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Il capovolgimento di Betty

12 Novembre 2010

Il capovolgimento(da 3emillenaire:   testimoni di risveglio)

Betty

Il risveglio fu un capovolgimento, una rottura drastica dove ogni istante è completo in se stesso, senza relazione con ciò che l’ha preceduto o che lo seguirà, lasciando il posto ad un mondo sempre fresco, nuovo e vivo…

Betty testimonia nel testo presentato qui il suo risveglio spontaneo. La domanda sulla sua esistenza sulla terra l’ha accompagnata durante tutta la sua vita, fino al suo risveglio, ma non ha seguito nessuna via spirituale specifica, nessun maestro, nessuna religione o filosofia.
Ha provato a sperimentare ciò che era vero in ciò che leggeva o in quelli che incontrava. Il risveglio fu un capovolgimento, una drastica rottura. Betty vive in Québec e incontra le persone che la vita mette sul suo cammino.

Note per il lettore: ecco in un primo tempo il racconto completo del momento in cui Betty ha rotto il suo sistema di pensiero, l’iconografia le è specifica, non è un sogno, ma un’esperienza vissuta in modo lucido.
In un secondo tempo, alla fine del testo, il racconto è presentato di nuovo accompagnato da commenti scritti da Betty che aiutano a comprenderne la simbologia.

St  Jean sur Richelieu 6 ottobre 2008, il capovolgimento.

Sono le cinque del mattino del 6 ottobre 2008. Dormo profondamente nel mio appartamento di  St. Jean sur Richelieu, grande periferia di Montréal in Québec. Dormo ma parallelamente vivo un enorme capovolgimento. Dalla mia più tenera infanzia, la mia fase di risveglio del mattino avviene in due tempi. Prima di tutto prendo coscienza della mia situazione interna, poi domando al mio corpo di attivarsi, di risvegliarsi. Il tutto succede in qualche secondo, passo ogni mattina per quelle due fasi di avviamento secondo un meccanismo  ben lubrificato che fa parte di me e sono completamente a mio agio con quel processo.
Ma questa mattina tutto va di traverso. Il mio processo di risveglio non risponde più, cerco di prendere coscienza di ciò che mi circonda all’interno, qualcosa impedisce il risveglio del corpo. Sono in piena lucidità, sono cosciente, ma non arrivo ad aprire gli occhi, sento un forte disagio, come se soffocassi “E’ così, mi dico, sto morendo, mi manca l’aria, ho una crisi cardiaca” .Ma non sento nessun panico, sono in grado di misurarne l’intensità, accetto con calma e lascio andare. Mi lascio scivolare ed abbandono senza rimorso tutto ciò che è stata la mia vita, il mio corpo, tutto ciò che era Betty.

Nel momento in cui mi lascio scivolare, mi ritrovo a lato del mio letto a guardare il mio corpo soffrire. Ho delle convulsioni e mi dico:” non è possibile soffrire  così” Constato questa cosa che sussulta e soffre vicino a me, ma non mi identifico con questo, non ho nessuna emozione, guardo semplicemente. Allora ecco. E’ semplice, sto morendo e l’accetto , mi lascio andare alla morte in modo sereno, niente lotta, niente proteste, niente, solo osservazione di una situazione . ”Andiamo! Sono pronta”.

