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Alla ricerca dello scopo

20 Settembre 2011

Swami Veetamohananda

Alla ricerca dello scopo

Traduzione di Franca Mussa

Dopo che ebbe raggiunto l’illuminazione spirituale più alta, il Buddhasi sedette sotto l’albero della Bodhi per sette giorni e per sette notti, assorbito nella beatitudine di questa esperienza. Poi si alzò e dichiarò: “Sono aperte le porte dell’immoralità. Voi che avete orecchie per intendere, ascoltatemi e liberate la vostra fede!”
Sei anni prima aveva cominciato la sua ricerca con la fede che doveva esistere una soluzione finale ai problemi della vita, e ora queste fede si era trasformata in illuminazione.
Dalla fede all’illuminazione, ecco il campo della ricca spirituale dell’uomo.
Il primo grande cambiamento che volgere una persona dalla vita profana verso la vita spirituale è la nascita, in lui, di una nuova fede, la fede in una soluzione spirituale finale ai problemi della vita. La semplice credenza nell’esistenza di Dio non basta per essere una persona spirituale. La vita spirituale comincia solo quando la credenza viene stimolata da una fede dinamica nelle possibilità dell’anima e sgorga come una motivazione per raggiungere lo scopo spirituale ultimo. La credenza e la fede sono entrambe il risultato di un processo che si svolge nelle regioni sconosciute dello spirito che gli psicologi chiamano l’inconscio, non ci sono delle differenze fondamentali tra le due.
Come sappiamo la conoscenza ha due funzioni:
a) rivelare l’esistenza degli oggetti
b) aiutare nella realizzazione di uno scopo della vita.
La credenza appartiene alla prima categoria, mentre la fede appartiene alla seconda. La credenza è una forma di conoscenza passiva, limitata, senza seguito e sparsa, mentre quella della fede è dinamica e totale.
La fede è superiore alla credenza perché desta la volontà. La fede è l’orientamento della volontà verso uno scopo ultimo.
Nella vita ordinaria, la volontà è frenata dall’ignoranza e dagli istinti, essa è diretta verso i differenti oggetti del desiderio. Una volontà limitata mantiene una crescita spirituale limitata. Per ottenere la sua piena dimensione spirituale, l’uomo deve prima liberare la sua volontà da tutti i limiti. Quandola volontà è libera e diretta verso uno scopo ultimo, diventa ciò che si chiama in sanscrito “shraddha”, la fede. Ecco perché il Buddha esortava: “Liberate la vostra fede”.Così la vera fede significa un orientamento verso una finalità, si definisce come la chiara visione dello scopo ultimo ad operadella mente. Il ben noto teologo scientifico PaulTillich, riprende questa idea quando definisce la fede come “uno stato in cui si è interessati alla meta finale”.
Il carattere e la condotta di una persona dipendono dal suo temperamento e dall’orientamento della volontà. A partire da ciò, la fede determina tutta la sua attitudine verso la vita e la direzione generale delle azioni che intraprende. E’ ciò che ci dice la Gita:“La natura di una persona è fatta dalla sua fede, e come èla sua fede, così è la sua natura”.
Nella vita spirituale, la fede sta all’uomo come la bussola sta al marinaio: essa orienta nella giusta direzione.
L’influenza degli istinti e delle impressioni delle esperienze del passato possono allontanare l’anima dalla vita spirituale principale verso scorciatoie legate al mondo. Ma la fede, agendo sotto la superficie della coscienza, riporta senza sosta l’anima errante sulla retta via. Quando vi impegnate in attività diverse, potete trovare difficile ricordarvi costantemente di Dio o conservare la mente concentrata sul vostro Sé superore. Ma, finché le vostre azioni sono sostenute da una fede forte e pura, cioè, finché la vostra volontà resterà fissata sulla meta ultima, non avrete nulla da temere.
In effetti, la vera fede è il bene più prezioso dell’aspirante spirituale. “Come una madre amorevole, la sorgente di ogni benedizione, Shraddhaprotegge lo yogi” dice un grande Maestro. Nel mezzo delle prove e delle tribolazioni e delle incertezze della vita, non c’è maggiore sostegno e più grande sorgente di forza, per l’aspirante spirituale, che una fede incrollabile.
