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La vita è un ricordo di Wei Wu Wei

28 Gennaio 2011

Dall’archivio di 3emillenaire a cura di L. Scalabrini

Senza la durata non potrà mai esistere niente di obbiettivo, e non si potrebbe presentare nessuna domanda di dimensione e di spazio.

Futuro e passato sono relativi a un presente, ma il presente non è che la presenza dell’osservatore della dimensione, che facendosi è compresa come essendo il futuro diventando il passato, mentre simultaneamente il passato sembra divenire il futuro.

Ne consegue che l’esistenza supposta di tutto ciò che è provato dipende interamente da una esistenza supposta del futuro e del  passato, necessariamente inseparabile e impenetrabile ad ogni interferenza.

La nostra presenza che è così un presente puramente meccanico, cioè già il passato quando ne siamo divenuti coscienti, non potrebbe attenere affatto alla sola dimensione temporale.

Non possiamo conoscere che il passato, ciò che è già passato oltre la nostra presenza.

Dal punto di vista fenomenico siamo implicati, ma non potrebbe intervenire nessun elemento di volontà, tranne illusoriamente come nel senso indicato da Schopenhauer quando dice che “ possiamo volere ciò che desideriamo, ma non possiamo volere ciò che vogliamo”.

Ne risulta anche che tutto ciò che sembra essere, sembra esistere nel passato e da nessun’altra parte e che solo il passato ha l’esistenza fenomenica, dato che l’elemento futuro del passato non è percepibile dalle nostre facoltà. Il presente è un’interpretazione illusoria della nostra presenza  come la sorgente della nostra conoscenza, perché fenomenicamente non ne siamo mossi che in un modo mnemonico. Alla fine tutto ciò che importa  è che la nostra presenza che osserva non può essere fenomenica, dato che essa è futuro e passato e non può essere presente, perché niente può esserlo. Dunque  deve essere noumenica e tutto ciò che “ Assolutamente” siamo: presenza che osservando tutto è ugualmente ciò che osserva. Così siamo PRESENZA come tale, che è percezione totale e soggettività assoluta.

Tutto questo ci permette di comprendere il vero senso delle parole del grande saggio Huang Po che dice nella sezione finale del “ Wu Ling Record”: “Il passato non è partito, il presente è un istante fugace, il futuro non è a venire”.

Il risultato della famosa esperienza Michelson –Morley ha fatto credere che la velocità della luce è un massimo per il fatto che essa è costante per l’osservatore che va nella stessa direzione della luce o nella direzione opposta. In definitiva gli osservatori empirici facevano altra cosa se non misurare le loro percezioni , percezioni della velocità che credevano di misurare? La velocità sarebbe relativa all’osservatore.

La velocità della luce non sarebbe che un calcolo basato sulla nostra percezione della velocità della luce, o più esattamente sulla velocità dell’azione di percezione il movimento apparente della luce?

Anche se un apparecchio registra l’avvenimento esso è stato  conosciuto dall’uomo per registrare ciò che sarebbe sempre la velocità di ciò che percepisce.

La velocità è inevitabilmente relativa mentre l’azione di percepire, che è soggettiva non può essere relativa a ciò che è essa stessa, né apparire altro che un massimo.

La durata è una misura di movimento nello spazio, ma il movimento che è misurato così è il movimento apparente, di un oggetto apparente che si produce nella mente.

Il movimento è un movimento apparente, oggettivo, in uno spazio concettualizzato, misurato col concetto della durata del tempo, ma sembrerebbe che non ci fosse nessun ragione di supporre che un tale movimento, di fatto, abbia luogo al di fuori dalla mente che osserva.

Nota : Dato che l’esperienza in quanto tale non può essere che un ricordo, come lo è ogni sogno, ciò che prova, come ciò che sogna, deve appartenere  ad una dimensione al di là di quella della percezione fenomenica. Il legame tra il fenomenico ed il noumenico è dunque come l’atto di provare, che nella relatività è concettualizzato come ciò che si percepisce e ciò che è percepito.

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