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Le maglie della rete

4 febbraio 2013

JEAN BOUCHART d’ORVAL

Le  maglie della  rete

 

A cura di Maurizio Redegoso Kharitan

3e millènaire – Ho spesso l’impressione di essere preso dalla vita, condotto da un insieme di reazioni, di modo di reagire agli avvenimenti che si succedono nella mia vita. Sono un tessuto di reazioni. Ed in altri momenti, talvolta fugaci come un lampo, mi sento vivo. Ma vivo in un modo che non può definirsi o spiegarsi. Veramente vivo. E questa impressione che vi siano due vite in me, o due stati, mi interroga molto. Mi chiedo se e’ possibile collegare tutto ciò. Come riportare della vita nella vita?

 

 

Jean Bouchart d’Orval – Lo stato naturale, è ciò che è qui quando non mettiamo più l’accento su alcuno stato. E’ la vita libera, senza intralci. Semplicemente la vita. In realtà, non vi sono due stati. Ci sono degli stati che prendono posto, s’incarnano in questo spazio in cui noi siamo. Quando l’accento non è più messo su uno stato particolare, sentiamo la vera vita. Per delle ragioni di linguaggio, parliamo di stato ma di fatto non ve ne è uno. Se vediamo bene ciò, la questione di portare uno stato in un altro stato non si pone più. Non c’è più niente da importare. Vi è in noi un movimento incessante, quello di voler importare qualcosa che sentiamo ad un dato istante nel momento a venire. Questo movimento partecipa alla vita meccanica. E’ un abitudine il voler sempre trasportare un’intuizione in un momento a venire. E’ la maniera di vivere abituale, ed è ciò che va visto. Curiosamente, paradossalmente anche, nel momento in cui vediamo questo movimento interiore di voler preservare uno stato particolare o di cercare di trasportarlo laboriosamente nel futuro, ciò si arresta.

Ci chiediamo perché dopo tutti questi anni, tutti questi libri spirituali, tutte queste belle e vibranti intuizioni sulla realtà dell’esistenza, siamo ancora tuffati in questa vita abituale, questa specie di grigiore. Di fatto lo spettacolo della vita è così affascinante! E’ per questa ragione che trascorriamo due ore in una sala cinematografica. Perdiamo di vista totalmente che siamo seduti in una sala, davanti ad uno schermo dove parlando chiaramente, non accade nulla! Ma la successione d’immagini fisse ed il legame che il nostro cervello tesse tra ogni immagine sono così appassionanti! La luce cosciente non è nulla. Non può essere percepita. Il campo è dunque libero per tutte le percezioni, ed è totalmente riempito da ciò che possiamo chiamare la vita mondana. Si è affascinati da due ore al cinema, e da ottantacinque anni di una vita. Non è un errore vivere così, ma constatiamo che questo ci fa vivere artificialmente.

Il fatto di non vivere in maniera reale è alla base della sofferenza umana. Viviamo in modo falso, fallace, al livello della ragione fabbricata dalla memoria, dal cervello. Ricordiamoci gli inizi della nostra carriera di essere umano. Cosa vi era? Solo delle percezioni. D’altra parte, fisicamente, gli occhi erano proporzionalmente più grossi del resto perché eravamo puro sguardo, ed eravamo anche puro udito, puro orecchio. Ma rapidamente, le immagini si accumulano. Lasciano delle tracce nella memoria ed il cervello si sbriga a collegare tutto ciò, di fare delle correlazioni tra le impressioni nascenti. Molto rapidamente, costruiamo il mondo. E facendo questo, costruiamo una parola, un “io”. Non possiamo costruire l’uno senza costruire l’altro. Chiamo questo la rete fabbricata, quella della ragione. Ad un dato momento, viviamo solo al livello delle maglie di questa rete. Raramente, molto raramente, talvolta quando riceviamo uno shock – può avvenire non importa quando -, ci si ritrova fra le maglie della rete. E lì, vi è un istante inconcepibile, impossibile a memorizzare, ma che lascia ugualmente una traccia nella memoria. E’ questa traccia lasciata nella memoria che, confrontata al resto della nostra vita abituale, fa che realizziamo che non viviamo la chiarezza: “ma dio mio, non vivo questa luce, vivo quasi incessantemente nella nebbia!”. E’ per questa ragione che interroghiamo il nostro modo d’essere, al livello della rete fabbricata. E’ da lì che giunge la domanda: “che fare?”. E’ l’eterna domanda. Ma non vi è nulla d’intelligente che possa essere fatto deliberatamente.

 

Questa domanda “che fare?” si pone sempre in questi momenti perché è impossibile  pensare che non vi è nulla da fare! Se qualcuno esprime questa possibilità, posso accettarla intellettualmente, ma di fatto non l’accetto realmente…

 

Cosa posso volere, se questo non viene dalla mia memoria? Quando vediamo questo, vale a dire l’inanità completa del voler intraprendere un nuovo passo, una nuova pratica compreso il fatto di non intraprendere alcuna pratica, che è ugualmente nullo, qualcosa si riduce, si scioglie. Le pratiche non sono in causa, ma piuttosto il modo automatico in cui funzionano. Il cervello è fatto così. Non si tratta d’altra parte di errore, vi è una bellezza immensa. “L’universo si rivela ricoprendosi”: diceva Eraclito molto tempo fa. Ci viene una nuova schiarita nel momento in cui ci rendiamo conto che ogni pratica e tecnica sono generalmente delle tattiche per arrivare a non sentire più ciò che è. In quanto cosa sentiamo? La miseria, il malessere. E vogliamo ritirare questo. Perché? Perché in tutta evidenza non siamo questo.

