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Le sette tappe della morte. Un parto alla fine dell’esistenza? di Lydia Muller

25 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 83 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

La mia  ricerca sulla fine dell’esistenza ha ricevuto un impulso decisivo da una parte piuttosto inattesa: quello della nascita, il suo polo opposto. Ma morire e nascere, inizio e fine, non vanno di pari passo da sempre?

Le ricerche di Bernard Montaud sui traumi del passato, tra cui il trauma perinatale, hanno confermato(se ne dubitava già) che il parto costituisce una prova maggiore per il bebè. Stanislav Grof, Arthur Janov e molti altri avevano fatto ricerche su quell’argomento. Ma i lavori  di Bernard Montaud colpiscono per la loro precisione e le nuove prospettive per il parto. Dopo aver assistito per una ventina d’anni al ricordo cosciente della nascita di più di  duecento adulti con la psicanalisi corporea, metodo d’investigazione che fa appello unicamente alla memoria corporea, ha codificato quel processo in sette tappe. Il bambino sarebbe messo a confronto con molte prove e sofferenze fisiche e psicologiche, obbligandolo ogni volta a una soluzione di sopravvivenza. La nascita costituirebbe così una paziente iniziazione alla vita sulla terra.

In cosa quelle tappe della nascita, che svilupperò più avanti, si riferirebbero alla morte? Questo processo ha profondamente colpito la psicoterapeuta dei malati gravi e del morente che io sono, e fa sorgere in me le domande seguenti:

–         Ci sarebbe un parto all’altro capo della vita?

–         Quali sarebbero le tappe?

Due percorsi eroici.

Riflettendo sulla morte, mi è apparsa un’analogia: la nascita e la morte sembrano seguire uno stesso cammino, ma per certi aspetti inverso. L’uno è il percorso eroico del bambino che lascia il suo mondo interiore per raggiungere il mondo esterno; l’altro è quello, anch’esso eroico, del morente, chiamato a staccarsi dal mondo esterno per raggiungere un mondo ai nostri occhi sconosciuto.

L’idea di un neonato insensibile e senza percezioni si è rivelata totalmente falsa. Lui al contrario possiede degli organi di senso estremamente ricettivi che gli permettono di percepire tutto, di sentire tutto, perfino i pensieri delle persone presenti. All’altro capo della vita, quelli che sono giunti ai confini della morte, nel NDE (Near Death Experience, esperienza di morte imminente), testimoniano esperienze paragonabili degli organi dei sensi. Ci ritorneremo.

Ho perciò provato a vedere se c’è una corrispondenza tra il percorso di chi nasce e quello di chi muore. Per mostrare questo parallelismo, ho giustapposto ogni fase della nascita alla  fase corrispondente della morte. Non è certo che un mucchio di ipotesi, una nuova griglia di lettura, ma ha il merito di fare un chiarimento su quel momento così essenziale della fine della vita.

Prima tappa della nascita: la  “decisione” di nascere.

Ho messo la parola decisione tra virgolette, perché questa fase non è cosciente che raramente nella nostra cultura. Gli etnologi conoscono bene i rituali  di certe tribù pellerossa per esempio, dove il vecchio, sapendo che deve morire, chiede di radunare la parentela. Quando, dopo molti giorni di viaggio, sono tutti arrivati, li saluta con un cerimoniale prima di ritirarsi nella sua tenda. “Si presenta” per morire!  Da noi, le tracce di quella coscienza della morte vicina mi sono giunte a diverse riprese da testimonianze di famiglie che riguardavano un parente morto di morte improvvisa. Dopo il fatto, si sono ricordati degli incontri affettuosi richiesti dallo scomparso poco prima della morte, una messa in ordine inabituale dei propri affari o strane frasi sulla propria morte, che nessuno allora prendeva sul serio. Elisabeth Kubler–Ross ha descritto molti casi di bambini, le cui parole e disegni annunciavano chiaramente la propria morte, il proprio distacco. Tutte quelle testimonianze dicono la stessa cosa: in una parte di loro, sapevano che “era deciso” di morire. In generale le persone subiscono quella decisione all’apparire di una malattia mortale.

