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Io è una porta di Philip Renard – prima parte

17 Settembre 2010

3ème Millénarie n. 72 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini – I parte

Una delle espressioni più correnti su un cammino di realizzazione del Sé è:

“Lasciar andare all’ego”. Quale ne è il significato esatto?

Beninteso, esso non si riferisce alla forma banale dell’ego che tutti conoscono, come l’egocentrismo o l’egoismo. Infatti l’egoismo è chiaramente respinto da tutti, anche da quelli che non seguono un cammino spirituale.

Il lasciar andare rispetto a questa forma “primaria” dell’ego è insufficiente su una via di liberazione.

L’ego, nominato dagli insegnanti delle vie di liberazione come ostacolo fondamentale, è un’attività pensante che funziona attraverso proiezione, identificazione con un oggetto esteriore, che di conseguenza sarà visto e giudicato. E’ una rappresentazione di sé, valutata attraverso un continuo paragone con altre rappresentazioni sedicenti indipendenti, considerate inferiori o superiori a se stessi.

L’ego infatti si compone di atti di paragone. E’ visto come la coscienza di sé, con tutte le sue inibizioni della spontaneità o della vita che ne derivano. Si attacca alla scissione interiore, al solco delle abitudini che osserva un’altra parte dello stesso ego da un punto di vista critico, e lo bombarda di opinioni conflittuali.

La principale caratteristica dell’ego è il suo attaccamento alle proprie opinioni su di sé. Un’immagine di sé è stata costruita e rifiuta di sciogliersi, cercando piuttosto di perpetuarsi. Ecco ciò che chiamiamo la “persona”; è la rappresentazione di un’immagine di se stessi.

Ogni attività cosciente dell’entità corpo-mente, quando arriva alla “persona”, fa apparire l’ipotesi di un “io” che fa qualcosa e questo “io” sarebbe un’entità-continua, che dura.

Preferisco chiamare questo l’io piuttosto che l’ego, perché è più facile riconoscerlo come qualcosa più sottile dell’ “ego primario”, anche se i due si compenetrano uno nell’altro. La differenza principale, potremo dire, è che per l’ego primario gli altri vi disturbano e sono disturbati da voi, mentre per l’io sottile voi siete per voi stessi il vostro problema.

Buddisti e Vedantini sono d’accordo sul fatto che l’io dovrebbe essere abbandonato se volete la liberazione, ma sono in disaccordo sulla terminologia e sul modo in cui la credenza nell’io può essere distrutta.

I Buddisti dicono: “Non c’è nessuna entità, niente me o io, solo una sequenza causale di processi psichici e fisici condizionati”. Del resto non parlano di un io, e arrivano a disapprovare l’utilizzo del termine “io”. Per esempio “Quando guardiamo la natura di quello che si crede essere “mio” o “io” e si tiene per fermo questo concetto, si tratta di una visione ristretta, confusa, sbagliata”.

Al contrario, se gli insegnanti dell’ Advaita Vedanta concordano totalmente con i Buddisti sull’inesistenza dell’entità “io”, continuano ad esprimersi in termini di “me” e di “io”, anche quando si riferiscono a gradi di realtà superiore. Perché?

Proveremo a dare una risposta alla luce della “grande triade” degli insegnanti del XX secolo: Ramana Maharshi, Krishna Menon (Atmananada) e Nisargadatta Maharaj. Tutti e tre usano la parola io per designare il principio più (o pressappoco) elevato, rispettivamente come l’ “Io, Io”, il “Principio-Io” e l’ “Io sono”.

Questo può, se lo si vede dal punto di vista del rifiuto dell’Io come una realtà, essere la causa dell’incomprensione, per l’insufficienza della lingua.

Ascoltiamo prima il più vecchio dei tre, Ramana Maharshi. La sua influenza fu la più grande, e non per niente che Ma Ananda May lo chiama “il Sole”. Fu riconosciuto come la voce autentica dell’Advaita e il suo messaggio ha la potenzialità della liberazione in questa vita. Tutto nel suo insegnamento mirava al significato autentico dell’Io”. Invitava il visitatore o l’adepto in cerca di una guida a farsi lui stesso la domanda “Chi sono?” che conserva la forma di auto investigazione (vichara). Metteva in luce la natura potente della domanda quando è posta in modo giusto, facendo sciogliere  pensieri e identificazioni.

Lasciava che l’effetto della domanda fosse sperimentato direttamene dall’addetto in cerca di guida.

