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L’emozione essenziale di Eric Baret

25 Settembre 2010

 

3ème Millénaire n. 82 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

3M.    Succede a volte o spesso, nella vita quotidiana, che abbiamo l’impressione di “mancare d’energia”. Come comprendere  la fatica generale che pesa a tanta gente?

E.B.   La fatica è dovuta a una cattiva utilizzazione della struttura psicofisiologica, quando l’alimentazione, l’attività, o ancora il rapporto con la vita emozionale non sono appropriate alla  corporalità. E’ un problema di gestione puramente funzionale ed è molto difficile entrare nelle generalità quando si tratta di consigli terapeutici. Ciascuno, secondo la sua morfologia o il suo modo di pensare deve trovare una alimentazione, una attività professionale, una vita affettiva o una sessualità adeguate. Non tutti possono essere pompiere, gangster, monaco, prostituta o contadino; bisogna trovare una professione conforme alle vostre possibilità, o un comportamento sessuale in accordo con la vostra sensibilità e quella del vostro partner. Lo stesso, la vostra vita affettiva deve integrarsi armoniosamente rispettando i vostri limiti.

Se ogni volta che vedete le notizie alla televisione, siete traumatizzati dalle immagini dei bambini assassinati in Irak o altrove, astenetevi dal guardare la televisione. E’ una fuga, ma risponde alla non disponibilità del momento e deve essere ascoltata per potervi lasciare un giorno. Un militare avrà un altro sguardo!

3M.   Affrontando la situazione in termini di dispersione energetica, c’è una prescrizione generale che si basa su un certo ascolto di sé, orientato verso una “riorchestrazione dell’energia”, secondo i termini usati da Klein?

E.B.    L’orchestrazione di cui parlava Jean Klein si riferisce a colui che, avendo trovato un equilibrio funzionale, o avendo rinunciato a trovarlo, diventa disponibile all’interrogazione profonda della vita. Solo chi cerca quell’equilibrio fattivo è escluso da quella integrazione, perché le sue energie sono stimolate verso l’esterno e non tranquille e disponibili. Quando Klein parlava di riorchestrazione di energie, non si riferiva affatto alla fatica convenzionale dovuta alla nostra mancanza d’intelligenza per affrontare il quotidiano, né a quella provocata dalle nostre mancanze affettive.

L’apertura di cui parlava vi trova quando cessate di cercare un equilibrio ideologico, quando smettete di seguire un metodo di salute, d’alimentazione, un metodo spirituale, religioso, e quando,  invece di tentare di assomigliare a un’immagine, voi diventate ascolto della vostra corporalità, del vostro psichismo, della vostra sessualità.

In quel momento, ognuno funziona secondo la sua sensibilità e la sua intelligenza, per trovare un altro modo di vivere che non corrisponde necessariamente ai costumi alla moda. Ciascuno scopre una relazione emozionale, che risponde alle sue capacità e non in funzione agli ideali di cui parlano i media. Solo questa rinuncia ad ogni tentazione di “sviluppo personale” permette un vero orientamento.

Così, quando non c’è più dispersione ideologica, cioè quando  si è trovato un funzionamento armonioso con il proprio marito, il proprio amante, la propria amante, la propria religione o la propria assenza di religione, col proprio corpo, con la società, quando non ci sono più antagonismi con la natura stessa di quell’adeguamento, il sonno si riduce a qualche ora, la vitalità è disponibile senza fatica e le energie non sono più dirette in maniera eccentrica per la rassicurazione della personalità.

L’energia diviene allora concentrica e riposa naturalmente nell’ascolto.

La riorchestrazione dell’energia allora è possibile, lascia la sua tendenza dispersiva e, in quel riposo, può diventare essenziale in ciò che sta diventando una domanda non concettuale, che si può schematizzare volgarmente con la domanda “Chi sono?”. Ma quella interrogazione è un concetto ed è l’intensità, l’ardore che si può formulare con la domanda “Chi sono?” che genera una centratura dell’energia, non verso qualcosa che sarebbe sempre una direzione oggettiva, ma verso il cuore della domanda, verso l’interrogante. Questa riorchestrazione è possibile, quando la struttura trova una integrazione armoniosa. Tranne nel caso di individui, ma il termine qui può forse non avere il suo senso, eccezionali come Ramana Maharshi, che possono, senza alcun movimento esteriore, capovolgersi verso quel fuoco interiore.

La via diretta accetta effettivamente la possibilità di una orchestrazione totale (mentale, corporea, sessuale, affettiva) in quel fuoco interiore senza che alcun cambiamento esteriore abbia preparato il risveglio. A livello pratico, Jean Klein ha sempre indicato che questo è vero per un essere come Ramana Maharshi, ma per la maggioranza delle persone che si svegliano affaticate al mattino, agitate per l’infedeltà della loro moglie, per la digestione pesante o no, è una follia pensare che quella integrazione profonda potrebbe avvenire senza una indagine molto concreta sul loro stile di vita.

