Home > Krishnamurti > Krishnamurti: cosa deve cambiare?

Krishnamurti: cosa deve cambiare?

25 Ottobre 2010

Conversazione  con David Bhom

Krishnamurti : cosa deve cambiare?

Questa domanda rimane un interrogativo. Questione insolubile dall’esterno, che si deve mantenere viva in sé. Perché è impressionante constatare il modo con cui siamo portati a trovare ogni sorta di spiegazione e di rimedi a una situazione che si giudica negativa come se le nostre reazioni fossero il mezzo più sicuro di preservare l’integrità della nostra “ buona salute” psicologica e della nostra esistenza. Krishnamurti chiama continuamente i suoi  interlocutori (e i lettori) all’azione, su di un altro registro. Non si può vedere il nostro disordine interiore e la violenza che ne risulta. Allora cosa è che deve cambiare? Cosa potrà far cambiare l’uomo in se stesso? Lo iato permane fintantoché non abbiamo coscienza di noi stessi. Il cambiamento che vi proponiamo qui fa parte di una trasmissione su France-culture del dicembre 1983.

Domanda: Siamo preoccupati per il modo in cui la situazione attuale potrebbe evolvere.
Krishnamurti :La domanda posta riguarda il caso attuale del mondo, il suo futuro e quello dell’umanità. Dove ci conduce questo, vero? La situazione del mondo attuale è imperante; che cosa cambierà l’uomo divenuto così immorale, così violento, completamente indifferente a ciò che accade attorno a lui; cosa farà mettere fine a tutto questo? Che cosa potrà farlo cambiare in se stesso? Quella è la vera domanda, no?

D.  Si.

K. : Ci sono più o meno violenza e anarchia. Piuttosto più che meno. Gli uomini sono diventati amorali, realmente corrotti nel senso più profondo di questo termine. Che cosa li aiuterà a cambiare? Che cosa spingerà l’uomo a trasformarsi completamente? E’ il vero problema, è di questo che mi si chiede di parlare, vero?

Si.

K.: Si, è quello che ci si domanda, veramente. Le religioni hanno tentato di cambiare l’uomo e fino a qui non ci sono riuscite. Esse lo hanno un po’ modificato e, nelle religioni stesse, la relazione umana è stata stravolta; un gruppo si è contrapposto all’altro, i protestanti contro i cattolici, voi lo sapete. E lo stesso accade in Asia e altrove. La violenza aumenta. Le nazioni acquistano armi, gli uni dagli altri, la Francia, l’Inghilterra, la Germania, gli Stati Uniti da una parte parlano di pace e dall’altra preparano la guerra.  Ecco la situazione attuale, la divisione nazionale, religiosa e psicologica dell’uomo E ci si domanda come si possa rimediare a questo caos Gli uomini di scienza hanno aiutato, tanto o poco, all’armonia, all’accordo degli uomini tra di loro? Alla cooperazione, ad una maggiore civilizzazione nel senso profondo del termine? Non l’hanno fatto.

Maurice Wilkins : Non molto.

K. : Se tutti gli uomini di scienza si unissero per rifiutare le guerre, non ce ne sarebbero. Se tutti i preti cattolici dichiarassero la scomunica a quelli che si arruolano alle armi, non ci sarebbero guerre. Ma sembra che altri interessi entrino in tutto quello.  Allora, che facciamo? Voi che siete un uomo di scienza, io che sono….chi sono? Non so, poco importa.

La scienza ha, con la sua conoscenza aiutato l’uomo a trasformarsi? I saperi scientifici, biologico, psicologico l’hanno poco o tanto aiutato in quel senso? Tante nozioni sono state accumulate; tutto questo può essere d’aiuto? O la situazione dell’uomo ora è senza speranza? non posiamo crederlo, sicuramente.

David Bohm : Credo che ci sia stata una grande speranza nella possibile trasformazione dell’uomo con il sapere. Questo è iniziato tanto tempo fa ed è arrivato al suo apogeo nel 19° secolo con la teoria del progresso. Ma ora gli uomini non hanno più illusioni, sono disincantati.

K. : Sono senza illusioni, cinici, non credono in niente. Allora, che facciamo?

D. B.: In effetti è di questo che parliamo.

W. : Penso che la scienza, per certi aspetti, ha aiutato alla padronanza del mondo naturale e questo ha dato certe aperture psicologiche alle programmazioni dell’intelligenza umana. Ma esse sono  state molto superficiali e, d’altra parte,  hanno contribuito al caos e alla violenza.

K. : In modo molto importante. Dunque i politici non più dei preti non risolveranno niente attraverso il mondo. E tutta la letteratura non ha risolto i problemi dell’uomo. Allora, che faremo?

D. B. : ci sono persone per le quali non c’è soluzione, ma voi lo rifiutate.

K. : No, penso che ci sia una soluzione, deve essercene una.

D. B. : Si. Perché dite che deve essercene una?

K. :Siamo abbastanza intelligenti, passabilmente attenti, capaci di osservare ciò che ci circonda. E se i nostri bambini, e i vostri e tutti gli altri devono essere soppressi, a cosa serve tutto questo? Le bombe atomiche, a neutroni, e tutto il resto…

D. B. : Si, ma come potrebbe esserci una soluzione? Sappiamo tutti che ne vogliamo una.

K. : Credo, l’evoluzione dei fatti è abbastanza evidente.

D. B. : Come verrà fuori?

W. Non si potrà dire che la soluzione o almeno uno dei suoi aspetti è stato indicato nelle religioni e ancora meno da certe dottrine politiche. Ma la difficoltà è stata negli elementi dei dogmi, di fede.