Seconda tappa della nascita:

il lungo corridoio del ventre o la lunga fase delle contrazioni non espulsive. Si sa quando questo comincia, ma non quando finirà. La forza brutale del ventre sottomette il bambino al gioco delle contrazioni. E’ un’immensa prova di durata e d’impegno nello sforzo per andare verso l’uscita. Il bambino non ha che una scelta. Andare con le contrazioni o lottare contro di loro… Ora scopre che se non avanza soffre. Durante  questa tappa  gioca un potente corpo a corpo con la madre, di cui sente tutti gli stati d’animo.

Seconda tappa della morte: il lungo corridoio delle perdite funzionali.

La fine della vita ha le sue contrazioni, la sua prova d’usura: le perdite funzionali inesorabili punteggiate da qualche tregua più  o meno lunga. Le forze brutali della malattia sottomettono il morente al gioco delle diminuzioni e perdite dei ruoli. Ma, se il bambino deve stare nello sforzo, il morente deve imparare a lasciar andare. Come il bambino, il morente non ha come alternativa che lottare contro le perdite, opponendosi pur subendole, o di andare con loro approfittando di ciò che resta. In questa fase, come nel parto, si assiste a un corpo a corpo psicologico tra il morente e i suoi familiari. Egli sente tutte le loro paure, tutte le tensioni confuse con le sue. Questa tappa contiene le differenti fasi del lutto descritto da Elisabeth Kubler–Ross: diniego, rivolta, contrattazione, depressione, le montagne russe della speranza e della disperazione.

Terza tappa della morte: i punti di blocco del me.

E’ la fase cruciale che attiene all’attaccamento affettivo centrale (a un parente, una responsabilità, un ruolo, un bene…). Malgrado il morente abbia già perduto la maggioranza delle funzioni corporee e il suo corpo non sia che un inferno di disfunzioni, lotta con accanimento per mantenere un ultimo controllo sul corpo o sul mondo esterno… Fin là si era rassegnato alle perdite precedenti, ma ora perdere significa perdere tutto, tutta l’identità del me. E, come al bambino, occorre al morente una dose di sofferenza insopportabile per avere il coraggio eroico di sacrificare ciò che ha di più caro, il suo bisogno di essere questo o quello.

Viaggio alle frontiere della morte.

Prima di proseguire con le tappe extrauterine, devo precisare che quelle fasi mi hanno dapprima interessato per il loro parallelo con certe esperienze molto particolari che sopravvengono alle frontiere della morte: le NDE. Il vissuto riportato  da persone dichiarate clinicamente morte per un arresto cardiaco o respiratorio, per esempio, somigliano alle tappe 4, 5 e 6 di una morte per parto cesareo, cioè senza le contrazioni di una decadenza fisica preliminare.

Ma riassumiamo rapidamente lo svolgimento delle principali fasi di una NDE. Dapprima il morto si trova proiettato fuori dal corpo, ondeggiando al di sopra di questo in uno stato di benessere, senza alcuna emozione o interesse per lui. Vede e sente tutta la scena che si svolge, di cui testimonierà più tardi con una precisione stupefacente. Meglio, come se un velo gli fosse caduto dagli occhi, percepisce perfino i pensieri delle persone presenti. Poi attraversa un tunnel nel quale può incontrare parenti già deceduti. All’altro capo del tunnel, vede il film della sua vita nei minimi dettagli e in visione panoramica. Percepisce d’un tratto la vera portata  dei suoi atti e vive il loro impatto sugli altri. Ora tutti riportano che il solo giudizio presente è il loro. Nella fase seguente, vissuta da circa il 10% dei soggetti, si trovano tuffati in una luce indicibile. La parola che torna costantemente è l’Amore incondizionato mai incontrato sulla terra. Vivono il Perdono ultimo, quando la loro imperfezione umana incontra l’Amore assoluto. Questa esperienza è  di una tale potenza che più niente al mondo li attira.

Pertanto, avendo raggiunto un certo limite, devono cambiare cammino e  indossano di nuovo lo scafandro del loro corpo.

Attualmente, 8 milioni di testimonianze nel mondo attestano quello svolgimento nelle sue grandi linee a diversi gradi.

