichici che sono stati acquisiti alla coscienza attuale da vie sensoriali, e altri che non sono stati acquisiti dall’attuale coscienza, è portato a concludere  che questi provengono da coscienze anteriori alla coscienza attuale. In questo modo formula la teoria delle vite successive come modo di evoluzione spirituale.

« L’esame minuzioso di tutti i fatti ancora non spiegati dalla psicologia classica nell’ambito della psicologia normale e anormale ci consente di concludere avvalorando la presenza nell’essere di principi dinamici e psichici d’ordine superiore, indipendenti dal funzionamento dei centri nervosi, preesistenti e che sopravvivono al corpo, sottomessi ad una evoluzione correlativa all’evoluzione organica.» (L’essere subconscio).

Carl Gustave Jung  ha scritto: “ La mia vita è la storia di un inconscio che ha compiuto la sua realizzazione. Tutto ciò che sta nell’inconscio vuole divenire avvenimento e la personalità, anch’essa, vuole esprimersi a partire dalle sue condizioni inconsce e sentirsi vivere in totalità.” Il pensiero del grande psicanalista ed esploratore dell’anima umana mi ispira la seguente riflessione come conclusione (provvisoria): il Loto, che nella mitologia hindu ed egiziana dà nascita alle divinità, non sarebbe il simbolo della nostra personalità apparente, che, come il fiore che sboccia alla superficie dell’acqua, affonda le sue radici nelle profondità e da lì attinge la sua vita?

A cura di luciana scalabrini