K. : la fede e tutto quello.

W. Se si trasformasse il tutto in forza negativa…. Sembra che il problema essenziale sia trovare una via d’uscita dal senso dell’unità particolare di ogni chiesa e da certe inclinazioni incarnate nelle religioni. E preservare nello spirito umano la creatività per cui non sia costretto nella fede e nei dogmi.

K. : Ma è imprigionato. Prendete tutte le religioni del mondo, sono tutte chiuse, tutte condizionate dalla loro propaganda, il loro proselitismo; non entriamo nei dettagli. Allora, il problema è proprio lì: un essere umano condizionato in quel modo, può cambiare? Si deve accettare il fatto che il condizionamento umano è inevitabile, che si potrebbe tutt’al più modificarlo, migliorarlo un po’; è quello che ora si cerca di fare? L’accettazione del condizionamento, credo che sia uno degli errori fatali. Accettiamo tutto.

D. B. : Penso che alla gran parte delle persone non sembri di avere altra possibilità. Bisogna accettare il sapere e provare a migliorarlo, ad espanderlo. Credo che , in generale, sia questo ciò che la gente pensa. Non è possibile nient’altro. Ma, intanto, potete farci capire come sarebbe possibile qualcosa d’altro?

K. : Cosa può fare un essere umano, fondamentalmente, per cambiare?

D. B. : Si. Ora, vedete, scartate implicitamente il sapere che avete detto prima. Dite che il sapere può includere le conoscenze religiose, scientifiche, politiche, mediche, sociali. Ora se voi escludete tutto quello…

K. : Ma l’uomo può escludere quello?

D. B. : Si, è possibile?

K. : La mia intelligenza, la mia mene devono accettare la totale negazione di tutto quello? Perché c’è un grande elemento di paura in tutto ciò.

D.B. : Non solo di paura, ma anche, penso che la maggior parte delle persone senta che niente può essere fatto senza un certo sapere.

K. : Il sapere è certamente necessario. Ho bisogno di sapere per avere una specializzazione. Se voglio essere carpentiere mi occorre una grande conoscenza del legno, degli strumenti di cui mi servo. Ma la conoscenza psicologica è necessaria?

***

Krishnamurti e noi

(Revue Aurores. No 37. Novembre 1983)

Va bene essere soli. Queste poche parole bastano a porci davanti ciò che c’è da fare. Il movimento del pensiero non è un atto. Quando non interviene siamo soli e consciamente liberi da quel movimento possiamo vedere e intendere cioè agire.

Nel secondo capitolo del suo giornale, Krishnamurti ci fa partecipi, indirettamente, della sua straordinaria attitudine all’indipendenza nei confronti del movimento del pensiero. Quella attitudine l’ha condotto ad un atteggiamento  interiore ed è questa esperienza quella a cui tenta di farci partecipare da più di cinquant’anni. Mary Lutyens, amica d’infanzia di Krishnamurti, scrive alla fine del suo libro: “pertanto fondamentalmente la sua unica preoccupazione non è cambiata dopo che l’Ordine della Stella è stato sciolto: rendere gli uomini psicologicamente liberi. Egli sostiene che la libertà non nasce che da una trasformazione totale della mente umana e che ogni individuo ha la capacità di cambiare radicalmente, non in qualche momento futuro, ma istantaneamente. Egli non ha mai perso la gioia che gli è venuta all’inizio degli anni trenta ed è quella gioia che desidera condividere.”

Così, ci conviene raggiungerla nella solitudine, lì dove tutto può essere visto, ci conviene essere risvegliati ad una stessa intelligenza in un mondo comune.

Ma raramente siamo pronti. Invece siamo sempre pronti  ad avere delle idee su ciò che ci conviene o su ciò che dovrebbe convenire agli altri. Se aderiamo all’insegnamento di Krishnamurti,( insegnamento, parola che esito a usare) noi vi aderiamo completamente. Dopo aver letto molte volte tutti i suoi libri, e averlo seguito per decine d’anni, certi non avranno nemmeno capito e visto ciò che deve essere visto una sola volta. Sarebbe troppo comodo indietreggiare in rapporto a questo soggetto, perché qui il soggetto siamo noi.

La nostra natura abituale ci porta a vivere attraverso la nostra memoria o  ciò che essa ha  depositato, il passato, che Krishnamurti chiama anche la tradizione. E non vogliamo accettare che un immenso sapere, davanti alla rottura istantanea alla quale egli si augura che renderci presente non è: più utile che non sapere niente del tutto.

Restiamo scossi negativamente al suo appello quando condanna la tradizione passando a lato di ciò che avrebbe potuto provocare,per un istante, l’accesso all’apertura creativa, alla nostra vera natura d’uomo.Pertanto tutti i saperi, compresi i più sacri, possono risolvere la crisi temporale della nostra coscienza?

Nel mondo attuale sentiamo bene il ruolo che possono e devono assumere i troppo rari Krishnamurti sensibilizzandoci ad una coscienza altra. Siamo abbastanza adulti e responsabili per poter entrare in quel processo puramente alchemico e portare una trasformazione che diventa indispensabile?

trad: L.S.