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La verità della nostra condizione di Erik Sablé

24 Settembre 2010

 

3ène Millenarie n. 81 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

3M : La verità o la ricerca della verità sembra oggi dimenticata: soggetto inconsueto per alcuni, troppo intellettuale per altri, fuori dal mondo per molti. Come spiegare questa grande dimenticanza?

E.S.  L’uomo non ama realmente  la verità. Ama la menzogna, il romanzo, l’immaginario più che il Vero, più che il Reale. Così, possiamo rilevare che i più grandi successi nell’esoterismo e la spiritualità sono delle opere di quelli che chiamo i mitomani dell’occulto:  Lobsang Rampa, L’iniziato di Ciril Scott, Castaneda, Meurois-Givodan, La via dei maestri di Spalding, ecc. L’uomo ha piuttosto bisogno di consolazione,  di palliativi, di coccole spirituali.

La verità della nostra condizione è troppo difficile da percepire. Per Patanjali, per esempio, solo chi ha sviluppato viveka, cioè la discriminazione, è capace di percepire l’impermanenza universale, la realtà della nostra condizione.

Tutto il buddismo è basato su quella percezione della sofferenza universale, di quella profonda ansia che è il fondamento della nostra vita. D’altra parte, la verità su se stessi è estremamente difficile da conquistare poiché il me è una rappresentazione. Esso è dipendente dallo sguardo degli altri. E’ sempre una messa in scena che rende quasi impossibile la conoscenza della realtà di se stessi.

3M. La scienza occidentale resta per molti il solo marchio di verità, anche se le sue verità si modificano, evolvono o cambiano a volte radicalmente.

E.S. La realtà scientifica, che sembra molto oggettiva, è molto più relativa di quello che si pensa perché la scienza non fornisce mai i fatti come sono. Li dà sempre racchiusi in un’ideologia. Ogni teoria scientifica è indivisibile da una interpretazione. Così, per esempio, lo spostamento verso il rosso delle  galassie è unanimemente considerato come una delle prove del big beng. Se la scienza fosse veramente oggettiva, fornirebbe altre interpretazioni  infatti certi plasma provano quello stesso tipo di spostamento verso il rosso. Ma questo fatto scientifico si è trovato integrato all’insieme ideologico del big beng. Anche lì non c’è verità, ma interpretazione!

3M. In modo più generale, di fronte a quella così insopportabile verità della nostra condizione umana, si può collocare l’epoca dove si trova la civilizzazione che attraversiamo?

E.S. Si dice che l’età d’oro, che si troverebbe in un passato molto lontano, è l’età di Satya Yuga, cioè l’età della verità. Ora, per Esiodo, l’età d’oro corrisponde all’età di Saturno che in astrologia si considera come il “gran malefico”. Ci si può allora domandare perché Esiodo ha scelto il gran malefico come dio dell’età dell’oro; avrebbe potuto scegliere Giove, il gran benefico!  Ebbene, è perché Saturno contiene scorie di menzogna; e quindi c’è relazione tra Saturno e il Satya Yuga o l’età della verità. Saturno è chiamato il gran malefico perché rivela la verità degli eventi o di noi stessi e perché la verità è insopportabile allo sguardo dell’essere umano. Annulla le false speranze. E si nota che in astrologia, quando Saturno passa in un settore astrologico, ne rivela la verità. Così, passando nella undicesima casa, perdiamo gli amici falsi. Restano solo i veri, Saturno rivela la verità sull’amicizia.

3M.  Per tornare al buddismo, ciò che mi sembra particolare è che indica l’esistenza di un livello di verità relativo o verità delle apparenze, e quello di una verità ultima o assoluta. Mi sembra che la verità scientifica e la verità in politica che ricordavate ora, non corrispondano nemmeno al livello che il buddismo chiama verità relativa o delle apparenze.

E.S. Ciò a cui fate allusione si riferisce a ciò che potremmo chiamare la nozione di “universo sogno”. Poiché la totalità dell’universo non ha realtà più di un sogno, non è che illusione: essendo la sola realtà il Nirvana. Questa nozione appartiene al buddismo Mahayana. E per accedere alla realtà ultima del Nirvana, bisogna prima avere una visione giusta della realtà della nostra condizione, che è una specie di sogno.

3M. Così la realtà della nostra condizione si pone, per il buddismo, a livello della realtà delle apparenze.