Potrebbe darsi che i “quasi morti” della NDE vivano in un tempo concentrato ciò che l’agonizzante vive in modo diluito in molti giorni? Le NDE ci sembrano indicare che il morente guarda sempre più lontano, come attraverso una vista lunga: dapprima il suo corpo e gli umani attorno, poi tutta la sua vita passata, per infine intravedere una dimensione molto al di là dell’umano. Nel processo della nascita descritto da Bernard Montaud, al contrario, il bambino vedrebbe sempre più vicino; dapprima le condizioni terrene, poi la condizione umana in generale e infine l’interiorità della propria madre. Ho provato a  comprendere le mie osservazioni vicino ai morenti alla luce di quel nuovo chiarimento.

Ma riprendiamo il processo  delle tappe extrauterine, precisando che, nel bambino come nel morente, possono essere mescolate tra loro.

Quarta tappa della nascita: l’uscita dal ventre.

Il bambino lascia il ventre della madre, pur restandovi attaccato con il cordone ombelicale. Vive dapprima un gran sollievo, il piacere di un’improvvisa libertà, seguito dall’incontro brutale delle condizioni terrene come l’aria fredda, la luce violenta, i rumori.

Quarta tappa della morte: l’uscita dal me.

A partire da questa tappa il morente entra nello stato chiamato agonia, mentre il suo spirito guadagna in altezza di vista. La fine delle identificazioni, ma soprattutto il fatto d’avere abbandonato la presa, gli danno un senso di sollievo e di libertà. Staccato dai ruoli, entra in una grande distanza emozionale che lo porta al di sopra della mescolanza umana.

Mentre in questa fase il bambino subisce il mondo fisico, il morente subisce il mondo psichico di chi lo circonda, il tormento affettivo, le afflizioni e i sensi di colpa. “Loro non piangono la mia morte, ma piangono perchè li lascio. Quando si muore il peggio è il peso dei vivi”, diceva una paziente dieci giorni prima di morire.

Quinta tappa della nascita: l’incontro con l’imperfezione umana.

In questa fase, il neonato è curato dall’ostetrica. E’ il suo primo incontro con un campione umano che certo è professionale, ma senza legame d’amore. Il cordone è tagliato e lui scopre la condizione umana: la dissociazione del corpo dalla mente. Gli umani hanno tutti la stupefacente facoltà di essere presenti con il corpo e altrove con la testa. Lui soffre terribilmente di essere toccato da mani assenti e vuote. Così, focalizzandosi su quello che non ha nessuna importanza per lui, come i suoi piedi o il suo corpo, chi lo accudisce lo fa oggetto delle sue cure, dove solo il corpo ha importanza ai suoi occhi.

Quinta tappa della morte: vedere la propria imperfezione o il bilancio della vita.

A differenza del bambino che incontra l’imperfezione della nostra umanità così divisa e incosciente, il morente incontra la totalità della propria vita con tutta la sua imperfezione. Come nelle NDE è davanti alle motivazioni e alle conseguenze  vere delle sue azioni. Durante l’agonia, i morenti non parlano più molto e raramente dicono a cosa si trovano confrontati in quella revisione della loro vita. A volte osserviamo una certa agitazione, a lamenti o semplicemente vediamo che non arrivano a morire. A volte ci sono alcune parole udibili, come quelle di una morente a una figlia handicappata che aveva sofferto della sua distanza e della sua durezza: “Dio mio, come hai dovuto soffrire!”

Sesta tappa della nascita: l’amore condizionato dei genitori.

Il bambino è portato alla sua mamma. Mentre aveva sperato che i genitori fossero diversi dalle levatrici, scopre il loro amore così imperfetto, così condizionato paragonato all’incondizionato e alla perfezione dell’esperienza intrauterina. Per la prima volta, il neonato scopre che ignorano tutto di lui e di ciò che sta attraversando. Non è visto per quello che è, perché esiste solo nel loro mondo di proiezioni e di desideri. Ha già il suo posto nello scacchiere familiare, con il compito di riunire o separare la coppia parentale, di procurare alla madre importanza agli occhi del marito o di essere colui che è sempre di troppo… Quella percezione porta il neonato al limite della resistenza nervosa. Per preservare l’equilibrio psicologico, sarà obbligato a usare il suo primo meccanismo di difesa. E’ il senso della tappa seguente.

Sesta tappa della morte: l’Amore o l’assenza d’Amore.

