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Io è una porta di Philip Renard – quarta parte

17 Settembre 2010

3ème Millénarie n. 73 – Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini – seconda parte

“Non c’è che un solo stato, non due. Quando lo stato “Io sono” è presente, conoscerete molte esperienze, ma l’ “io sono” e l’Assoluto non sono due. Nell’Assoluto lo stato di “Io sono” sopravvive e allora accade l’esperienza”.

Potremmo dire che “lasciarsi intrattenere dalla Seduttrice” equivale a dare peso al vostro passato, alla potenza delle vostre tendenze, ai vasana, invece di sopportare la sofferenza di non oltrepassare la forma presente, il “contatto attuale”.

La natura d’attaccamento del principio “Io Sono” si situa nella creazione della storia personale, la creazione di un “corpo sottile”, un’immagine “Io”, una forma che deve persistere. La forza d’attaccamento stessa potrebbe essere chiamata il “corpo causale”, un deposito contenente tutte le nostre tendenze latenti e il primo  inizio dell’individualità. Il “corpo causale” definisce il principio che è in noi, ora, la casa della creazione della forma, che ci seduce per il mantenimento e il consolidamento di quella forma. Ci seduce non riconoscendo la forma come la “pura forma attuale della Coscienza” che muore a ogni istante e immediatamente rinasce in un’altra forma. E’ il significato del termine “corpo causale”. Il corpo causale vi fa perdere la visione che siete sempre nuovi, non-nati, ora, ora, ora. E questa “perdita” succede attraverso l’intermediazione delle tendenze latenti che, fintanto che esistono, vi adattano alle forme, mantenute in modo da far penetrare l’esistenza della forma. Per la sua natura che vela la realtà, e per l’attaccamento, il corpo causale è assimilato, nella tradizione Advaita, all’ignoranza ( ajnana o anche avidya ).

Molto influenzato nella sua semantica dalla tradizione Samkhya, antica scuola indiana dualista, Nisargadatta, per spiegare come nasce l’attaccamento, usa a volte i termini sattva, rayas e tamas, tutti influenzati dal Samkhya. Sono i tre gunas, qualità che colorano e determinano ogni nostra azione: rayas è l’agitazione, che spinge all’attivit, tamas l’inerzia, il solido, lo scuro, sattva l’equilibrio, la conoscenza, la lucidità.
Nisargadatta descriveva la transizione prodotta da sattva in questo modo: “Durante lo stato di veglia, sapere che voi siete (sattva) è in sé una sofferenza; ma, siccome siete preoccupati per tante altre cose, potete sopportarla.
Quella qualità d’essere (sattva), quella conoscenza “Io sono” non può essa stessa sopportarsi. Non può stare sola semplicemente conoscendo se  stessa.
E’ perché il guna rayas è lì. Spinge l’essere a gettarsi nelle varie attività, in modo da non rimanere in se stesso. Gli è molto difficile sopportare questo stato.
Il guna tamas è la qualità inferiore. La sua azione consiste nell’aprire la via a quello che si prende per gli autori dei nostri atti, il sentire “sono colui che agisce”. Il guna rajas ci spinge nell’attività e il guna tamas  ci attribuisce la paternità di tutti i nostri atti.

Potremmo vedere il carattere originale di rajas come piuttosto libero. Non ha infatti, per se stesso, nessun bisogno di assestarsi in qualsiasi cosa. E’ sotto l’effetto di tamas che tutto si coagulerà. Questa qualità ci rende rigidi, è la causa dei nostri attaccamenti, del nostro isolamento, delle nostre preoccupazioni, ecc. Il nostro attaccamento a una storia personale è dovuto a tamas, storia sovrapposta ad un’attività spontanea.

Il consiglio di Nisargadatta potrebbe essere interpretato così: non potete fare niente altro che lasciare apparire rajas, perché è proprio quello dell’energia di creazione spontanea. Accoglietela e continuate a riconoscere il punto di partenza, il primo “contatto”, che lui chiama una “puntura di spillo”. Questo è sattva, l’esperienza del contatto, la coscienza. Ho chiamato questo l’apertura della fonte: in questo posto, siete testimoni del matrimonio di sattva e tamas. State nel silenzio (sattva) e nella splendente energia.

Dedicandovi a questo, onorando questa puntura di spillo, questa “coscienza”, la vostra ricerca cessa d’esistere. A quel punto, lasciate che il “fare” vi abbandoni, così come il tentativo di passare al di là di quella coscienza, perché realmente non può esservi d’alcun aiuto.

“Non potete mai separarvi da quella coscienza, a meno che la coscienza non sia soddisfatta di voi e si sbarazzi di voi”.

La coscienza apre le porte per permettervi di andare al di là della coscienza. Ci sono due aspetti: uno è la coscienza concettuale, dinamica, piena di concetti, l’altra è la coscienza trascendente in cui anche  il concetto “Io sono” non c’è più.

Il Brahman qualitativo, concettuale /Saguna Brahman), quello pieno di concetti e di qualità, è generato dal riflesso della Coscienza (Nirguna Brahman)  nel corpo nel suo funzionamento.

Anche se alla partenza è importante e giusto distinguere tra la coscienza relativa (chetana) e la Coscienza (chit), a un certo momento ci si deve aprire alla coscienza in quanto “contatto”. Tutte le resistenze allora si dissolvono e con loro ogni dualità. Il contatto è l’Assistente che vi consacra nel vostro abbandono e nel Suo abbandono. Vi mostra che siete sempre stati non contaminati e non alterati, liberi e non separati, senza bisogno di mettervi alla ricerca.

Così da una parte Maharaj insiste “Io, l’ Assoluto non sono lo stato “Io sono”, ma d’altra parte si trova la “comprensione che questo Io non ne è diverso, su livelli differenti”. E così l’Assoluto è l’Io che si manifesta nella forma. Lo stesso Io Assoluto diventa l’Io manifesto e l’Io è la coscienza, sorgente di ogni cosa. L’Assoluto-con-coscienza si situa nello stato manifesto.

In modo sorprendente, qui come in altri luoghi, Maharaj insiste nell’usare la parola Io per designare l’Ultimo. In più chiama se stesso molto spesso “Io, l’Assoluto” e dice molto sovente: “Non esiste niente fuori di me. Sono solo a esistere” e “quando lo stato d’esistenza è totalmente ingurgitato, ciò che resta è l’Io eterno”.

Così Io è adeguato  a tre livelli: la persona pensa e prova “Io”, il contatto con lo stato d’essere e l’esperienza dell’Io senza pensiero (senza “mio”), e l’Ultimo è “Io” senza esperienza di questo-qui. Questo implica che la Realtà che siamo, sempre presente in quanto tale, c’è già ora. Di conseguenza, nel seno stesso di un’ identificazione in una forma si trova un invito a riconoscere il più vicino, cioè Io nella sua natura essenziale.

“Io” è una porta? L’insegnate risponde: “Figlio caro, non c’è porta per entrare nel Parabrahaman”.

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