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Il qui è vuoto di Roger Gunther-Jones

7 Febbraio 2011

(dall’archivio di 3memillenaire a cura di Luciana Scalabrini)

L’uomo moderno che si rivolge alla religione vi cerca qualcosa di radicale e di pratico, ben più che una semplice tradizione. Invitando ad una comprensione più elevata e più illuminata della sua vita,  del suo significato e del suo scopo, le religioni organizzate non possono accontentarsi di termini vaghi. Non bisogna che ci domandino ancora di credere a ciò che non è più credibile, facendo commercio della propria buona reputazione. Se dovesse capitare che una fede particolare, come il buddismo, appaia più credibile di un’altra, non ci soddisferebbe sempre, a meno che i suoi mezzi non si rivelassero più efficaci di altri disponibili C’è ora, se si può dire, un mercato libero di rimedi spirituali.

La domanda si orienta verso  qualcosa di più giusto dell’approccio religioso tradizionale, verso una sorta di scienza di sé. Gli sforzi fatti dalla psicologia per assumere un tale ruolo sono falliti. I buddisti occidentali  possono contribuire al processo dell’evoluzione.

Le maitre zen Dogen ha riassunto l’insegnamento essenziale in questo modo: “ Quello che si chiama imparare la via, è imparare il sé; imparare il sé, è dimenticare il sé”. Questa direttiva può essere enunciata più precisamente così: la vita come generalmente la conosciamo , cioè il samsara è insoddisfacente, perché siamo ignoranti del nostro me essenziale. Avendo diviso la realtà unica in due, cioè in sé e gli altri, viviamo come se il sé fosse una realtà separata dal tutto. Il sé in certo modo mutilato che è all’origine dei tre fuochi, avidità, odio, illusione. Se sperimentiamo il sé nella verità essenziale, i tre fuochi si estingueranno e conosceremo la vita come è realmente, ossia il nirvana, per cui cessa di essere insoddisfacente e assume una nuova dimensione, piena di qualità insperate.
Così l’intento principale del buddismo è di incentivare la nostra emancipazione in rapporto alla dualità fondamentale del sé e dell’altro, aiutandoci a conoscere il sé essenziale. Tutte le altre funzioni  del buddismo sono secondarie  e non devono trattenere la nostra attenzione. Non ci attarderemo oltre su alcuni problemi filosofici o teorici che potrebbero porsi sulla non dualità provata dopo l’emancipazione; queste considerazioni non hanno valore pratico.

Per vedere la validità dell’insegnamento essenziale del buddismo,non è necessario dimostrare come incominci la dualità. Ci basterà riconoscere che nei fatti sperimentiamo ogni cosa in modo duale. Sentiamo, pensiamo e agiamo come se il sé fosse una cosa situata nel corpo, o molto vicina: il pensatore dei pensieri, il beneficiario o la vittima dei sentimenti, l’attore delle azioni e il testimone di se stesso. Questo è l’ego empirico prigioniero nella propria coscienza di sé , posto come soggetto in faccia all’oggetto. Così affrontiamo il mondo come una realtà estranea e potenzialmente ostile, come una cosa che, secondo il nostro temperamento, ci si sforzerà di evitare, di possedere o di dominare. Ma qual è la natura del mondo quando non è contagiato da quella specie di visione soggettiva?

Il mondo, per quanto abbia una propria realtà, è perfettamente conforme a ciò che poteva essere; nei fatti le cose sono quelle che sono, e non in altro modo. In altre parole, le nostre circostanze presenti sgradevoli secondo noi e però suscettibili di miglioramento nel futuro, non potrebbero essere migliori di adesso. Sarà come ora nel futuro quando questo sarà diventato presente: il mondo sarà sempre il migliore dei mondi possibile.