E’ la gioia che è il criterio universale di tutto ciò che facciamo, diciamo e pensiamo. E’ in riferimento a questa gioia indelebile in noi che vediamo che non viviamo questo. Vogliamo fare allora qualcosa.

Ma più ci inseriamo in una tattica per non sentire più, più ci allontaniamo da ciò che cerchiamo. La sola conclusione possibile è giustamente sentire e fermarsi di non voler più sentire. E’ il senso stesso del passo tradizionale, se possiamo utilizzare questa parola, che si orienta verso la pura considerazione.

Jean Klein ha avuto uno shock, diciamo, nel momento in cui ha realizzato che non vi è nulla da fare. E’ uno shock estremamente difficile da accettare per il cervello, in quanto esso è sempre in uno stato di voler fare qualcosa. Non possiamo uscire deliberatamente da questo funzionamento. La constatazione che consiste nel vedere che funzioniamo in modo automatico non viene da una pratica. Viene “così”… da se stesso.

E’ la vita che ci obnubila, ed è la vita che ci illumina. E’ la stessa vita che ci fa riscoprire la realtà della vita, e che ce la fa ri-scoprire. E tra le due, ci inquietiamo, ci attiviamo e ci agitiamo sempre in nome di ciò che non siamo.

Prima ancora che la domanda “che fare” sia posta, ciò che c’era da fare è stato fatto, e non è stato fatto da qualcuno. Certamente, ameremmo che questa chiarezza possa estendersi a tutti gli elementi della vita che non partecipano a quest’illuminazione. Ancora una volta, sono tentato di dire che non vi è niente da fare, ma questa risposta non è soddisfacente. Allora diciamo: “guardate”. E’ questo che c’è da fare: guardare. Considerare ogni limitazione. C’è questo confronto tra ciò che siamo profondamente, che non possiamo negare, e ciò che crediamo di sapere della vita, che non vogliamo lasciare. L’incontro dei due è tollerabile per il cervello. Siamo illimitati. Anche tutto ciò che è limitato nel tempo ci rivolta. La paura della morte, per esempio, è una rivolta: “No, non è possibile!”. Da lì viene ogni ricerca della libertà. Ma cerchiamo in modo maldestro, con delle azioni, con un’ideologia, nelle religioni, nella politica. L’altro giorno, mi sono imbattuto su quest’affermazione di Giordano Bruno [1] che riassume questo meravigliosamente: “Verrà un giorno in cui l’uomo si risveglierà dall’oblio e capirà finalmente e veramente a chi ha ceduto le redini della sua esistenza: ad un mentale fallace, bugiardo, che lo rende e lo mantiene schiavo… L’uomo non ha dei limiti e quando, un giorno, se ne renderà conto sarà libero anche in questo mondo.”

 

Quando proponete di guardare, si pone la questione dell’intensità. C’è una questione d’intensità nello sguardo. Parlate di nebbia, e ciò significa una mancanza d’intensità. Tutto appare appiattito nel mondo abituale, vagamente grigiastro. Questo atto misterioso, di un altro ordine, che è “guardare” diviene allora un pensiero esso stesso grigio. Sento molto questa navigazione tra questa mancanza d’intensità e la sua improvvisa apparizione, ma breve…

 

 

 

E’ l’insoddisfazione. Sentiamo molto dire che bisogna smetterla di lamentarsi, che occorre essere soddisfatti di ciò che è qui adesso. Ma in realtà abbiamo ben ragione di essere insoddisfatti e di lamentarsi.

Non siamo fatti per accontentarci di nulla. Tutto ciò che possiamo catturare, prendere, capire, tutto ciò è troppo piccolo! La passione di guardare – la passione della vita – è qui, sempre. Ma si è addormentata.

All’età di vent’anni, la maggior parte delle persone sono già morte ed occorre attendere ancora sessant’anni o più per poter finalmente seppellirle o bruciarle. Questo comporta delle intere città riempite di morti che camminano e chiacchierano. Che cosa può risvegliarli? Questo avviene talvolta spontaneamente, ma spesso per uno shock. La vita invia qualche volta questo shock: una delusione amorosa, una catastrofe, il decesso di un parente. E’ il panico. Siamo allora pronti a rimettere in discussione ogni sorta di cose.

In queste occasioni, l’uomo diventa umile. Finalmente.

Prima, siamo pretenziosi, ma ora, diventiamo umili! Sfortunatamente, le cose si rimettono ad andare meglio un po’ troppo presto e ci rimettiamo a dormire. Infine, l’intensità che esiste nella crisi si trasferisce raramente al livello dello sguardo di cui noi parliamo. E’ raro che vi resti. Ora, è il risveglio dell’intensità della vita che è importante in una crisi, non i modi di risolverla. Ma non mettiamo mai l’accento sull’intensità.