E’ ugualmente importante per tutti gli aspiranti che seguono la via dello Yoga, dell’azione (Karma), o della devozione (Bahkti), o della conoscenza (Jňana).
Nelle scritture vedantiche, la fede è considerata totalmente vitale che agisce semplicemente da sé, ciò evita il conflitto tra fede e ragione. Questo orientamento verso una finalità ultima sopraggiunge in una persona ad un certo punto di rottura della sua vita. Ciò succede nella vita del giovane Nachiketa quando, un giorno, vide suo padre distribuire regali senza valore. La KathaUpanishad dice che in quel preciso momento, “la fede penetrò” il giovane. Il significato di questa frase, è che la sua fede fu liberata dai suoi limiti egoici e diretta verso lo scopo ultimo della sua vita.
E’ la fede che gli diede il coraggio di rinunciare al mondo e di mettere a confronto il Re della Morte con delle domande sul destino spirituale finale dell’uomo. La nascita della fede (shraddha) il suo orientamento verso uno scopo, può sopraggiungere all’improvviso, è ciò che si chiama “conversione”. Oppure, può essere il risultato di un lento processo disviluppo interiore. Comunque sia, è un fenomeno che avviene nelle sconosciute profondità dell’inconscio.
L’orientamento verso una meta comincia con la vaga intuizione di una finalità sconosciuta. Ciò provoca naturalmente il desiderio intenso di averne un’idea chiara e di conoscere i mezzi per raggiungerla. E’ qualcosa che si deve imparare non nei libri, ma con un Maestro, un Guru illuminato. Per chiarire la natura di questa muta, e i mezzi per giungevi, gli istruttori religiosi utilizzano diversi paradigmi o modelli di linguaggio. Ogni modello rappresenta una tradizione religiosa particolare. Il Guru inizia l’aspirante alla tradizione a cui egli appartiene. Questi deve, almeno all’inizio, rispettare questa tradizione e seguire questo modello di vita spirituale.
Cercare di trovare una soluzione spirituale ai problemi della vita, è come voler guarire una malattia.
La vita, in questo mondo, è piena di sofferenze e di difficoltà, è anche chiamata malattia, in sanscrito bhava-roga. Non è affatto una metafora, perché la vita che la maggior parte delle persone conduce, non può essere descritta come completamente sana. Anche se riuscissero a conservare una buona salute fisica, sono lontane dall’essere in buona salute mentale. Avidità, odio, invidia, paura, vanità e menzogna sono malattie morali e la mente che ne è affetta è certamente malata. Rivolgersi alla vita spirituale, è cercare di riguadagnare una salute naturale e la purezza dell’anima.
L’antico sistema della medicina indiana, l’ Ayurveda, divide la scienza medica in quattro branche: la diagnostica, l’eziologia, il trattamento e la guarigione.
Il Buddhabasava il suo insegnamento su uno schema analogo con le sue Quattro Nobili Verità: l’esistenza della sofferenza, la causa della sofferenza, la soppressione della sofferenza e la via per pervenirvi, contenuta nel Nobile Ottuplice sentiero.
Si ignora molto spesso che il sistema di Yoga di Patanjali segue lo stesso modello e che le “otto branche” ben note nello Yoga non ne sono che una parte. Le quattro divisioni dello Yoga sono:
1) Heya, ciò ce deve essere soppresso, cioè le future sofferenze;
2) Hetu, le cause della sofferenza, di cui la principale è l’ignoranza, avidya;
3) Hanam, la fine della sofferenza o la liberazione, kaivalya;
4) Hanopaya, i mezzi per mettere fine alla sofferenza, astanga-yoga.
Gli istruttori del Vedanta dividono la vita spirituale in tre parti:
– lo scopo da raggiungere
– colui che vuole raggiungerlo, l’aspirante
– e il mezzo per raggiungerlo, la sadhana.
Questo modello è ugualmente conosciuto sotto un’altra triade: l’oggetto della conoscenza o Brahman, Colui che cerca di conoscerlo o l’individuo e i mezzi per conoscerlo o le Scritture rivelate.
SriRamakrishna lo presentava con grazia come Bhagavata– Bhakta – Bhagavan.
Si può anche esprimere così:
1) l’Ideale o la natura della Realtà,
2) la pratica o i mezzi per raggiungere la Realtà,
3) la realizzazione, valore di compimento che risulta dalla realizzazione della Realtà.
