Home > jean chevalier > Creatività e sviluppo della persona di Jean Chevalier

Creatività e sviluppo della persona di Jean Chevalier

19 Dicembre 2010

XX Colloquio di ricerche spirituali.

Dal 30  al 31 marzo 1984 si è tenuta a Parigi la ventesima sessione del Colloquio di ricerche spirituali.
Il tema di quest’anno risponde alla duplice aspirazione delle coscienze contemporanee: attualizzare le proprie capacità e realizzare la propria vocazione in luogo di un modello imposto; partecipano rappresentanti delle diverse religioni d’oriente e d’occidente.

Questa sessione mette in luce particolarmente uno dei presupposti di ogni processo di creatività e di sviluppo personale, l’attitudine  a scoprire nel pensiero altrui, anche il più lontano dal nostro, e negli avvenimenti  anche più indifferenti, un aspetto insieme insolito e reale, che provoca  la sorpresa , genera qualcosa di nuovo  nelle nostre prese di coscienza e  favorisce un progresso interiore.  Lontano dall’essere una fuga nell’immaginario o nell’originalità ad ogni costo, la creatività. Al livello di questa riunione è una risposta intelligente  all’appello dell’Essere, all’appello della Vita, fino al culmine delle nostre  capacità.

Jean Chevalier

Pubblichiamo qui di seguito alcuni estratti scelti da quattro relazioni sulle quattro religioni del Libro e il buddismo.

Rd Père Guy Boué : « Grazia divina e libertà umana.»

Non penso che Cristo abbia voluto fondare una religione

Bisogna che sia molto chiaro. In 2000 anni di cristianesimo ci hanno, su questo tema, molto male informati!
Anzitutto Gesù è venuto, si dice nel Vangelo, non ad abolire la religione giudaica, ma a farla fiorire.

La seconda cosa da mettere in campo è che Gesù Cristo non ha scritto il Vangelo benché questo resti un elemento fondamentale della nostra tradizione scritta.

Né fondatore di religione, né autore di scritti. Questo ci invita, non a relativizzare la nostra eredità culturale e sociologica occidentale, ma , pur accettando o rifiutando di rispettarla, a ripensarla alla luce delle tradizioni che vengono da più lontano del nostro orizzonte limitato.
Beneficiando di quella tradizione scritta che per noi è il nuovo testamento, si tratta di accedere ad una Persona innominabile tramite quattro testimonianze e di un certo numero di scritti(…)

Parlerò della Persona che è quella capacità di accoglienza dell’altro da sé. Dal momento in cui cerco di oltrepassare i miei limiti, compresi quelli portatori di verità chiare alla nostra coscienza – non per rifiutarli, ma per farne astrazione per sorpassare i propri limiti – la mia capacità di accogliere l’altro è tanto più grande quanto più metterò in sordina tutto ciò che, nelle mie capacità intellettuali, affettive, sensibili ho fino ad allora rinsaldato di certezze.

Non sarebbe quel vuoto o vacuità consigliata e richiesta nell’universo  buddista?
La Persona, al di là dell’eredità socio -religiosa culturale ricevuta, al di là delle eredità di cui è portatrice, vuole essere, è, il mistero della grazia, una capacità di ricezione  delle bellezze altrui. Senza quello stato d’animo mutiliamo una persona che rimarrebbe chiusa su se stessa e le sue certezze. L’altra precisazione che vorrei portare al livello della mia esperienza cristiana è l’idea di creatività. Che non è la creazione, ma è dentro la creazione, che nel cristianesimo come nel  giudaismo e anche nel bramanesimo è opera di un altro. Creazione che noi cristiani abbiamo l’abitudine di rappresentare  come irrigidita (….)

Ci rappresentiamo la Persona divina in perpetuo riposo obbiettivamente distinta da una creazione, fatta e rigida per sempre. Mondo mostruoso a cui non credo, rappresentazione di una divinità atroce che non può soddisfare la mia persona. Credo che occorra liberare la nostra mente da quelle immagini. La creazione è un divenire costante soggiacente che è precisamente la creatività.