La scena cambia bruscamente.
Riassumo: c’è il mio corpo allungato sul letto che soffre, c’è un primo me che osserva quel corpo e che nello stesso tempo guarda due altri me che si fronteggiano nella sala da pranzo. Siamo quattro a intervenire nello stesso tempo, un io che fa da perno e che percepisce un io che soffre, un io che è tutto emozione e un io razionale e autoritario e tutto in una percezione globale, il tutto che fa parte di me. Non è un osservatore che prende le distanze, no, tutto è incluso e nello stesso tempo distinto e identificabile.
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Il me perno guarda il me emotivo e constata una grande concentrazione di dolore, il me emotivo si lamenta:” non ne posso più di cercare sempre di sapere chi sono e a non riuscirci mai”. Molte lacrime, un dolore intollerabile: “sono sola,nessuno si occupa di me, l’infanzia è stata difficile, ma sono sopravvissuta e continua ancora  questa prigione malgrado il mio accanimento a voler uscire di là, non ci riuscirò mai”
Il me razionale in faccia, all’altro lato della tavola, dito puntato contro il me emotivo: “Taci, smetti di piangere, basta!” Avanza minacciando, c’è esasperazione, quasi violenza nella sua voce:” E’ un ordine!”.
Il me perno guarda il corpo agitarsi dolorosamente e si dice:” E’ così, il corpo sta morendo , non può sopportare questa esperienza”, e curiosamente non si sente coinvolto.
Il me emotivo è sfinito, allo stremo, senza forza, senza reazione, l’elastico che gli permette di ritornare alla calma è teso al massimo, vicino alla rottura. E’ al limite della perdita di controllo. E’ talmente terrorizzato dagli ordini dati dal me razionale che si mette a rimpicciolire, ho la sensazione che il mio corpo diminuisca e percepisco la mia incapacità a reagire.
Ora il mio corpo misura circa sei pollici, 20 centimetri, non ha più forza, diventa come gelatina, cade per terra e  batte il viso contro il pavimento di legno. Sento il rumore della testa che batte a terra con un rumore sordo.

Abbandono, depongo le armi sapendo che è la fine, sento la morte che mi prende. E’ la seconda sensazione di morte, la prima era unicamente fisica, mentre questa è emotiva. E’ la persona che soffre, che vuole dirigere, che vuole sopravvivere a tutti i costi e non si lascia imporre in alcun modo di morire.  E’ quella che mercanteggiava con Dio. Nello stesso tempo moriva anche la ragazzina lamentosa che non aspirava che alla pace, la parte intoccabile, la parte che preservavo da me stessa e che nessuno poteva raggiungere.
Sento che mi dissolvo, è l’ultimo respiro di Betty, abbandono totalmente e mi dico: ”è la fine”. Mi sento pesantemente  schiacciata.

E là tutto si capovolge; non c’è più un me emotivo, più un me razionale, più un corpo che soffre, proprio una coscienza totale.
Cammino nella stanza e scoppio di gioia, grido:” sono questa gioia”. Ho difficoltà a contenere questo stato meraviglioso. Guardo all’esterno e sento l’universo, la luce mi penetra. Sono ciò che vedo, ma anche l’aria che respiro.
Cammino, sono in movimento come quell’onda che mi attraversa, non posso stare ferma.
Prendo coscienza che non sono più un corpo, non sono più questo involucro limitato, il mio piccolo corpo da niente non può contenere questa energia fenomenale. Ecco perché mi muovo, è troppo potente perché possa restare ferma, constato che non potrei contenere quella energia dentro il mio corpo, tutto esplode

Ora vedo il mio corpo di circa 30 anni, vestito in jeans seduto su di una piccola sedia di scuola, la testa china dalla parte destra. Gli occhi sono aperti, ma sono senza vita, come gli occhi vitrei di un morto, è meno vivo di una pianta. Mi rivolgo a lui dicendo: “Sono così contenta di vederti, sono così contenta di non essere più associata a te, responsabile di te “. Avanzo verso il mio corpo e lo tocco; sento che è vivo, che funziona, ma non sono più associata a lui, lo vedo, ma non sono più io. Constato che mi sono sbagliata su me stessa, pensavo di essere un corpo da cui tutto partiva, ogni pensiero, ogni azione, ma non era vero, era un robot che programmavo secondo i miei pensieri.