E.S. Sicuramente…

3M. Finché i nostri approcci politici o scientifici  stanno al di qua di quella verità delle apparenze, cioè nel regno delle opinioni. Ciò che suggerisco  sarebbe l’esistenza di livelli che vanno dall’oscurità o ignoranza più forte – quella dell’opinione secondo Platone – al livello della verità ultima;  con per intermediario il livello della verità delle apparenze citata dal buddismo.

E.S. Possiamo sicuramente vedere tutta una gradazione tra il livello più grossolano  del sogno nel quale viviamo e una presa di coscienza progressiva. Ma ci mettiamo lì da un punto di vista relativo, che non  deve farci dimenticare  che tutto quello appartiene al sogno.

3M. La stessa cosa che, a un certo momento, scopriamo su noi stessi, si ritrova in seguito al livello della verità relativa. La Verità ultima è il fondamento di noi stessi nel senso della sua imperscrutabilità. Sarebbe ora importante ritornare sulla difficoltà di vedere la nostra condizione umana.

E.S. L’uomo non vuole la verità, vive di speranza quando il primo passo sul cammino della Verità è la non- speranza, che è proprio il contrario di tutto ciò che cerca l’essere umano che si nutre d’illusioni.

E’ per questo che citavo certi grandi successi in libreria, che non sono affatto scritti di cercatori di Verità, ma al contrario un accentuare il sogno e un allontanare lo spirito dal campo spirituale.

Il vero ricercatore di Verità va incontro al movimento abituale del desiderio. E il primo passo non consiste nel procedere verso il cammino abituale degli uomini; è un passo a lato per rigirarsi, che è il senso vero della parola conversione. Occorre una conversione dello sguardo per intraprendere una ricerca spirituale.

3M. Conversione che consiste in un raggio di luce di verità su se stessi…

E.S.  Si, è molto importante, bisogna che intervenga una luce d’un altro livello per illuminare la persona. Perché la personalità, la maschera, non può da sola volgersi verso la Verità; è contrario al suo funzionamento. Ed è attorno a quella luce che potrà costruirsi la ricerca. L’essere umano ridotto alla personalità non può intraprendere una ricerca spirituale. Ha bisogno di un intervento d’una Presenza che non appartiene all’ordine della personalità e dei suoi meccanismi. Questo punto è indicato in tutte le tradizioni: nel buddismo si parla del germe della buddità e nel cristianesimo della scintilla divina.

In più, ci può essere l’intervento di un essere che non è più nell’illusione, una guida o un maestro, che può mostrare il cammino verso la verità di noi stessi. Allora è come l’oggettivazione di quel germe o di quella scintilla.

Ma noi ci troviamo presi tra un doppio desiderio: da una parte il desiderio di luce e il desiderio di conservazione cui ubbidisce il me. C’è contraddizione e dunque una contraddizione, una sofferenza con la quale ogni ricercatore si trova un giorno a confronto.

3M. Ma quella sofferenza non è più incosciente. Non è più la sofferenza dell’uomo che nel suo stato abituale, può andare fino a credersi felice.

E.S. Certo! In pali il termine dukkha significa sofferenza, ma possiamo tradurla piuttosto con: ansia fondamentale che si trova alla radice della vita. Ansia che l’essere umano ordinario ignora del tutto.

3M. …che la filosofia occidentale ha chiamato semplicemente angoscia. Kirkegaard, per esempio, ha veramente scoperto quell’angoscia fondamentale, angoscia latente nella nostra coscienza che, nel momento del lavoro su di sé, viene ad evidenziarsi.

E.S. Si, quell’angoscia essenziale si manifesta.

E l’errore della nostra epoca è credere che la sua origine sia psicologica, mentre è metafisica.

La sofferenza è fondamentalmente metafisica, anche se ha conseguenze psicologiche. Uno dei grandi errori del nostro tempo è quello di provare a risolvere i problemi aggiustando gli avvenimenti, credendo che la tranquillità risulti dall’aver individuato i traumi.

3M. E mi sembra che, considerando l’angoscia risultante unicamente  da problemi psicologici, si sia completamente dimenticata la dimensione verticale del Vero. Considerando che non potrebbe esserci per gli uni che verità relative e per gli altri nessuna verità. La ricerca della Verità è legata alla scoperta dell’angoscia fondamentale; e attribuire questa al mondo psicologico equivale a negare la possibilità della Verità ultima.

E.S. Senza dubbio, la riduzione di ogni cosa allo psicologico rende tutto relativo, mentre filosofi come Kirkegaard hanno perfettamente percepito il carattere metafisico della condizione umana e dell’angoscia che ne è la radice.

3M.  Ciò che rivela un’autentica ricerca di verità.

E.S. Certamente.

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