Ed è questo schema che vi propongo di seguire, perché ricopre in modo soddisfacente l’intero campo della vita spirituale.
Oggi tratteremo il primo punto, l’Ideale o la natura della Realtà, gli altri due saranno l’oggetto di una prossima conferenza. Prima di impegnarsi sulla via della ricerca spirituale, l’aspirante deve possedere una visione olistica della vita, una idea chiara della Realtà nella sua interezza, Realtà di cui egli è una parte. Ciò che gli è necessario, non è una conoscenza teorica ottenuta qui e là attraverso i libri. Egli deve essere capace di stabilire un rapporto significativo tra se stesso, il mondo attorno a lui e il principio spirituale superiore chiamato Dio. Ciò è possibile solo se possiede una chiara comprensione della sua reale natura.
Questi tre elementi, – l’anima, l’universo e Dio – costituiscono il triangolo della Realtà.
Siccome l’aspirante può non averne che una conoscenza concettuale all’inizio dell’esperienza della Realtà, può essere chiamato l’Ideale, un’idea astratta della Realtà ultima. Lo scopo della sua vita è di realizzare la Realtà rappresentata dall’Ideale, ciò che vuol dire trasformare l’Ideale in esperienza diretta.
Il primo angolo di questo triangolo è l’anima.
Siccome il concetto della Realtà dipende dal concetto che egli ha di se stesso, l’aspirante deve, in primo luogo, avere una comprensione chiara della sua proprianatura.
Secondo il Vedanta l’anima è, nella sua reale essenza, eternamente pura, auto luminosa, libera, immortale e parte inseparabile di Brahman, lo Spirito Supremo. Questa dottrina forma la base dell’Etica nel Vedanta, ed è fondamentale che l’aspirante costruisca la sua vita spirituale e morale su di essa. Considerarsi come il Sé sempre puro è un’attitudine positiva che permette di giungere alla purezza.
L’attitudine negativa che consiste a considerarsi come un peccatore senza valore, non è appropriata per la pratica dello Yoga o del Vedanta. Tuttavia il Vedanta insegna anche che la purezza essenziale e reale e la perfezione del Sé restano nascoste o limitate nelle persone ordinarie. Come lo Swami Vivekananda ha detto, la divinità inerente dell’uomo è allo stato potenziale e lo scopo della vita è realizzarla. I testi vedantici descrivono il Sé come avente molti livelli o dimensioni. Ad ogni livello, la comprensione della realtà cambia.
I tre livelli inferiori sono in rapporto con il corpo fisico, le funzioni vitali e l’anima. La vita normale della maggior parte delle persone, è limitata a questi livelli. I livelli superiori appartengono al reame dello Spirito. Inoltre, ogni livello possiede altri sotto livelli, per esempio il livello mentale è composto dai sotto-livelli del pensiero astratto, dell’immaginazione, della percezione sensibile, delle emozioni… ecc., alcuni sono completamente immersi nell’inconscio, certi sono in parte nel conscio e altri sono al limite tra il conscio e l’inconscio.
Il centro della coscienza, l’ “Io” di un debuttante nella vita spirituale si sposta senza sosta tra questi differenti livelli. Ma poco a poco, grazie all’introspezione, imparerà due fatti:
– Il primo è che esiste realmente un vero centro della coscienza e che ciò che cambia, non è questo centro ma la sorgente della coscienza. Si può percepire il centro coscienza a livello del cuore o della fronte tra le sopracciglia. E’ di lì che la coscienza è diretta verso tutti gli altri piani.
– Il secondo fatto, è che, qualunque sia il luogo dove la luce della coscienza è concentrata, questo diventa reale per lui. Per esempio, quando la coscienza è concentrata al livello delle emozioni queste emozionigli appaiono reali.
Come possonoun filosofo o uno scienziato scoprire nuove idee? Fissano la loro coscienza sulpaino astratto. Immaginate una persona che sta nell’oscurità in cima ad una scala, con una torcia in mano. Ellanon può vedere che lo scalino su cui dirige la luce. L’anima dell’uomo è come una scala, ogni scalino rappresenta un livello o un piano particolare. Il piano su cui la coscienza è concentrata diventa reale per lui. Questa concentrazione della coscienza è un atto di volontà.