Se questa non è la nostra visione abituale del mondo,  l’errore sta in noi, perché ogni cosa là fuori è evidentemente in ordine come è in questo preciso momento. Se l’emancipazione dalla dualità ci permette di accettare  il mondo di buon grado nonostante tutte le imperfezioni, essa sarebbe per questa sola ragione uno scopo legittimo, serio e pertinente. Ma a dire dei saggi deve portarci ad una elevazione di vita ben superiore a questo livello.  Che crediamo o no alle parole dei saggi, il valore immediato e pratico dell’emancipazione difficilmente può essere messo in dubbio. In effetti, come dice molto bene Thomas Merton, libera l’uomo di una coscienza di sé smisurata, di un bisogno ossessivo di affermarsi, in modo che possa gioire  della libertà e dell’assenza d’intenzione che accompagnano il fatto di essere semplicemente ciò che è e di accettare le cose come sono per collaborare con loro come può.
Veniamo alla domanda principale, quella dei mezzi. Le vie tradizionali con le quali il buddismo impara a conoscere il sé sono efficaci, oppure esiste una via più semplice e diretta?

Secondo il buddismo, come è formulato per esempio nella dottrina d’anatta, il sé non può essere identificato con niente di fenomenico: impossibile  “ metterci sopra la mano”. Con l’esperienza personale di questo arriveremo alla più fondamentale  delle caratteristiche del sé: il suo vuoto completo. Perché il sé è essenzialmente una non-cosa. L’accettazione intellettuale di questa verità è inutile; dobbiamo sperimentare il fatto in se stesso. In effetti è questa esperienza del vuoto che è il fattore essenziale di ciò che generalmente si chiama illuminazione. Fino a che non abbiamo sperimentato il nostro vuoto essenziale ( la nostra natura vuota, o viso originale o ogni altra formulazione ) siamo non illuminati e la nostra condizione duale persisterà come una potenziale sorgente di problemi.
Ne risulta che l’efficacia del buddismo ( o di altri sistemi) come mezzo di emancipazione dalla dualità deve essere valutato dopo il tempo che occorre per portarci all’illuminazione ( supponendo che le nostre intenzioni siano serie) .  Valutato secondo il criterio del tempo si può dire che  il buddismo è efficace? Nonostante le apparenti buone intenzioni, ci sono sicuramente buone ragioni di dubitarne, tenuto conto della disparità evidente tra il rigore e la complessità dei programmi e il carattere incerto e tardivo dei risultati. Perché tanti sforzi portano all’illuminazione così raramente?

Eccoci lanciati verso le congetture. Una delle possibilità è che l’illuminazione non sia stata che un oggettivo nominale e che il buddismo non sia mai stato un mezzo efficace per la sua realizzazione.  (Il successo del buddismo  come religione può spiegarsi  facilmente  con le sue altre funzioni). Oppure è possibile che l’illuminazione sia stata una volta uno scopo reale e che a quello stato si giungesse di frequente ( certe testimonianze vanno in quel senso) , ma che l’insegnamento abbia perduto gradualmente la sua efficacia. Si tramanda che il Budda stesso avrebbe previsto quella evoluzione. Qualunque sia la giusta ipotesi, è certo che per 25 secoli il buddismo si è sviluppato per prendere la forma di un sistema complesso in cui l’illuminazione non è stata proposta sempre come l’obbiettivo supremo.
Molto spesso l’illuminazione fu presentata purtroppo come una specie di Eldorado spirituale, come una fantasia allettante ben più che uno stato concretamente realizzabile. Sicuramente, quando si trascura l’illuminazione come obbiettivo pratico e immediato, allora il buddismo si può praticare come un intrattenimento prolungato dell’ego, senza minacciare sul serio l’esistenza dell’ego. L’ego può essere purificato, disciplinato, o integrato, senza che necessariamente ci sia uno sforzo per sradicarlo,questo impegno può essere rinviato a “ un giorno di cattivo tempo” o addirittura ad un’altra vita.

In ogni caso, in un modo o nell’altro il contratto globale del buddismo tradizionale è venuto a includere una gran quantità  di elementi senza un rapporto diretto con la realizzazione dell’illuminazione. Accettare questi dati semplicemente perché vengono dalla tradizione e perché sono onorati dalle benedizioni delle alte sfere, è comportarsi come il cinese nella storia che racconta  l’invenzione dell’arte di cucinare. Un giorno, rientrando a casa, un contadino cinese  trovò la sua casa distrutta da un incendio.
Come toccò tra le rovine i resti arrostiti del suo maiale, gli restò attaccato alle dita un poco di quella carne. Li leccò con cura apprezzando quella delizia e diventò il primo uomo a mangiare l’arrosto di maiale. In seguito successe  che uno o l’altro dei suoi vicini,per preparare un festino, accendesse il fuoco nella sua casa, non comprendendo che è inutile ridurre in cenere una casa per arrostire un porco.
Cercando l’illuminazione, evitiamo di fare la stessa cosa, non bruciamo la casa, quando basta una piccola fiamma per il nostro disegno. Perché esiste una semplice alternativa al programma buddista tradizionale, ma prima di iniziare il nostro sviluppo, cominciamo col dissodare il terreno togliendo qualche errore.

