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Le tappe della vita

1 Dicembre 2010

Le tappe della vita – di Gabriel Monod-Herzen
Come mi hanno detto in India, la spiritualità non è solamente avere un ideale, per quanto grande sia, né ciò che concerne cose astratte; essa è qualcosa che deve essere presente nella vita di tutti i giorni, che deve aiutare a risolvere i problemi pratici, professionali, familiari e fare in modo che delle nostre acquisizioni possano fruire anche coloro che non sono nelle stesse condizioni di chi si trova in un Ashram.
Sulle caste: ecco cosa ne pensano i giovani indiani: esse sono molto ragionevoli a seconda dei punti di vista. Nell’antichità, i mestieri erano distribuiti secondo le caste, sopprimendo la disoccupazione. Senza casta, ad esempio, qualcuno potrebbe diventare fabbricante e lavorante del cuoio delle mucche, ultimo errore da fare. Ma se, per esempio, all’imperatore mancano i sandali, non potendo fabbricarli da sé, poiché la sua casta lo difende, bisogna che qualcun altro se ne occupi. I mestieri erano ripartiti, la concorrenza diminuiva. Attualmente il grande limite delle caste è di essere ereditarie.
In realtà, cosa sono queste quattro caste? I – l’uomo di religione; II – l’uomo di governo; III – l’uomo di finanza; IV – gli agricoltori e i servitori. Ciascuno di noi ha la propria vita. Avere in sé un lato spirituale attiene ai Brahmani. D’altra parte, bisogna bene organizzare la propria vita, assumere la direzione dell’organizzazione, e questi sono i Kshatriyas. Poi bisogna fare i conti, e questi sono i Vaishyas, gli uomini che si occupano di denaro e, poiché non si è soli al mondo, bisogna rendersi servizio vicendevolmente. Noi, in un modo o nell’altro, siamo sempre i servitori di qualcuno. Di conseguenza, abbiamo in noi queste quattro età o aspetti. Evidentemente non sono egualitari, c’è sempre un dominante. In più è molto più facile unirsi con qualcuno che vi somigli che con qualcuno affatto differente.
Nella scuola dell’Ashram, dove si cerca di far comprendere all’allievo diverse cose che lo interessino particolarmente, non si può raggiungere lo scopo se non mettendosi al posto dell’allievo stesso e rilevando, di tutti gli aspetti possibili delle quattro classi principali, quello che lo concerne maggiormente. In questo caso, le caste sono interessanti e utili.
In India, quello che conta dal punto di vista spirituale, è l’esperienza. Da che c’è un certo grado di vera cultura, vale a dire la libertà di espressione nella vita, le persone rispettano ciò che dite nei vostri ambiti di competenza, a patto che questo provenga da un’esperienza. Se voi mi fate una domanda, e non ho fatto l’esperienza, non posso che rispondervi: “mi hanno detto che…”.
I miei allievi dell’Ashram non parlano mai di religione, tutti prendono come parola d’ordine: molta spiritualità, ma nessuna religione! Perché? Perché la religione è una questione personale. Ciascuno ha perfettamente il diritto di avere una forma di ideale particolare, ma non ha il diritto di fare qualcosa pubblicamente che possa in quel senso esercitare una influenza sugli altri. Nella vostra camera fate ciò che volete, praticate il culto a cui tenete, recitate la vostra preghiera secondo il vostro bisogno, ma non fatelo in pubblico, per rispettare la libertà di ognuno, soprattutto in quell’ambiente che è un ambiente profondamente intimo. L’Hindu è religioso quando ha un’esperienza religiosa ma questa esperienza sarà diversa per ciascuno. Poco importa che si sbagli, conta solo la sincerità.
Nella passata sessione abbiamo provato a indagare di cosa sia formata la nostra personalità. Da una parte ha un corpo che non bisogna trascurare, poi dei sentimenti e infine una parte razionale. L’importante è trovare come sviluppare questi tre elementi.