Questa fase dovrebbe essere l’incontro con la luce d’Amore delle NDE. Ora, solo il 10% dei soggetti delle NDE raggiunge quell’Amore, non ce ne sono di più negli agonizzanti. Non posso che sollecitare l’importanza dell’amore tra il morente e i suoi cari. Come molti assistenti, ho io stessa visto agonie che non finivano mai e, appena una data persona andava al  capezzale del morente, lui si spegneva. In assenza dell’amore interno, questo deve venire da fuori, dai parenti e dagli assistenti. Ma succede anche che ci si trovi di fronte a un viso così raggiante e sereno che una presenza luminosa nascosta ai nostri occhi è indubitabile.

Settima tappa della nascita: l’installazione dello schermo o la chiusura dei grandi organi di senso per percepire meno e soffrire meno in questo mondo.

Perdendo i “grandi occhi” non è più nel mondo, ma nel “suo” mondo. Il traumatismo della nascita sembra avvenire per migliorare le condizioni del parto, perché la più gran sofferenza viene attraverso l’umano. Così l’impronta di quella sofferenza prima e unica diviene la base della sua personalità, anch’essa unica, e attraverso di lei sente di esistere. Tutta la vita l’essere umano tenta di difendersi contro quel primo dolore, pur riproducendolo inesorabilmente, come per ritrovare i propri riferimenti originali.

Settima tappa: la morte o il togliere lo schermo.

Non occorre alcuna spiegazione.

La testa in avanti o all’indietro.

In conclusione, quel processo ci chiarisce sulle diverse difficoltà inerenti alla morte, ma anche su certi vantaggi Ne ho rilevati alcuni :

–   Se il 97% dei neonati   nella nascita si presentano con la testa in avanti, solo il 3% all’indietro, la proporzione è invertita, mi sembra , alla fine della vita. Una piccolissima parte di persone comincia la morte “con la testa in avanti”, con un “si, vado!” . La maggioranza  si presenta all’indietro. La ragione principale di quella differenza mi pare essere nel fatto che il bambino è a termine, mentre la maggioranza dei morenti non si sentono né pronti né compiuti ed è logico che rifiutino  la morte. E se la lotta  contro le contraddizioni servisse a guadagnare del tempo per andare allo scopo di ciò che si ha da compiere sulla terra!

–         La percezione del dolore è strettamente legata al senso o all’assenza di senso. Una donna potrebbe sopportare le contrazioni dolore del parto, se non conoscesse il loro senso: la dilatazione del collo uterino perché il bambino possa nascere? E non è l’assenza di senso che rende insopportabile la fine della vita, intollerabile la degradazione fisica?

–         Nella seconda tappa, quella delle contrazioni del corpo decadente, incontriamo la lotta accanita contro la malattia, la speranza di guarire e la disperazione dell’aggravamento.

Si dice che la speranza fa vivere, direi piuttosto che fa durare.

Il giorno in cui un medico ha detto a una paziente leucemica che non c’era più nessun

trattamento possibile, ha esclamato: “Finalmente è finito l’inferno della speranza!”; è

diventata calma e distesa, non esprimendo più che i desideri di ciò che voleva ancora

prima di morire. Approfittare di quello che resta, ecco il grande vantaggio che permette

davvero di vivere in questa fase.

–         La tappa dei punti di blocco sembra intimamente legata alla capacità o no di lasciar andare o di accettare di perdere per vincere altrove. Le perdite servono, come le contrazioni uterine, a preparare un passaggio, ma per il quale non si passerà che spogliati di tutto. Per l’ego è impossibile vedere un senso al di là della sua persona. E meno ha un senso, più la lotta sarà accanita e più bisognerà reggere un dolore insopportabile per lasciar andare, Ora, è evidente che più la sofferenza è grande, più la tentazione del suicidio o dell’eutanasia sarà forte. Invece di uscire dal me verso un nuovo stato di coscienza, prenderà la via della disperazione.

–         Credo che la vicinanza della morte abbia la virtù di spingere l’uomo verso il meglio di sé; grazie all’imminenza della morte, diventa capace di dire o di agire in un modo prima impensabile. Il vantaggio per il morente e i suoi cari mi pare di andare all’apice dell’amore possibile. Ma il principale vantaggio sta secondo me a monte del processo del morire. Infatti, se il 20° secolo ha iniziato la preparazione al parto durante la gravidanza, non succederà nel 21° secolo di iniziare nel corso della vita una preparazione al parto finale?

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