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La danza, uno stato d’essere di Carolyn Carlson

18 Settembre 2011

a cura di Maurizio Redegoso

3é Millénaire – Vedere uno spettacolo è sorprendente in quanto vi è un vero linguaggio che tocca lo spettatore nelle zone che lui stesso frequenta poco. Da dove arriva la forza della danza?
Traduzione
C. C. – In tutti questi anni in cui ho ballato, ho visto che la danza rende alle persone una memoria, che è la loro memoria. La danza apre l’immaginario. La gente può allora nuovamente sognare. Dopo uno spettacolo, non ci sono due persone che hanno avuto la stessa impressione. Ognuno esce con la propria percezione. E’ in questo che la danza è straordinaria. Lascia uno spazio aperto nel quale la gente può partecipare, almeno nel mio lavoro. Sono più interessata alle percezioni che dalle emozioni in quanto percepire è più profondo delle emozioni. La mia danza è una poesia visiva, senza una storia da raccontare ma con delle impressioni da offrire, delle nuove percezioni.
Il sipario si apre, lo spettacolo ha luogo poi il sipario si chiude. Ma l’impatto può essere talvolta così forte che qualche spettatore avrà voglia di imparare a ballare, e qualcun altro vorrà cambiare vita! Eppure la danza è effimera. Il lato effimero della danza è anche molto legato alla presenza del maestro di danza. Quando egli scompare, resta ciò che ha apportato sul piano tecnico, ma la sua compagnia deve sopravvivergli? Per esempio, Merce Cunningham voleva che la sua compagnia si dissolvesse nei due anni successivi alla sua morte. Questo mi parve interessante come attitudine. E’ la bellezza della danza contemporanea.

3é Millénaire – Se lo spettatore è toccato in modo diretto da questo linguaggio del corpo, questo deriva da uno stato d’essere nel quale i ballerini si trovano in scena?

C.C. – Si, la danza è uno stato d’essere. Ma ogni artista non è necessariamente ad un livello d’interpretazione che permette di trasmettere un brivido poetico, e questo dipende anche dalla coreografia. Come fa un artista a trovare questa luce? E’ nato con questo carisma? Questo può arrivare con i lavoro? E’ difficile rispondere a queste domande in quanto questo dipende da ognuno.
Prima di salire sul palco, ci prepariamo interiormente. Con la mia compagnia, formiamo lungamente un cerchio e ci teniamo per mano. In questo modo, troviamo l’energia del gruppo. Non sappiamo come viene, ma si forma un’unità fra noi che ci permetterà di comunicare qualcosa di profondo agli spettatori. Abbiamo una responsabilità di fronte a loro, e le persone che lavorano con me condividono tutta questa coscienza. L’ego non è messo davanti ala nostra compagnia, non sale sul palco. La forma danzata è riempita dall’umiltà.

3é Millénaire – Lavorare così, è dimenticare?

C.C.- Ci dimentichiamo di noi, ma rimanendo molto presenti in quanto siamo con l’universo. Ne Film “Billy Elliot”, si chiede a Billy perché ama ballare, ed ha questa bella risposta: “perché scompaio”. I ballerini cercano di fondersi nell’energia cosmica. Ballare è come una meditazione. Si è totalmente presenti ad ogni secondo. Il tempo non esiste più. Nell’istante in cui voi uscite da questa presenza, non funziona più niente. Veramente, la danza è una meditazione… non pensiamo a ciò che andremo a fare più tardi, agli orari del bus o non so che cosa, la giornata scorre senza che la vediamo passare perché restiamo in questa presenza. Il mio lavoro è un cammino mistico, spirituale.

3é Millénaire – Siete stata iniziata alla danza, le hanno trasmesso un mezzo d’espressione. Oggi, siete voi che trasmettete. Come intendete trasmettere la vostra arte ai ballerini che vengono a studiare da lei?