La prima interpretazione errata riguarda la stessa illuminazione. Quando  non è accettata come scopo pratico e immediato,  si osserva che il buddismo tende a prendere il carattere di una via che conduce verso uno scopo estremamente lontano, come se si trattasse di una corsa a ostacoli. Alla fine della corsa, coronando la più alta acrobazia spirituale, la coppa dell’illuminazione ci attende all’arrivo.
Sicuramente si ammette che la via è lunga e ardua, e che dobbiamo essere degni dell’illuminazione; non ci cadrà dal cielo con una semplice domanda, dobbiamo meritarla , in questa o nelle vite a venire.  Di conseguenza ogni suggestione che implica che l’illuminazione è accessibile a chiunque la desideri anche se non ha nemmeno conosciuto il buddismo, con ogni probabilità non sarà creduto e perfino disprezzato. Quanto a sostenere l’idea che un contemporaneo occidentale potrebbe essere illuminato con una simile concezione, è semplicemente ridicolo.

Secondo altri pregiudizi, l’illuminazione presuppone un alto grado morale.Ed è necessario anche sviluppare e acquistare una certa facoltà mentale superiore come se si trattasse di una sorta di organo dell’illuminazione. Ma queste due cose sono contrarie alle esperienze contemporanee in occidente. Con tutti i mezzi possibili esercitiamoci al rigore morale e coltiviamo la mente, ma non alle spese dell’illuminazione; in altre parole differire l’illuminazione per il profitto della morale e dello sviluppo mentale è invertire l’ordine delle priorità.

Veniamo ora all’alternativa semplice e unica che sostituisce le procedure tradizionali. L’essenza di questa alternativa è constatare ciò che è chiaramente dato al centro del nostro essere. Benché sia una questione di percezione diretta e ordinaria, tuttavia vi si troveranno caratteristiche spirituali concomitanti associate più generalmente alle pratiche religiose ; ci si può trovare però un metodo senza religiosità. Non si ricercano risultati spirituali; lo scopo immediato e unico è sperimentare ora la verità essenziale su di sé.

Che si possa dirigere i sensi verso l’interno per sperimentare ciò che è al centro del nostro essere, a prima vista sembrerebbe improbabile. Siamo talmente abituati a dirigere i sensi verso l’esterno che perdiamo di vista il fatto che ci rivelano quello che c’è qui. In realtà i nostri sensi registrano nello stesso tempo ciò che è qui e là (fuori). La distinzione tra qui e là si deve imparare, fin dall’infanzia. L’esperienza percettiva in sé ignora le localizzazioni specifiche. Per esempio non c’è nessuna differenza apparente tra una stella lontana e una fiammella a  qualche centimetro da noi . Nella nostra esperienza tutto accade qui e il segreto della vita è da trovare qui o niente.
Se, come vuole la tradizione, il  Budda fu illuminato vedendo la stella del mattino,  fu molto verosimilmente perché la sua luminosità da lontano metteva intensamente in evidenza, per contrasto, il vuoto essenziale al centro del suo essere; questo si accorda con l’esperienza di un numero crescente di persone in occidente, che vedono che la verità essenziale di sé può essere scoperta e che questa visione modifica fondamentalmente il loro sguardo sul mondo.