La maggior parte dei nostri problemi vengono da un cattivo orientamento della coscienza. I desideri e i problemi ci turbano soltanto se la coscienza è concentrata sui piani inferiori.
Rimuginarli rinforza la cattiva concentrazione e li peggiora.
Quandola concentrazione è portata ai piani superiori, al pensiero di Dio, allora i desideri e le preoccupazioni dei piani inferiori perdono la loro realtà e smettono di spaventarci. Ciò si può realizzare esercitando la volontà.
L’aspirante spirituale deve, in primo luogo, comprendere la differenza che esiste tra il centro della sua coscienza e il luogo dove essa concentrata. Deve in seguito tentare di cercare il suo vero centro di coscienza e conservare la sua concentrazione il più vicino possibile al centro.
Più concentra la sua coscienza su un piano elevato grazie alla preghiera, il culto, la meditazione e altre discipline, più la vita spirituale diventerà reale per lui.
Il secondo angolo del triangolo della Realtà è il mondo in cui viviamo.
Noi realizziamo raramente quanto la nostra attitudine verso il mondo influenza la nostra attitudine verso Dio.
La classificazione ben conosciuta degli aspiranti in quattro categorie:
– colui che soffre
– colui che è assetato di ricchezza e di potere
– colui che cerca di comprendere i misteri della vita
– colui che cerca di realizzare Dio
èinfatti basata sulle differenze di attitudine dell’uomo verso il mondo.
Colui chesoffre vuole sfuggire alla sua sofferenza. La sua attitudine verso il mondo è l’impotenza e la sottomissione.
Colui checerca di comprendere il mistero della vita è sempre curioso e si pone sempre delle domande. Il numero senza sosta crescente di scienziati e di intellettuali che tentano ora di studiare lo Zen, lo Yoga e la meditazione con la tecnica della regressione e di diversi gadgets elettronici, entra in questa categoria.
Colui chenon cerca che la realizzazione di Dio, sapendo che è lo scopo più elevato della vita, ha un’attitudine di distacco verso il mondo.
Un aspirante spirituale deve sapere a quale gruppo egli appartiene.
Il Signore dice che il quarto gruppo, quello del cercatore della realizzazione di Dio è il più augurabile, e che è superiore agli altri tre. Per arrivare all’illuminazione spirituale, dobbiamo avere una comprensione corretta della natura del mondo.
Vivendo come facciamo nel mondo moderno, è difficile non essere influenzati dalle scoperte della scienza. Grazie ai metodi scientifici, è stata acquistata una enorme quantità di conoscenza precise nel mondo fisico. Benché questo sapere sia limitato e incompleto, non sarebbe saggio ignorare il suo valore e la sua utilità pratica.
Un aspirante intelligente farà il miglior uso di ogni concezione del mistero della materia e della vita, offerta dalla scienza, al fine di sostenere e completare al visione olistica del mondo proposta dal Vedanta.
Secondo le scuole del Vedanta, la causa ultima dell’universo è il principio spirituale Brahmane che l’universo passa attraverso cicli di evoluzione e involuzione. Secondo certe scuole, Brahmanstesso evolve nell’universo, secondo altre, è solamente Shakti, il potere di Brahman, che evolve.
I non dualisti affermano che l’evoluzione è un’illusione e una realtà. La maggior parte delle scuole accettano la teoria che non c’è nessuna creazione; il mondo sarebbe una creazione della mente individuale. La maggioranza dei non dualisti è dell’avviso che la creazione è un fenomeno cosmico indipendente dalla mente individuale, benché sia solamente apparente e non reale.
Per un cercatore sincero di Dio, tutte queste teorie sull’origine dell’universo, non hanno altro interesse che quello di proporre un quadro olistico di riferimento. Ciò che conta per lui, è conoscere gli aspetti del mondo che hanno una portata diretta sulla propria vita spirituale pratica.
Tra questi aspetti, se ne trovano tre che ogni aspirante dovrebbe conoscere attentamente, esistono la polarità, il cambiamento e l’unità.