Abbiamo parlato del “Libero Progresso”, cioè del modo di insegnare nell’Ashram, in cui i bambini sono liberi di scegliere ciò che desiderano apprendere, e questo ha per risultato che sia i bambini che gli insegnanti sono contenti. Poi abbiamo esaminato come tutto questo possa applicarsi alla vita, e abbiamo compreso che la grande questione è di non essere soggiogati dalle nostre abitudini, di non attaccarci a un passato che è passato e a un avvenire che ancora non c’è. I due sono irreali. Noi ci lasciamo trascinare da cose che non hanno realtà; la realtà è ora. Siamo arrivati al famoso imperativo di “lasciar andare” cominciando da ciò che concerne il corpo, e di non metterci nelle mani di un passato che ha influito sul corpo stesso e che ci ha impedito di avere l’avvenire che vorremmo. Non è questione di invecchiamento, ma di cattive abitudini.
Nell’ambito dei sentimenti abbiamo parlato della sensibilità, cioè di avere coscienza di qualche cosa che non è razionale ma che è una percezione diretta. La percezione sensibile è in rapporto con i sensi e la percezione interiore si manifesta quando vedete qualcosa che è bello e che piace, qualcosa che è buono. Questo non è razionale, è al contrario un’esperienza che fa nascere in voi una sensazione, un sentimento interiore che non è legato ai sensi, ma che è simile a ciò che provate quando sognate.
L’importante dunque è di lasciar andare in ciò che concerne le reazioni suscitate dai ricordi del passato. ”Io” è ora, che è un avvenire che si trasforma in passato. “Io” non è fisso, è qualcosa che cambia tutto il tempo, che avanza continuamente. Si da attualmente un’enorme importanza ai blocchi psicologici, principalmente nel bambino. Ci sono degli esseri che non diventano mai adulti perché sono stati bloccati. Questo viene soprattutto qui che in Oriente, perché noi abbiamo il terrore di invecchiare. Se giungete veramente a prendere coscienza che il vostro vero io è qualcosa che è mobile, avete questa possibilità straordinaria di potere, ad ogni momento, fare una scelta che vi sia utile.
Perché parlare di invecchiare? Quando una pianta produce dei frutti, non si dice che invecchia, no, essa segue la sua evoluzione. Anche l’uomo. Se c’è tutta una parte di evoluzione fisica, c’è anche una parte di evoluzione affettiva e razionale.
Si deve essere capaci di avere un ideale, cioè giustamente, perché noi siamo mobili, cercare di superare se stessi. In occidente parliamo di progresso e anche di progresso spirituale, vediamo una strada e poi… una poltrona! La cosa stupenda è che non ci sono poltrone, lo scopo è il cammino. Potete sempre avanzare, niente vi fermerà tranne che voi stessi. La liberazione da noi stessi che possiamo ottenere è quella di potere scegliere e di non lasciarci trascinare dagli impulsi del passato.
Rispondendo a una domanda: non si può vivere che con dei cambiamenti. Si assimila, si mangia, bisogna evacuare gli scarti. Nella respirazione, l’espirazione è una distruzione di qualcosa. State sempre ricostruendo. La stessa cosa è per il resto dell’esistenza, e non solo fisicamente.
Si parla di regresso inconscio nel bambino: questo è stato il mio caso. Da bambino ho sofferto la fame perché non avendo potuto nutrirmi mia madre, la nutrice che hanno fatto venire non aveva latte! Ne porto ancora le conseguenze… E il signor Monod-Herzen ci da la sua esperienza personale delle conseguenze di quella frustrazione che non ha potuto risolversi se non con la presa di coscienza delle cause di quel problema psicologico.
Ciascuno dei partecipanti riassume allora i temi che l’hanno più colpito nei convegni precedenti. Hanno particolarmente conservato quelli che concernono il linguaggio, il silenzio, l’iniziare e la necessità di non emozionarsi sulla libertà degli altri. Un partecipante dice che queste riunioni l’hanno “posto di fronte a sé stesso e gli hanno fatto distinguere bene delle piccole cose che non andavano”. Prova a trarre delle lezioni, cosa che non è facile! “Quanto al lasciar andare, bisogna fare intervenire largamente la propria volontà?”.
Sig. Monod-Herzen: è una domanda molto importante che richiederebbe una lunga risposta. Il “lasciar andare” comincia con l’essere fisico, e quello è il grande beneficio dell’Hatha-Yoga. Il lasciar andare è un atto di volontà, non attraverso la contrazione dei muscoli ma perché abbiamo la volontà di non essere tesi. È esattamente l’attitudine che si ha quando si fa un lavoro intellettuale.
Un partecipante: è una specie di vacuità, di apertura per ricevere. Mentre al contrario, la maggioranza del tempo la volontà è una tale tensione che c’è chiusura.
