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Guarire l’ego prima di guarire dall’ego di Arnaud Desjardins

25 Settembre 2010

3ème Millénaire  n. 51 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Uno di alcuni denominatori comuni a tutte le vie spirituali è che non dobbiamo produrre con i nostri sforzi una realtà che ancora non esiste, ma aprirci a una Realtà ultima, che è già il fondamento del nostro essere e della nostra coscienza. Quello che chiamiamo “me” o “io” nel corso della giornata non è che una realtà condizionata e mutevole. Si tratta perciò di risvegliarsi da una illusione o da una ignoranza, non di produrre, ma di scoprire ciò che in noi trascende lo spazio, il tempo e la causalità.

Da un certo punto di vista, il risveglio potrebbe essere improvviso, ma, per la verità, tutti gli insegnamenti tradizionali riconoscono l’importanza di ciò che ricopre o vela quella Realtà. E tutti ci danno una descrizione estremamente precisa dei differenti livelli di funzionamento dell’individuo, come i kosha nel Vedanta o la diverse forme di naf nel sufismo. La Via non comporta solo un cambiamento o un miglioramento, ma una trasformazione radicale, una metamorfosi. Non spuntano le ali sul dorso del bruco.

La condizione ordinaria dell’essere umano è una sorta di falsa non–dualità per la quale non diamo diritto all’altro di essere pienamente un altro, cioè differente da noi. E quando dico l’altro, non si tratta solo degli esseri umani, ma di tutto ciò che con cui entriamo in relazione duale, quella del soggetto e l’oggetto, quella del me e del non me.

Dietro all’ego, o più precisamente l’egocentrismo, si trova questa convinzione: “Se il mondo fosse veramente ben fatto, corrisponderebbe sempre alla mia attesa del momento, alla mia domanda del momento.”

La verità folgorante mostra che non è così. A partire da lì scatta il doppio meccanismo dell’attrazione e della repulsione, della scelta e del rifiuto, con il gioco del desiderio, delle paure e delle emozioni conflittuali. Quell’egocentrismo fondamentale tenta di negare la limitazione e la separazione e, nello stesso tempo, non smette di affermarle e confermarle. Rifiutando ciò che non  piace nel momento (paure, angosce), appropriandosi di ciò che  piace, (stati felici o euforici), non si cessa di voltare le spalle alla direttiva fondamentale: né rifiuto, né attaccamento.

Credere che possiamo passare in un sol colpo da questa situazione alla vera non dualità, cioè alla scomparsa  del senso dell’individualità limitata e separata, è un’illusione, di cui sono testimonianza le sconfitte dei ricercatori spirituali anche profondamente sinceri.

Come diceva Ramana Maharshi: “La polvere e il carbone sono tutti e due combustibili; mettete un fiammifero sulla polvere, s’infiamma subito; mettete un fiammifero sul carbone, il fiammifero si spegne”.

Altra immagine, si accende facilmente un foglio di carta perfettamente asciutto, mentre non si accende facilmente un foglio impregnato di umidità. Bisogna perciò incominciare col vedere all’inizio con chiarezza, in ogni dettaglio, in che consiste l’errore, l’aberrazione del modo abituale di funzionare, di percepire e di concepire la realtà relativa, quella che si manifesta nel quadro della molteplicità e dell’impermanenza. La tradizione mistica, ascetica o contemplativa cristiana ha nettamente distinto le tre tappe: la via purificatrice, la via contemplativa e la via unitiva. E si troveranno le equivalenti nelle diverse tradizioni.

Buddisti come Hindu distinguono la verità ultima e la verità relativa, quella del mondo fenomenico. Certo, il relativo è l’espressione dell’assoluto, come le onde effimere e molteplici  sono l’espressione dell’intero oceano. “Il samsara è il nirvana, il nirvana è il samsara”. Ma quel samsara, quel mondo delle apparenze affascinanti o terrificanti, s’impone dapprima come la sola realtà. Leggi, che le scienze umane scoprono e formulano, reggono lo psichismo umano: angoscia, desiderio, paura, aggressività, ambivalenza; nessuno di questi meccanismi toccano più il Saggio. Ma questa libertà radicale richiede un lungo lavoro, che la tradizione hindu  indica con i termini di purificazione dello psichismo (chitta shuddhi), d’erosione dei desideri e delle paure (vasanakshaya) e di distruzione del mentale, il mentitore per eccellenza(manonasha).