Il più evidente e il più inevitabile aspetto della vita è la sua natura contraddittoria. Tutte le esperienze empiriche avvengono a coppie: la conoscenza e l’ignoranza, la fortuna e la sfortuna, il bene e il male, la virtù e il vizio, e così di seguito. Questo fenomeno è talmente universale ed immutabile che dovrebbe essere considerato come una legge fondamentale, dell’esistenza. Se noi comprendiamo o accettiamo questa legge della polarità, non saremo sorpresi dalla sofferenza, dalla sfortuna, la crudeltà l’ingiustizia e la debolezza che incontriamo dappertutto nel mondo. Noi impariamo a sopportarli con dignità. La forza reale è quella della pazienza, la capacità di sopportare tutti gli assalti e di restare calmi all’interno. Senza questa forza interiore, è impossibile condurre una vita meditativa.
E’ unicamente accettando la polarità delle vita che noi potremo elevarci al di sopra di queste e coltivare l’attitudine del testimone, indispensabile per una vita spirituale tranquilla. In verità, bisogna superare le polarità della vita, non c’è altra soluzione.
Il secondo aspetto del mondo è ilcambiamento
Ciò significa l’impermanenza. Ci può essere disaccordo tra gli istruttori religiosi sulla questione di sapere se il mondo è reale o irreale, ma accettano tutti la suaimpermanenza. L’impermanenza degli oggetti e dei piaceri del mondo trova un’espressione commovente nella grande epopea del Ramayana: “Tutto ciò che è guadagnato sarà perduto; tutto ciò che è costruito sarà distrutto; tutto ciò che è unito sarà separato e la vita terminerà con la morte”.
Una delle prime lezioni che impariamo dalla vita spirituale è di ridurre la nostra dipendenza verso ciò che è impermanente. La Katha Upanishad ci dice: “La realtà permanente non può essere raggiunta per mezzo di cose impermanenti” (ch.2-10).
Lo spirito solo è immutabile ed eterno. Un cercatore spirituale dovrebbe imparare a dipendere sempre di più da se stesso.
Il cambiamento non significa soltanto l’impermanenza; significa anche il tempo. Il tempo gioca un ruolo importante nella vita spirituale e un aspirante deve comprenderne il senso.
Benchélo Spirito sia immutabile e infinito, finché abita il corpo fisico sotto la forma dell’anima, è legato al tempo. L’anima non abita il corpo che per un certo periodo. Ecco perché l’aspirane spirituale deve utilizzare questo tempo al massimo e accelerare quanto può la sua evoluzione spirituale.
Bisogna tuttavia notare che, benché tutti gli esseri viventi siano una parte del movimento universale di evoluzione, la capacità di accelerazione varia da un individuo all’altro. Ogni persona ha la propria velocità di crescita ed è difficile accelerarla aldilà di un certo limite, praticando semplicemente un po’ più di japa o di meditazione.
L’evoluzione spirituale, durante la sua fase iniziale, è determinata dal karma e lo sviluppo del karma di una persona dipende dal modo in cui ha vissuto nel passato. Ecco perché, un’altra lezione da imparare nella vita spirituale è la pazienza e la perseveranza.
Qui, interviene l’importanza della teoria indiana del cielo e del tempo.
La vita è un vasto sistema di ingranaggi. Noi giriamo lungo una ruota per qualche hanno poi ci spostiamo sulla ruota seguente. Così, noi giriamo e giriamo, nascita dopo nascita, finché l’anima si stacca raggiunge l’oceano della infinità Coscienza. Una certa perdita di tempo e d’energia è inevitabile in questo processo. Questa perdita sembra essere una parte dell’economia totale dell’universo in rapporto con la seconda legge della termodinamica e le due leggibiologiche fondamentali dell’evoluzione e dell’omeostasi.
Se noi vogliamo intensificare la nostra pratica spirituale conducendo una vita tranquilla, dobbiamo imparare a mantenere un equilibrio tra la conservazione e lo spreco, tra la costruzione e la distruzione, tra il tempo e il non tempo.
Il terzo aspetto del mondo che deve essere considerato è l’unità fondamentale della vita.
La vita con le sue polarità e i suoi cambiamenti incessanti può sembrare discontinua quando è percepita attraverso i sensi e una mente sparpagliati. Ma dietro tutta questa diversità apparente si trova l’unità fondamentale di coscienza che può essere realizzata soltanto trascendendo il mondo legato ai sensi. Tuttavia, anche sul piano fisico, questaunità trascendentale trova una espressione parziale nell’amore.