A molti di quelli che in passato hanno preso coscienza di questo fatto per conto proprio, si può citare il maestro zen Shen Hui. Alla domanda su come avere l’illuminazione, rispose: ” Con la visione del vuoto, unicamente… Vedere il luogo dove non c’è niente, nessun oggetto: ecco la vera visione, la visione eterna”
Si è constatato in pratica che la vista è il più fine dei nostri sensi per giungere all’esperienza diretta della nostra natura essenziale. Fra molte altre possibilità  l’esempio della vista dimostra con quale efficacia la percezione primaria diretta può suscitare l’illuminazione.
Supponete che il nostro campo visivo sia riempito dal colore rosso, per esempio guardando un muro rosso mentre gli altri sensi e il mentale sono lasciati da parte. Allora noi siamo di quel colore rosso o niente, perché non c’è niente nella nostra coscienza. Questo punto viene spiegato bene dal dott. Suzuki che alla domanda “ come è possibile superare la separazione soggetto/oggetto, per esempio con una tazza di tè”.  Sollevando la tazza rispose:  “Non provo ad entrare nella tazza o a sentirmi come la tazza. Io sono la tazza di tè”.
Ma questo non rappresenta che una metà dell’esperienza essenziale, la metà esteriore, che somiglia a certe meditazioni fondate sull’attenzione, quando il soggetto si perde nella contemplazione dell’oggetto. Benché si tratti di dimenticarsi il me, non è questa forma di superamento dell’io che è illuminante. La natura della metà più importante della esperienza essenziale può essere illustrata così: se distogliamo lo sguardo dal muro rosso per guardare altrove, diventiamo una forma (un colore, un profilo, ecc.) poi un altro, sempre differenti. Perciò non c’è la minima cosa al centro della visione, qui; questo lato delle apparenze fenomeniche è sempre vuoto. Dirigendo la nostra attenzione verso il centro della visione e non verso la circonferenza ( ciò che facciamo abitualmente) diventa evidente come la mancanza di monete nel borsellino vuoto o come l’assenza di un oggetto sparito per magia, non c’è la più piccola cosa al centro del nostro essere. Le forme sono là, ma come il Sutra del cuore dice molto bene, il qui è vuoto, libero da ogni oggetto e questo non risulta né dalla deduzione né dalla intuizione, ma dalla percezione diretta.

Accedendo per la prima volta a questa esperienza partendo dalla posizione duale abitudinaria, possiamo sorprenderci a dividere la visione in due parti: dapprima osservando che il soggetto qui è vuoto, poi osservando che l’oggetto è là, ossia la sequenza è invertita: l’oggetto è là ma il qui è vuoto. Benché la chiave dell’illuminazione consista nel vedere il vuoto del qui, si produce, quando vediamo quel fatto  con chiarezza, un repentino mutamento tanto che soggetto e oggetto, qui e là, cessano di esistere.

Beninteso, il nostro vuoto essenziale può essere sperimentato con altre vie, ma probabilmente con meno facilità e nettezza che nella visione, almeno all’inizio. Ma una volta che abbiamo visto la nostra natura essenziale, essa può essere sperimentata per mezzo degli altri sensi. Tutto accade come se il centro del nostro essere fosse una fortezza le cui porte possono essere aperte dall’interno una volta che una tra loro è stata forzata dall’esterno. Una volta fatta l’abitudine a centrarci in questo modo, possiamo sperimentare il nostro vuoto essenziale anche nella relazione con i pensieri e i sentimenti; percepiamo non solo come ci siamo fatti rossi, o cambiati in una tazza di tè, ma anche come ci siamo fatti pensiero o sentimento. Quindi possiamo arrivare alla coscienza del nostro vuoto essenziale in ogni momento e circostanza. Ogni volta che siamo correttamente centrati, cessiamo di essere identificati con una qualunque parte del tutto in opposizione al resto; e dalla dualità abituale ecco la non-dualità, non c’è più il me e gli altri. Così conoscendo il sé dimentichiamo il sé.

Quell’approccio all’illuminazione è così semplice che può far nascere dei dubbi nella mente di quelli che non hanno ancora fermato lo sguardo in quel vuoto. Possono domandarsi se questa specie di illuminazione e il buddismo siano simili. Oppure se un processo ordinario come la percezione visiva primaria può veramente  avere una qualità di ineffabile e condurre a sperimentare qualcosa che spesso si qualifica come trascendentale. Ebbene, evidentemente la conferma è da trovare  nella visione, così come  il significato di ineffabile o di trascendente; tutto questo appartiene all’esperienza personale. Tuttavia è nel nostro impegno provare il valore e la natura di certi effetti della visione nel niente.
Ricordiamo ciò che abbiamo già detto. Durante quella visione del vuoto, emerge uno stato di non-dualità in cui è possibile entrare a volontà. Come la nostra abitudine alla dualità è creata dall’affermazione del sé, il dualismo può essere sradicato dalla pratica dello stato non-duale, fino a che lui stesso non diventi un’abitudine. Ma, abitudinario o no,questo stato è benefico quando si manifesta. Esso agirà senza che la sua azione sia radicata nell’ego.