Una potenza di creazione sta nel cuore della creazione e non sarebbe la stessa immanenza del suo autore umilmente presente, al di là della sua grandezza, delle meraviglie che ha fatto. Creatività che non è dispersione anarchica, ma che si realizza in un movimento dinamico, che si inscrive in un piano d’amore e di alleanza che il creatore fa con la più piccola delle sue creature. E a questo livello l’atto creatore è quell’istante presente in cui prendo coscienza della mia relazione con Dio, nel più profondo della mia persona, nella meditazione.

L’ultima cosa che vorrei precisare è l’idea di sviluppo. Non si tratta dell’estensione nel tempo e nello spazio, delle nostre profonde virtualità. Piuttosto  tornerei alla parola creatività della persona, l’idea di un dispiegamento progressivo a livello della coscienza, di una intenzione divina su ciascuno di noi. Così come è stato fatto riferimento a quella subcoscienza e a tutto ciò che porta riguardo a pulsioni e motivazioni segrete, penso che esista in ogni persona la possibilità di preparare e  suscitare quello sviluppo del proprio essere alla Presenza sacra del divino. Questa è l’acquisizione dello stato adulto, diciamo adulto nella fede.

Per concludere, nella nostra vita spirituale di uomo, si tratta di uno sviluppo progressivo della nostra vocazione di chiedere e ricevere.  A qualcuno, un dio personale, nel più profondo di una coscienza che si vuole personale. A quel livello sono sempre più stupito di vedere nel cuore di ogni presa di coscienza, che si sono aperte nel mio cammino- o io aperto a loro – possibilità inaudite. Quel terzo occhio , luce dello spirito santo, è presente e agisce in tutti gli esseri,  qualunque sia la loro credenza.

La comprensione della tradizione cristiana mistica, la devo ai molti riferimenti  a personaggi cristiani che mi sono stati fatti da monaci buddisti zen.  Mi hanno anche insegnato a leggere il vangelo, non alla lettera, ma nello spirito che solo vivifica.  Più particolarmente , dirò che leggo il vangelo molto più tra le righe che nelle righe.

Il primo punto che mi pare importante per la salvaguardia della nostra libertà, è di provare a fare l’alleanza, l’armonia tra ciò che chiamerei il silenzio della Parola o la Parola silenziosa.

Il silenzio deve essere, credo, il luogo per eccellenza dove,  al di là dei discorsi su Dio,sia teologici, che filosofici o poetici, si ritrovi il cuore dell’uomo e della persona in presenza di colui che storicamente si chiama Gesù di Nazaret e trans-storicamente il Risorto.

Nadjm O. Bammate : « Creazione divina e responsabilità umana»

L’originalità individuale, la creatività dell’autore, non contano. Quello non ha nessuna importanza.

«Perché cerchi Dio lassù? Lui è qui».Dio è creatore – creato e creatura creante. La stessa frase di Ibn’Arabi non fa che riprendere  certi temi coranici  quando è detto” dovunque vi voltiate, là è il viso di Dio”

Non c’è creatore nel senso di autore, nel senso di individuo, di personaggio separato che  lavora una ideologia.

Nella tradizione islamica, è detto: “ Gloria a Dio perché è colui che cancella ”i visi, i nomi, l’esperienza, ciò che si realizza per fare di noi semplici specchi. Ebbene, la creatività per la tradizione musulmana, per Ibn’Arabi, per Rumi non è essere un autore originale, ma dire cose che scuotano ognuno nel suo essere e lo facciano passare dalla dimensione della pigrizia intellettuale  a un’altra, quella della dimensione della percezione immediata e improvvisa delle cose.

Un detto taoista dice:” Non si può comunicare niente ad un altro. Una verità che si ama, dei valori che ci sono cari possono essere assolutamente insignificanti per un altro. Tutto quello che si può fare è risvegliare la tigre che è dentro ognuno di noi “ .
La realizzazione spirituale è diventare cosciente  dell’essere perfetto che è in ognuno di noi. Per questo la persona non è un punto d’arrivo, ma il punto di svolgimento e di scoperta.

La creatività non è l’invenzione. Il profeta diceva sempre che Dio solo è creatore, e che lui era un povero uomo che non faceva che ripetere ciò che gli era stato rivelato.