Sig. Monod-Herzen: i giapponesi parlano di vuoto, è esattamente questo. Voi fate una cosa, ma bisogna essere “vuoti” in rapporto agli altri, senza che voi siate privi di una parte delle vostre forze.
Una partecipante: il voler essere non contratto, non impedisce il volere lasciar andare?
Sig. Monod-Herzen : sì, se si pensa alla contrazione non bisogna pensare che alla distensione. Se voi pronunciate il nome della cosa che non volete, le date una certa realtà. C’è un legame tra il pensiero e l’azione, attraverso l’intermediazione del sentimento. Io pronuncio la parola “contrazione”. È una cosa che non voglio. Allora l’idea e il sentimento di difficoltà di sviluppano in me e non posso distendermi. Mentre se penso al rilassamento, va molto meglio.
Il rilassamento è capitale nella meditazione. Non otterrete un rilassamento mentale che con un rilassamento affettivo e nervoso. E non avrete distensione muscolare se non avete una respirazione perfettamente regolata.
Nell’ultimo libro di Durckheim, egli dice che non avete capito niente se vi immaginate che la respirazione consista unicamente nell’assorbire ossigeno e nell’espirare gas carbonico. Ogni atto fisico ha una contropartita di coscienza perché il corpo e la coscienza non sono separati, finché siete vivi. Non potete agire sul corpo senza agire sulla coscienza e viceversa. Allora, qual è il lato cosciente che corrisponde alla vostra respirazione? È l’idea della costruzione che posso fare ad ogni momento. Posso contare sul meccanismo del corpo per fare ciò che occorre. Il cuore invia il sangue là dove occorre, a condizione che la respirazione sia ben fatta, e poi nello stesso tempo mi libero di ciò che è servito e che sta andando col ritmo della respirazione. È il ritmo della mia stessa vita che costruisce continuamente ciò che sarò il momento successivo e distrugge ciò che sono stato nel momento precedente.
Le persone credono di essere più coscienti del loro corpo fisico che dei loro sentimenti e dei loro pensieri. È proprio il contrario! Noi conosciamo l’apparenza esteriore del nostro corpo fisico, ma abbiamo coscienza che i globuli del sangue, che fanno due viaggi nella loro vita, si rinnovano nel nostro corpo con un tenore di centomila al secondo? La respirazione può dimostrarvi che tutta la vita è un cambiamento. La vita sociale, anch’essa, è un cambiamento.
Un partecipante: bisogna vedere l’essere prima di fronte alla sua famiglia, poi in rapporto alla famiglia che ha formato, al suo focolare, ai suoi figli e in seguito nei confronti dei rapporti sociali.
Sig. Monod-Herzen: sono le quattro età dell’Hindu: a parte i bambini piccoli, avete la giovinezza, cioè il desiderio, poi il profitto, la legge morale e materiale, e infine la liberazione. Quattro punti di vista che si succedono. Non si può mettere uno al posto dell’altro. È assolutamente normale che il bambino piccolo sia interessato quasi unicamente a ciò che mangia, è la sua vita, è fatto per quello. È Kama, il desiderio. Poi Artha, è il profitto, è l’uomo che avendo formato una famiglia ha bisogno di guadagnare. Ha quindi il diritto di fare affari. Il suo ruolo sociale è in accordo con il ruolo familiare. Poi, a partire dal momento in cui i figli sono accasati, avete il diritto di occuparvi di voi stessi, cioè del vostro modo di comportarvi e del vostro Dharma. Se l’essere arriva ad un grado elevato della sua evoluzione, si può allora aspirare alla liberazione, Moksha.
Una partecipante: c’è una corrispondenza con il corpo astrale e il corpo eterico?
Sig. Monod-Herzen: la parola “corpo astrale” è stata creata, credo, da Paracelso. È una parola che riunisce in sé ciò che noi chiamiamo l’affettività. Egli si interessava particolarmente all’astrologia e diceva: “come noi abbiamo un corpo fisico, abbiamo una affettività, il corpo astrale”. I differenti corpi non corrispondono direttamente alle quattro età. C’è una relazione nel senso che Bergson chiamava “la categoria del sacro” e che varia con l’età. Ciascuno di noi passa attraverso certe epoche e per questo non bisogna forzare i bambini a interessarsi di una cosa che non è della loro età. Sono dei cicli. Così è bene per gli uomini come per l’evoluzione della nostra società. Non è una questione di qualità. A ciascun livello esistono forme elementari e forme superiori. Prendiamo l’ideale dell’uomo perfetto. Può essere un eroe (fisico), può essere un santo (affettivo), può essere un saggio (razionale). Uno non è superiore all’altro.