Comprendeva così che per la maggioranza delle persone l’esperienza stessa esigeva anche delle fondamenta solide per una giusta comprensione.La giusta interpretazione dell’esperienza è importante come l’esperienza stessa. Spiegava così a più riprese, in modo dettagliato, la relazione tra l’io e ciò che è realmente l’ “Io”, il Sé ultimo.

Mostrava la necessità di uccidere o distruggere l’io (ahmn-kara) o il pensiero-io (aham vritti), come spesso lo chiamava. Ho spesso pensato che fosse un cattivo uso del linguaggio, perché sembrava invitare al conflitto. In generale, una persona si trova già ad affrontare la lotta con se stesso e penso che quella terminologia aggressiva esiga una spiegazione. Se lo scopo finale è la pace, l’aumentare il conflitto interiore non può essere intenzionale.

Egli poteva anche esprimersi in modo diverso.Se qualcuno gli domandava come poteva essere eliminato l’io, per esempio rispondeva: “Non avete bisogno di eliminare il falso io. Come l’io potrebbe eliminarsi da solo? Tutto quello che avete bisogno di fare è trovare la sua origine e stare là”.

Disse anche, un’altra volta, sul tema dell’uccisone dell’ego: “ L’ego può permettere a se stesso di uccidersi? Se cercate l’ego , scoprirete che non esiste. Questo è il modo di distruggerlo” e: “Come può essere uccisa una cosa che non esiste?”.

“Scoprirete che  non esiste”. Ecco sempre e ancora l’essenza del suo argomentare. Tuttavia Ramana parla spesso dell’io e lo descrive come se esistesse. Così si  comincia a chiedere: “Ma allora che cosa esiste e cosa non esiste?”.

La citazione seguente è illuminante: “C’è il Sé assoluto da cui una scintilla sorge come da un fuoco. La scintilla è chiamata ego. Nel caso di un uomo ignorante egli s’identifica immediatamente a un oggetto come questo appare. Non può essere indipendente da quella associazione con gli oggetti. Questa associazione è ajnana o ignoranza, la cui distruzione è l’obiettivo dei nostri sforzi. Se la sua tendenza a oggettivarsi è distrutta, sarà puro e si fonderà con la sorgente”.

Se lasciamo da parte per ora la parola uccidere l’associazione con gli oggetti è la frase chiave, la tendenza dell’io a identificarsi con gli oggetti. Questo è l’errore. Chi è che è associato con cosa? Cosa o chi commette l’errore? Ramana Maharshi parla a più riprese di quell’associazione come un nodo (granthi), il “nodo nel Cuore”.

“Anche se il corpo nella sua insensibilità non può dire “Io” (cioè sentire l’ “Io”)  e anche se la Coscienza-Esistenza (Sat-Chit, il Sé) non si evolve e sta senza base, tra i due c’è un io come un corpo (l’identificazione “io sono il corpo”). Sappiate che questo solo è il modo tra la Coscienza e il non-sensibile (Chit-jada-granthi), la schiavitù (banda), l’ego (ahamkara), lo stato mondano (samsara), la mente ( manas) e così via”.

Per Ramana quel nodo deve essere tagliato. Ma ancora una volta: che significa questo atto di apparente violenza? E’ sempre, alla fine, il significato di una visione penetrante. Solo guardare.

Voi pensate sempre di stare guardando, ma ora vi si domanda di guardare come fosse la prima volta. Se seguite quest’indicazione, osserverete dove si trova quella “persona-io” ( che è il nodo detto sopra). Dove trovo quella persona io? Ramana aveva usato un ottimo esempio: “L’ego è un legame non materiale tra il corpo e la Coscienza Pura. Non è reale. Finché non guardiamo attentamente, continua a porre problemi. Ma quando lo cerchiamo, troviamo che non esiste.

In un matrimonio hindou, la festa durò cinque o sei giorni. Uno straniero fu preso per errore per il testimone di nozze dai parenti della sposa. Perciò lo trattarono con tutti gli onori. Vedendolo trattato con tanto riguardo, anche gli amici dello sposo lo consideravano come un uomo da rispettare in modo particolare. Così lo straniero si prese buon tempo. Nondimeno sapeva com’era la situazione reale.

A un certo punto si rivolsero a lui per una questione. Lo consultarono. Lo straniero evase il problema e si defilò. “Così è l’ego. Se lo cerchiamo, scompare”.

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