L’uomo creatore svela, riconosce i figli di Dio nei cieli, nella natura, in se stesso e dà loro una forma significante. Non può informare che ciò che gli è dato, non può creare.

Qui, la creatività ha un senso molto differente da ciò che siamo abituati a sentire. Un poveretto, un ignorante, il primo venuto può, a un certo momento, essere trafitto da una luce; egli è allora il tutto, la pienezza.(….)
Che siamo creatori o no, che la persona sia un punto di partenza o d’arrivo, che sia prometeica o di Abramo, di sottomissione totale o atto di rivolta, l’essenziale nella creazione è quel qualcosa di inatteso che ritorna su noi stessi e che non deve nulla all’osservatore naturalista, all’aneddoto, ma che ci fa sentire il movimento di una creazione che è l’unica e assoluta, al di là dell’uomo benché l’uomo sia capace di darne il presentimento. Ogni creazione è la metafora di un silenzio che ne è al di là.

Rabbin M.-A. Ouaknin : «Viaggio verso il mondo a venire»

All’inizio del suo intervento il rabbino Ouakin ha precisato certi punti che diamo come introduzione all’estratto riprodotto più sotto.

Si dice che il popolo giudaico è il popolo del Libro ed è di quel libro di cui parlerò. Nella tradizione ebraica ci sono tre tempi forti che segnano il tempo liturgico. Sono le tre feste di pellegrinaggio del pensiero giudaico ebraico e i maestri del pensiero giudaico li rileggono ciascuno in un momento che si ritrova in tutti i momenti della vita, la Creazione, la Rivelazione e la Redenzione, o la Liberazione.

Dato che il tema è la Creazione, sarei portato a parlarvi anche della Rivelazione e della Liberazione. Non si può parlare indipendentemente da quei tre temi.

Quando si dice pensiero giudaico, si dice in effetti pensiero talmudico; ci si riferisce sempre al Talmud.

Se si dicesse che la verità è bianca o nera, a partire da quel momento non si avrebbe più la possibilità di andare al di là, ci sarebbe una verità che sarebbe imposta. Questo sarebbe in quanto quello, il mondo sarebbe una totalità chiusa, la libertà non sarebbe più possibile.

E in quel momento vediamo che la Rivelazione è la rivelazione della possibilità di interpretazione. E che la possibilità di interpretazione , la creatività, è la possibilità della libertà, quella uscita dalla totalità e la possibilità della trascendenza.

Quella nozione di creatività nell’interpretazione, quando dico “sono se interpreto” è ancora falso. Nel pensiero giudaico non c’è essere; non posso dire “io sono”. Si può dire ”io sarò”. Io sono vuol dire io divento. Nessun uomo è, l’uomo diviene, è continuamente in divenire . Ma bisogna comprendere  che quel divenire, quel tempo che diviene,  quel dinamismo è legato all’interpretazione. Quando Dio si rivela a Mosè per la prima volta, gli domanda qual è il suo nome; troviamo che le traduzioni bibliche “sono colui che sono” è un errore. In ebraico leggete “sarò colui che sarò”. Dio si rivela agli uomini col suo nome, non si dà in quanto essere. Non è chi dice “io sono “ ma è chi dice ”io sarò”

Vuol dire che mi inscrivo in un divenire. E l’uomo non è, l’uomo diventa, con l’interpretazione, la creazione.

L’uomo ha la possibilità di superarsi auto- creandosi con l’interpretazione. Con questo si inscrive nella trascendenza. Ma questa possibilità passa per le domande. Il domandarsi, il rimettere in questione, è proprio la possibilità di oltrepassare ciò che è  e, per caso, l’uomo, Adam, si dice in ebraico,  col tramite del parallelo tra cifre e lettere –poiché , in ebraico ogni lettera è una cifra-  l’uomo ha in valore numerico di 45. Ora 45, se lo scrivete semplicemente, vuol dire cosa? L’uomo è una questione, è colui che di continuo si rimette in questione, non per essere, ma per divenire. L’uomo è veramente uomo, non quando riceve Dio in lui, ma quando entra in dialogo con Dio e sono convinto personalmente che l’interpretazione e quel confronto, quel vissuto nel libro, sono la possibilità per l’uomo di incontrare la Questione che è Dio, e così si instaura il dialogo.