Nello spazio di un secondo faccio il punto della situazione, sono cosciente del mio corpo disteso sul letto che trema e soffre, sono cosciente del mio razionale e del mio emotivo, ma non sono più questo, il mio perno è emerso e si è trasformato in questa vasta coscienza, la percezione è diretta, nessun pensiero per classificare il tutto e direttamente constato che  non posso sopportare quello e urlo: “Ah! Ah! Ah!!!” Sono quel grido, non sono il mio corpo che urla di terrore, sono il grido in tutta la sua  ampiezza, in tutta la sua vibrazione.
Ciò che vi dico è che sono la voce, sono la totalità di ciò che mi attornia, non ho limiti, se dirigo la mia coscienza su qualcosa, sono quella cosa, sono unita a tutto. E’ irreversibile, la vecchia Betty non esiste più, il mio vecchio modo di funzionare è sparito e sto sperimentando qualcosa di radicalmente nuovo. Con quel grido, il vecchio meccanismo ha provato a rianimarsi, non funziona più niente, il mio vecchio modo di pensare è rotto per sempre.

Guardo ancora il mio corpo sulla sedia, constato che è inerte, che non fa niente da solo e vedo a che punto la follia ci spinge a torturare quella cosa secondo le nostre allucinazioni, secondo le nostre costruzioni mentali. Il corpo è neutro, non ha uno stato d’animo e io non sono un corpo, sono il tutto e ne sono integralmente cosciente dai trecentosessanta gradi del mio nuovo campo visivo.

Passeggio di nuovo nella stanza, perché c’è un continuo movimento, niente è stabile, niente su cui fermarsi, tutto si muove, tutto vibra costantemente. I mobili sono scomparsi, vedo i muri e il soffitto fatti di una materia spugnosa azzurrina viva, non vedo come potreste vedere voi coi vostri occhi, constato e sono, e tutto quello accade di minuto in minuto come piccole sequenze che nascono e muoiono. Ho coscienza che non vedo più nello stesso modo. Provo a far parlare il corpo e sento come un’eco, come una voce distorta, incomprensibile, la visione è cambiata, il suono della mia voce non è più percepito, non sono più il mio corpo, va tutto bene, non mi preoccupa nulla, niente panico.
Guardo i muri azzurrini che scompaiono lentamente, l’appartamento è scomparso, sono fuori, inondata di luce, in un dolce calore. Ho davanti a me una catena di montagne e sul fianco di una delle montagne vedo sfilare in un colore scialbo, come un acquerello, l’ologramma degli avvenimenti della mia vita; le immagini sono piene di vita, fanno parte di me, ma non mi toccano sul piano emotivo. Mi sento unita a quell’ologramma, ma non mi sento toccata.
I miei sensi si compattano e divengono un’unica percezione. I miei sensi non sono più divisi, io sono il suono, il colore, la forma, niente è limitato, tutto è pieno, completo. Cammino dolcemente con leggerezza, mi sento libera e in pace.
Ritorno vicino al letto e vedo il mio corpo che dorme dolcemente. Niente più stress, niente più dolore  Ho appena avuto uno sconvolgimento e nel nuovo stato continuo la mia esperienza

Mi ritrovo su una strada di campagna e vedo una piccola panetteria; è mattina,  presto. Sento l’odore del pane che si spande. Entro nel negozio e vedo che ci sono persone che fanno la coda per essere servite. Passo davanti a tutti e dico:” Ero io la prima” ridendo per scherzare.
Mi volto e vedo un uomo, il Gesù della mia infanzia, una lunga tunica, gli occhi blu e la barba. Non vedo che i suoi occhi. Il suo sguardo prende tutto il posto e sento il mio vecchio concetto di tutto l’amore del mondo, quel desiderio di ricerca dell’amore infinito.  La bambina  devota si sente umile di fronte a quella forza, quella purezza, quella bellezza, quella immagine di Dio. Gesù mi guarda, mi sorride e scompare dolcemente nella luce. Sento che con quella scomparsa una folla di personaggi mistici anche scompare definitivamente.
Una signora alla cassa mi dice:” Ecco i vostri pani” …Mi sento in imbarazzo, ho l’impressione di aver preso il posto di qualcun altro, lei mi dice: “Ma no, è qui per te.” E mi dà il pane. Mi dà la mano e io le do ciò che ho nella mia: un cuore di cioccolato nero. Guardo fuori,  è immenso e così affascinante.

(a cura di

L. Scalabrini)

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