C.C. – L’idea della trasmissione comincia con il mio maestro Alwin Nikolais, a New York. L’incontro con lui fu una rivelazione. Trasmetteva dei concetti: il tempo, lo spazio, la forma, il movimento, e la poesia. Riuniva incredibilmente la mia visione poetica, al mia filosofia. Sono stata con lui per otto anni. Mi ha trasmesso la base di tutto ciò che faccio oggi. Per esempio, alzo il braccio fino all’orizzonte, con la coscienza dello spazio, della distanza, delle possibilità offerte da questo braccio. L’alzata diviene un atto pieno di sensi. In questo movimento, lo spazio è senza limite, il tempo è eternità. Il movimento è fatto o per sempre. Poi ho scoperto il Tai Chi. Nikolais trasmetteva l’idea della verticalità. Il Tai Chi ci situa tra cielo e terra. Questo cambia tutto in quanto sperimentiamo una presenza più rilassata. Ho allora un po’ trasformato la mia tecnica e trovato una maniera differente di trasmettere la poesia della danza, conservando la base che viene da Nikolais. L’Y King lo dice: “noi facciamo parte della natura”. Sono convinta della necessità di allargare la nostra coscienza nell’universo. Dimentichiamo che la grazia dell’aria, della terra, del fuoco, dell’acqua sono qui, dove siamo, in noi.
Rendo grazie alle acque profonde
Rendo grazie ai soffi dell’aria
Rendo grazie ai fuochi che riscaldano
Rendo grazie alla terra che rinverdisce
Rendo grazie a chi s’inchina davanti all’altro
Rendo grazie a tutto ciò che mi è stato dato
Rendo grazie a me bambino abolito

Il solo modo di trasmettere la danza è da maestro a discepolo. Leggere, guardare delle foto, sono azioni perfettamente insufficienti. I miei allievi mi chiedono perché non scrivo libri di tecnica. Semplicemente, non posso! Ogni corpo è differente, e devo dare ad ognuno secondo i suoi bisogni.

3é Millénaire – Cosa è più importante per voi della trasmissione? Cosa vi augurereste che i vostri allievi possono comprendere profondamente?

C.C. – La trasmissione è come un regalo. Mi piacerebbe che i miei allievi scoprissero la loro strada. Ho voglia di vederli esprimere se stessi. In un corso, vedo la persona ma anche la sua aura, la sua presenza. Vorrei attirala in ciò che è veramente. Danzando, può allargarsi nello spazio, allargare la sua coscienza. Spero che ala fine di un stage, potrà partire con uno spirito più largo, più ampio. Suggerisco dunque un cammino, nel quale la tecnica non è l’elemento fondamentale. L’improvvisazione è da vivere, dev’essere, sul momento. Essa supera la tecnica.

3é Millénaire – Se ci si orienta verso l’allargamento della coscienza, la prima cosa che incontriamo su questo percorso d’improvvisazione non sono i nostri limiti?

C.C. – Questo è il lavoro. La pratica permette di andare al di là di questi limiti. Scopriamo dove si trova in noi il blocco lavorando nel nostro spazio che è limitato. Questa esplorazione non è del tempo perso. Occorre dirigere tutto questo, e ricordarsi della libertà che avevamo da bambini, mantenere questa innocenza. Fare un passo per la prima volta, alzare la mano per la prima volta. Facciamo un’improvvisazione su questo tema così ricco e sperimentiamo allora questo stato d’innocenza con la coscienza dell’azione.

3é Millénaire – Perché date così tanta importanza al trasmettere agli altri? Qual è il motore?

C.C. Non posso tenere per me ciò che ho appreso. Ho voglia di condivisione. Il mio maestro era molto generoso. Dava tutto. E questa è anche la mia personalità: dò tutto. Ed è bello vedere gli occhi di qualcuno illuminarsi: ecco, qualcosa è successo, è stato capito.

Per essere informati sulle sue attività:
http://www.atelierdeparis.org
http://www.ccn-roubaix.com

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