Krishnamurti, durante un lungo tempo, diceva alle persone di rimanere con la loro sofferenza: “restate, rimanete là, invece di provare a risolvere chissà che cosa”. Nell’arco di qualche minuto, giunge un’intensità straordinaria che è pura, distaccata da ogni colorazione legata alla situazione. Ma in generale, ci allontaniamo dall’intensità per volgerci verso le storie puntuali legate all’irruzione della sofferenza.

L’intensità, è come l’elettricità. Siamo affascinati da ciò che vi è sullo schermo della televisione, ma senza elettricità non vi è nulla. Realizziamo questo quando una o due volte l’anno viene a mancare la corrente. Questo ammasso di plastica ed altre materie è perfettamente inutile senza elettricità. Senza intensità, ogni elemento della nostra vita diviene inutile. Ed il paradosso è che anche quando l’intensità è qui, ci si rende conto dell’inutilità di tutto ciò che ci porta la vita. E’ nel momento in cui ci si rende conto profondamente della completa inutilità nella vita che si manifesta un’illuminazione. Uno spazio libero si apre davanti a noi. Ora, possiamo ricominciare a giocare. Giocare, è ciò che facciamo all’inizio. Ad ogni epoca, in tutte le regioni della terra, gli esseri umani hanno iniziato la loro vita giocando. E’ dopo che hanno cominciato a dirsi che avevano una vita da compiere: una vita personale, una vita di coppia, una vita di questo o quello. Non vi è nulla da compiere nella vita. I problemi che ci pone la vita non sono da risolvere, ma da guardare come si guarda un film. Se ci facciamo prendere dalla storia, non è grave. Questo fa parte del gioco. E se ad un certo punto, lo viviamo, nemmeno questo è grave. Non c’è da farne un dramma. E’ nel momento in cui si realizza che risvegliarsi o no è senza importanza che la chiarezza, la luce cosciente, è qui. Se non concediamo più nessuna importanza al fatto di cambiare la maniera di vivere, si manifesta già un cambiamento.

 

Parlate di storia, ed è vero che vedo a che punto faccio delle storie di tutto! Tutto è soggetto ad interpretazione, a giudizio, a conclusione “definitiva”. E questo si produce quasi istantaneamente quando vedo qualcosa…

 

Non ci si rende conto a che punto abbiamo delle griglie nel cervello per vedere il mondo. Questa griglia viene dalla nostra biologia e da tutto ciò che abbiamo imparato. Questa griglia si è costruita, rinforzata, artificializzata, nel corso del tempo. Penso ai Rishi vedici. Ho la convinzione che quelle persone, anche divenute adulte, non avessero questa griglia, o che questa fosse molto rudimentale. E’ per questa ragione che avevano la possibilità di sognare e d’immaginare. Non è l’immaginazione come noi la conosciamo, dove noi sviluppiamo delle immagini artificiali. Quelle persone “vedevano” naturalmente: è il senso principale della parola dh, che ritorna a profusione negli antichi inni vedici. Le mitologie non sono arrivate per caso, sono il prodotto di questo tipo d’ “immaginazione”. Se la scienza attuale fosse apparsa subito, niente di tutto ciò sarebbe potuto nascere. Il pensiero mitologico – il frutto di questo tipo d’immaginazione – è radicalmente differente dal pensiero razionale detto scientifico. Quelle persone sentivano, non potevano fare altrimenti che di sentire i movimenti stessi. Sono questi movimenti, queste energie, che hanno chiamato gli dei in Egitto, in Grecia ed in Medio Oriente. I Rishi vedici evocavano il confronto tra duritam e suvitam. La parola itam è il participio passato del verbo i: andare. Il prefisso dur vuol dire difficile, mentre su designa ciò che è auspicabile: duritam è la maniera difficile di andare, suvitam è la maniera facile. Non sono queste le due maniere di vivere alle quali vi riferite nelle vostre domande? Dicevano che il fuoco venisse dal confronto delle due. Migliaia di anni più tardi, nel X secolo della nostra era, Abhinavagupta si riferiva a questi due modi di vita nel suo commento alla Bhagavad Gita. Spiegava che il più grande beneficio viene dall’alternanza tra i momenti di silenzio ed i momenti di obnubilazione (legati al fatto di vivere nel mondo). Secondo il grande maestro del Kashmir, è dall’alternanza costante tra i due che scaturisce nell’uomo la luce.

 

E’ come uno sfregamento nello spirito, allora? E’ dunque questo sfregamento che crea l’intensità?

Si. Nell’epoca vedica, il pezzo di legno rituale che si sfregava l’uno contro l’altro per accendere il fuoco, gli aranis, simboleggiavano questo. Questo è particolarmente opportuno nella nostra epoca in cui siamo tuffati nel mondo, di fatto nei nostri mondi. Il contrasto tra il silenzio, che non è personale, ed i nostri mondi personali può suscitare una forza immensa. Una forza liberatoria.