Un aspetto più specifico della non-dualità riguarda la morte: domandiamoci se ci sia nel nostro essere qualcosa soggetto a nascita e morte. Il maestro zen Bankei dice: “ Improvvisamente,una certezza mi colpì come un lampo: non ero mai nato. E la mia non- nascita poteva appianare tutte le difficoltà. Questo sembrava essere il mio satori…la coscienza non-nata di Budda spezza tutti i nodi…vivere in stato di non-nascita è giungere allo stato di Budda   Dal momento in cui avete realizzato questo, siete un Budda”.
Chiunque vede chiaramente che non c’è nulla  al centro del suo essere, a cui possono applicarsi termini come nascita e morte, quello conoscerà una realizzazione sostanzialmente simile a quella del maestro zen Bankei.
Veniamo ai temi della compassione e dell’amore che si dice che si accompagnano all’illuminazione. Ebbene, viviamo lo stato della non-dualità e vediamo cosa succede. Diamo alla nostra natura una possibilità di rispondere liberamente, senza essere oppressi fin dall’inizio da idee preconcette sul genere d’amore che immaginiamo di dover provare. Perché, come scrive Sohahu Koburi in un testo di Suzuki: “Quando la luce dell’illuminazione illumina interiormente un uomo, produce una grande saggezza che sopprime tutte le idee limitate, deformate ed egocentriche. Quando l’illuminazione splende verso l’esterno, diventa una grande compassione, un amore che vuole il benessere di tutti gli esseri viventi nel mondo”.

Possiamo dire che la via dell’illuminazione comincia quando abbiamo visto il nostro vuoto centrale. Thomas Merton dice: “ Fino a che non abbiamo un primo sentore dell’illuminazione, non possiamo nemmeno cominciare a meditare perché non sappiamo quel che facciamo”. Questo lo sostiene anche il buddismo: prima di aver visto il vuoto, non siamo capaci di un comportamento giusto e di una comprensione giusta.
Ma non immaginiamo che la visione del vuoto  sia una specie di satori entusiasmante e teatrale da sbandierare ai quattro venti. Succede che l’illuminazione si manifesti in questo modo momentaneamente, in circostanze psicologiche fortuite, ma è più probabile  che appaia semplicemente come un fatto di osservazione, senza esaltazione e preconcetti e i cui risultati si lasciano paragonare a  quelli di altri osservatori.
In certo senso è scientifico; non si tratta di un’intuizione vaga né di una esperienza mistica. Al contrario, la visione di quel vuoto è un atto che può essere ripetuto a volontà. Tutto quello che si deve fare è guardare spesso e a lungo e osservare la natura di quello che è chiaramente dato. Poi viviamo di quella visione in tutta coscienza, che è la coscienza dell’Essere in noi.
Non è una condizione statica in cui una cosa è vista una volta per tutte o uno stato di coscienza definito e circoscritto. La nostra natura essenziale non è un luogo di riposo, ma una sorgente dinamica d’azione. L’adesione a quel centro ci libera finalmente da tutte le speculazioni.
Il grande scoppio di risa di Hotei è quello di chi ha capito la farsa delle pretese spirituali e che ha abbattuto la barriera che separa il materiale dallo spirituale, il naturale e il soprannaturale, il visibile e l’invisibile, per svelare le cose come sono, come sono sempre state e come saranno sempre.

Chiunque ha la volontà di vedere il suo vuoto essenziale e di diventare illuminato, può farlo ora, senza perdere il suo tempo sui cammini tradizionali. Quei cammini possono essere esplorati più tardi con profitto se il bisogno di forme religiose  sopravvive alla pratica della non-dualità. In altre parole: “Prima di tutto cercate il Regno dei Cieli” Oppure: , come dice Bankei: “ La sola lezione da dare alle persone è di non uscire dallo spirito di Budda”

Lo spirito non nato di Budda non ha niente a che vedere con il fatto di essere seduto di fronte a un bastoncino d’incenso.

Il cammino dell’illuminazione è senza destinazione, non c’è che il progresso del cammino, e il cammino è buono.