Dr J.-P.  Schnetzler : « La vacuità o nessuno è creato»

Esaminiamo qualcuno degli impedimenti del funzionamento dello stesso intelletto . L’uso difensivo ed esclusivo dell’intelletto sotto la forma dell’intellettualismo, rende asettica la realtà complessa  a profitto di una astrazione che più facilmente può essere manipolata.   Il funzionamento intellettuale  di quel tipo non ha niente a che fare con la saggezza, con la visione della realtà, con la liberazione.
Il secondo punto è che le proibizioni di natura inconscia che bloccano la libera circolazione del senso all’interno di noi stessi determinano dei turbamenti nell’uso dell’intelligenza, sia creando zone cieche, sia creando ambiti proibiti, sia facendo deviare tutti i processi logici; in tutti i casi lo scopo è l’errore e evidentemente la sofferenza.
Il terzo punto interessa il livello del pensiero simbolico e delle immagini stesse dove si incontrano gli stessi problemi. Gli ostacoli inconsci  agiscono perturbando la stessa funzione simbolica. Sappiamo che normalmente il simbolo ha molti significati, i sentimenti che vi sono associati e le energie che veicola; tutto forma un complesso vivente di significati che agiscono e non sono affatto morti.

Ebbene, la patologia, che sia quella del desiderio che privilegia un punto di vista, che sia la patologia della repulsione che esclude un altro punto di vista, arriva sempre a mutilare il simbolo e la polivalenza dei suoi significati, per non lasciare sussistere che un segno univoco, piatto, secco, senza nessuna qualità viva, né trasformatrice.  La trasformazione del simbolo in un segno e l’imperialismo di un solo segno sfociano in un totalitarismo del pensiero, o dell’azione, come lo studia la patologia psichiatrica o come dimostra la pratica della politica.
L’impossibilità di tener insieme i contrari, di farli collaborare  è un modo, a livello filosofico, di descrivere ciò che succede in un uomo ogni giorno a livello di conflitto che dà angoscia, angoscia che è al centro della patologia mentale.

Quell’angoscia perturbatrice contribuisce a indurire ed a limitare il me imponendogli dei meccanismi di difesa rigidi che hanno senza dubbio un’utilità, quella di proteggere dalle catastrofi, ma a prezzo di una cattiva conoscenza sistematica più o meno profonda di una parte di se stessi e di una parte del mondo esteriore.  Nuove condizioni sbagliate così sono create, e sono quelle di una debole creatività, e aggravano i difetti di percezione del reale che  danneggiano il funzionamento dello stesso intelletto.

Il Budda si è messo contro quella follia del me. La sua dottrina fondamentale che in pali si chiama anatta (non- me) ha valso a Budda il nome di anatta vadi, colui che insegna l’anatta. Questa verità del non- me è spesso compresa male, perché insegna che l’illusione del me è la causa essenziale di tutti i guai del mondo ed è una verità che il nostro me non ama sentire.

La negazione del me nel buddismo è rigorosa e inflessibile, ma non è evidentemente la negazione di un ego, di un me empirico, a livello di ciò che il buddismo chiama la verità relativa o la verità delle apparenze; è l’affermazione della sua non- esistenza dal punto di vista della verità ultima, ciò che va insieme con la definizione della verità ultima nel buddismo attraverso termini di forma negativa.

Vediamo da più vicino la concezione buddista del me. Per il Budda, il dramma non è che questo esista empiricamente, è che si comporti sempre implicitamente e a volte esplicitamente nei megalomani che si comportano come se fondassero la verità assoluta. Quel percepire assoluta una verità parziale è, dice il Budda, un ostacolo definitivo alla conoscenza delle cose come sono, alla liberazione, al nirvana ed assicura con certezza  la chiusura nei cicli dolorosi e continuamente  rinnovati del mondo condizionato del samsara .

a cura di luciana scalabrini.