Quando è mal compreso e mal diretto, l’amore conduce all’illusione e all’attaccamento, ma quando è elevato alla sua dimensione universale, conduce all’illuminazione e alla liberazione. Che segua la vita della conoscenza o quella della devozione, l’aspirante spirituale deve comprendere l’unità fondamentale della vita, così come il senso e l’intento dell’amore.
Il terzo angolo del triangolo della realtà è Dio, chiamato Brahman nel Vedanta.
Sulla natura di Brahman, il Vedanta è diviso in scuole dualiste e non dualiste.
Nelle scuole dualiste, Dio è considerato come la Persona Suprema dotata di numerosi attributi divini e che dimora in ogni attributo è considerato come la sola realtà, l’universo, le anime e anche il Dio personale essendo considerati come una apparenza illusoria.
Prima di lanciarsi verso la ricerca spirituale, un aspirante deve decidere quale di questi concetti egli accetta come Ideale.
Non è semplicemente sapere se ama Dio con o senza forma. La scelta deve essere fondata sul concetto che egli ha di se stesso.
Solo una persona che si considera come uno spirito impersonale può accettare il Brahmansenza attributi per Ideale.
Lo stesso, per adorare Dio come la Persona Suprema, non è sufficiente considerarsi come un essere umano bisogna anche considerarsi come una personalità spirituale luminosa.
Se l’attitudine verso Dio non è in rapporto con l’attitudine che si ha verso se stessi, la pratica spirituale diventerà irrealistica e sterile.
C’è un terzo approccio alternativo alla realtà che è una sintesi di tutti punti che abbiamo visto. In questo approccio, basato sugli insegnamenti di Sri Ramakrishna, Dio è considerato contemporaneamente come personale, e impersonale. Personale – Impersonale e le differenti Incarnazione e Divinità, come manifestazioni della Persona divina suprema. Un aspirante comincia a meditare su una divinità particolare, chiamata Ista-devata, la divinità scelta o Dhyana-Devata, la divinità di meditazione presso i Buddisti.
Man mano che la meditazione si approfondisce, egli scopre il centro spirituale, il suo vero sé, nel suo cuore. Andando più lontano, quando comincia a sentire la Presenza divina nel suo sé, realizza la sua Divinità Scelta come la Persona Suprema che sta in tutti gli esseri, il Sé Supremo.
Il culmine di questi tentativi spirituali è raggiunto quando l’aspirante realizza l’identità del sè individuale e del Sé Supremo nell’Assoluto impersonale. In questo approccio sintetico, la concezione che si ha di Dio evolve nella stesa proporzione secondo la concezione che si ha di se stessi. E come ha detto Swami Vivekananda:“l’aspirante progredisce non dall’errore verso la verità, ma dalla verità alla verità, dalla verità inferiore verso la verità superiore”.
La totalità della vita spirituale è considerata come uno spiegamento continuo della divinità che sonnecchia nell’anima. Siccome, il sé individuale nella sua reale natura è una parte del Sé Supremo, più si realizza la sua vera natura, più ci si avvicina a Dio.
Così la realizzazione del sé e la realizzazione di Dio sono le due fasi di uno stesso sforzo.
La natura integrale dell’ideale spirituale è stata magnificamente espressa da SwamiVivekananda: “ La religione è la manifestazione della divinità già presente nell’uomo”. Questo punto di vista integrale della realtà è un ideale che ha cominciato a rimpiazzare, oggi, gli ideali precedenti al punto di vista parziale.
E’ una fortuna eccezionale avere un ideale spirituale che dà una unità e uno scopo nella vita. Tuttavia, anche l’ideale spirituale più elevato non è che un simbolo della realtà e, benché possa indicare, guidare e dirigere, non può portarci la realizzazione.
La realizzazione viene soltanto realizzando la Realtà rappresentata dall’Ideale. E ciò che trasforma l’Ideale in Realtà, è la pratica spirituale, la sadhana.
La fede rivela l’Ideale, non la realtà che sta dietro. La Realtà non può essere sperimentata che attraverso l’illuminazione spirituale soprasensibile. Il campo intero della pratica spirituale è coperto dal termine sanscrito hita che significa letteralmente “ciò che è benefico, conveniente o favorevole”. Ogni aspirante dovrà scegliere la forma spirituale che meglio conviene alla sua natura, al suo temperamento, alla sua situazione nella vita e che gli permetterà di realizzare lo scopo ultimo più elevato.