Un partecipante: si può dire che la saggezza è razionale.
Sig. Monod-Herzen: in parte. Bisogna che essa lo sia per poter essere espressa. Dopodiché può aspirare a dei livelli differenti. In ogni luogo avete dei fenomeni di intuizione che sono alla portata superiore e che vi aprono degli orizzonti più ampi. La saggezza ha per base il razionale; se non l’avesse non potrebbe essere trasmessa e non potrebbe essere saggia. Non dimentichiamo che dobbiamo conservare sempre il contatto, la possibilità di linguaggio, di comprensione e di trasmissione.
C’è una comunicazione tra il mentale e il sovramentale, fra l’affettivo e lo spirituale. Quando diciamo sovramentale non vediamo che un aspetto. L’affettivo ha tutte le altezze, è il caso dei grandi artisti. Anche il mentale. Quando seguite l’evoluzione di un individuo, passate dall’ambiente affettivo, prima di passare per l’ambiente mentale e potete accedere al sovramentale. Ma è perfettamente possibile corto-circuitare il mentale.
Una partecipante: quando si giunge al sovramentale, questo vuol dire che si ha già un’unione fra l’affettivo e il mentale?
Sig. Monod-Herzen: ma che ideale proponete! È il senso del saluto indiano: “l’affettivo, il mentale e il razionale: li unisco per metterli a nostra disposizione e in segno di gratitudine per quello che mi ha fatto e per riconoscenza della mia unità, saluto il dio che è in te, saluto il dio che è in me, saluto il dio che è in noi”.
Se avete realizzato l’unità della vostra personalità, avete raggiunto lo scopo dello yoga. Quel giorno potete fare ciò che volete con la totalità di voi stessi, con tutto il sentimento, tutta la ragione, probabilmente con tutto il vostro essere fisico ed è meraviglioso!
Sulla dualità: il maschile e il femminile sono evidentemente tutti e due in noi. Ma non accetto quella cattiva abitudine di opporre il positivo al negativo. Essi sono complementari. Non si può avere la vita senza scambio di complementari. Esiste la riunione dei due principi. Guardate il maschile e il femminile. Non potreste fare dei figli in altro modo. In India, si considerano sempre entrambi perché è la femmina che può creare. L’esempio è dato da un simbolo molto semplice: il sole. Avete una palla di fuoco e poi avete un irraggiamento di luce. Non potete separarli. È la parte che irraggia che è creatrice. Avete un centro di inspirazione che è maschile e una creazione effettiva che è femminile.
Una partecipante: tutta l’energia solare deve passare attraverso la terra perché possiamo beneficiarne o si può riceverla direttamente?
Un partecipante: non si può ricevere direttamente l’energia solare. Essa passa prima per i differenti strati dell’atmosfera, arrivando alla terra è già filtrata. E attraverso la forza d’attrazione planetaria è diretta in un certo modo.
Sig. Monod-Herzen: la domanda che si può porre è sapere, se in seguito a un certo sviluppo dell’essere umano, esso non potrebbe arrivare ad assorbire dell’energia esterna in modo diretto. Ma allora non mangerà più.
La parola “terra” mi intriga. Se prendete per terra l’insieme di tutto, l’atmosfera, gli oceani e tutto ciò che ci vive, d’accordo. Noi non siamo mai che una parte della terra, non c’è una molecola del nostro corpo che non venga dalla terra. È la nostra madre nutrice e il nostro supporto nel modo più fisico e più materiale che ci sia. Il culto della terra corrisponde a qualcosa di sicuramente vero. Cercate di risvegliare in voi la sensazione di questa grande vita che è dappertutto, sotto tutte le forme e che si esprime in noi molto direttamente con la respirazione. Se arrivate ad evocare in voi stessi la sensazione di quel contatto che è generale, arriverete a quel punto che corrisponde a un rilassamento straordinario. Seneca disse: “se vedi un uomo che è Uno, avrai visto una grande cosa!”.

(a cura di Luciana Scalabrini)