Penso a una frase detta da Nisargadatta Maharaj qualche mese prima di lasciare fisicamente questo mondo: “D’ora in poi non risponderò più a nessuna domanda che presupponga la realtà del mondo fenomenico”. Fantastica risposta che ci può rivoltare da cima a fondo. Ma  come essere umano, ancora pieno di un mondo di desideri e di paure, di samskara (impressioni antiche radicate in noi) e di vasana (propensioni, tendenze latenti), si possono davvero fare propri dei propositi così radicali?

L’ego, insoddisfatto e desideroso di libertà, può augurarsi di acquisire capacità o proprietà che ora gli mancano, ma c’è molto più da perdere ciò che è di troppo che da acquistare ciò che oggi sembra mancare. Una domanda mi è stata posta spesso. “I saggi che avete incontrato, i saggi che avete mostrato nei vostri diversi film, che cosa hanno più di noi?” La vera domanda è: “Che cosa hanno meno di noi?” Che cosa non hanno più che noi abbiamo ancora e che ingombra il campo della coscienza? Certo, è imperativamente necessario non confondere lo psichico e lo spirituale propriamente detto, non ricondurre lo spirituale allo psichico. Ma è anche necessario tenere conto  dello psichismo, delle sue complessità, delle sue contraddizioni, dei suoi dinamismi inconsci.

All’epoca( trenta o quarant’anni fa) quando la distinzione tra vie progressive e vie improvvise o di illuminazione istantanea mi preoccupava, come ha potuto preoccupare molti altri, le risposte che ho avuto, sia dai maestri zen in Giappone che dai maestri tibetani, hindu o sufi, hanno sempre confermato la necessità di un rigoroso lavoro di conoscenza di sé negli aspetti più concreti, quelli stessi che studia la psicologia e che cercano di curare le diverse scuole di psicoterapia.

Come ha scritto Jaques Vigne, che unisce a una formazione di psichiatra una profonda esperienza della saggezza hindu: “La psicoterapia guarisce il mentale, la via spirituale guarisce dal mentale ”.

Prima di guarire dall’ego, bisogna prima guarire l’ego, conoscerne i meccanismi, le contraddizioni e la forza d’inerzia delle abitudini (reazioni emozionali e mentali). Non si può essere liberi da ciò di cui non si è prima perfettamente coscienti.

Il lavoro di guarigione dell’ego comprende una parte di decondizionamento. Swami Prajnanpad usava il termine diseducare. Bisognava, secondo lui, diseducarsi da tutto quello che i genitori, la società, la cultura, la scuola e  la religione imprimono in noi e che abbiamo represso a nostra volta. “I vostri pensieri sono citazioni, le vostre emozioni sono imitazioni, le vostre azioni sono caricature”, diceva senza mezzi termini.

Evidentemente, quando ci si avvia sulla via progressiva, bisogna fare prova di costanza e pazienza. E’ un lavoro a lunghissimo termine, a volte ingrato, dove bisogna rimettere in discussione le proprie convinzioni senza scoraggiarsi.

Ho incontrato molti ricercatori delusi perché “questo non aveva progredito abbastanza velocemente”. Come mi disse nel 1967 Kalou Rimpochè: “Gli occidentali pensano che possono farsi trasportare in cima alla montagna in elicottero e che quei poveri tibetani con i loro preliminari, i loro ritiri di tre anni, i loro anni di pratica, salgono la montagna a piedi”. E ha precisato: “ Nel Dharma non sarà mai possibile”.

Per confermare ciò che dico qui brevemente, non raccomando mai troppo l’importante libro del buddista americano Jack Kornfield intitolato “Pericoli e promesse della via spirituale”. Dalla sua esperienza di monaco buddista, avendo meditato molte ore tutti i giorni per molti anni in un monastero in Thailandia, avendo una formazione universitaria americana in psicologia, riporta continuamente i piedi per terra a tutti i ricercatori che aspirano al risveglio, ma si dibattono nelle loro difficoltà interne.

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