3M.  Ci sarebbe allora dapprima necessità di riorchestrarsi su un piano funzionale perché, nel senso dell’Essere, una riorchestrazione più essenziale si produca? Queste due tappe devono necessariamente succedersi una all’altra?

E.B. Queste due tappe non sono legate nel senso di causa e effetto. Se si guarda più profondamente, la tappa che sembrerebbe ulteriore, quella dell’interrogazione intima, precede l’orchestrazione esteriore.

Infatti, perché quell’uno mette in questione il fatto di risvegliarsi affaticato o di deprimersi ogni volta che la propria moglie lo tradisce? Perché qualcuno mette in questione il fatto di non trovare l’armonia o la soddisfazione?

E’ perché ha il presentimento di una realtà non oggettiva; se no, sarebbe contento con la sua piscina, la sua donna, la sua amante, il suo cane e la sua fatica. Il fatto di mettere in questione quegli elementi prova che la riorchestrazione si sta già facendo. Il presentimento interiore  stimola la riorchestrazione esterna, e l’insegnamento di Jean Klein precisa sempre che la sadhana è un’espressione del presentimento, non il presentimento un risultato della sadhana. Diceva che la sua pratica dello yoga era diventata intensa dopo la sua apertura. Ha visto allora che il suo corpo, il suo psichismo, le sue emozioni non erano adeguate all’apertura. Allora si è messo a lavorare per integrare il suo corpo, il suo psichismo e le sue emozioni in quella esperienza della verità.

La pratica tradizionale dello yoga comincia dopo il presentimento della verità e non può mai esserne il mezzo. Il prima e il dopo sono valori soggettivi, e non si può dire che non c’è orchestrazione esteriore, il presentimento non si risveglia. Se c’è la tendenza ad un’orchestrazione esteriore, è che finalmente il presentimento si è già risvegliato. L’insegnamento tradizionale mostra che non si va verso qualcosa.

Al contrario, il percorso negativo non mette l’accento su ciò che è, che allora diventerebbe un riferimento obbiettivo, ma permette di vedere ciò che non è.

Per Jean Klein, non c’è mai opposizione tra la via diretta e la via progressiva. Nella sua concettualizzazione, la via progressiva è un allontanamento, una mancanza di chiarezza, ma nella sua realtà pratica è una concretizzazione del presentimento della via diretta.

3M.    La via progressiva consiste nell’ottenere qualcosa.

E.B.    E’ immaginare che abbiamo bisogno d’una esperienza oggettiva per essere.

3M.   In un seminario di lavoro su di sé, e con un approccio corporale, si produsse un’apertura, un rilassamento, un’energia più profonda, che, di ritorno alla vita quotidiana, disparve molto rapidamente. Che fare con quella constatazione, percepita negativamente dal ricercatore, che è molto spesso in una strategia d’acquisizione di uno stato?

E.B.   Il cuore di un seminario è di rendersi conto dei propri impedimenti.

Quando si esplorano il corpo e le emozioni, lo scopo non è liberarsi da una tensione, ma di divenire disponibile alla manifestazione di quella tensione e di quella emozione.

Non è che manifestandosi chiaramente che una tensione o una emozione possono morire.

Una vera via spirituale non è provare ad arrivare a qualcosa, ma constatare e vivere quella constatazione con rispetto. E’ nell’ascolto che ciò che si rispetta può vivere e morire.

Finché una paura o una tensione non possono vivere, rimangono. La natura della vita è la morte.

L’apparire e lo scomparire sono il cuore stesso dell’energia. Generalmente, quando si prova l’emozione della paura, la si rifiuta e la si caccia. Ciò che allora si chiama sentire la paura, per la verità è sentire le difese, le tensioni muscolari create dal corpo per non avere paura.

Quando si dice sentire l’angoscia, non è l’angoscia, sono le contrazioni prodotte dal corpo per non sentire l’angoscia. In una esplorazione terapeutica e pedagogica, ci rendiamo conto di quanto ci rifiutiamo di sentire. Quando siamo gelosi, rifiutiamo la gelosia, pensiamo ad altro. Oppure la giustifichiamo, o la critichiamo; mettiamo in opera tutto piuttosto che sentirla nella gola, nelle spalle, nel ventre, ecc. Così, più mi rendo conto di quei processi, più mi offro luoghi nei quali, quando la gelosia viene, smetterò di volermi identificare con l’immagine di una persona che non è gelosa. In quel silenzio mentale, il corpo comincia a parlare.

Perché il corpo parli, occorre che la mente sia tranquilla; silenzioso nell’intenzione, nel sapere, nel commentare, nell’approvare, nel riprovare. Così, nel mio silenzio sento in me la gelosia, vedo l’immagine della mia donna col mio vicino e immediatamente  dentro la gola, il plesso solare, il ventre che si contraggono… io non faccio niente, lascio fare, lascio che le sensazioni di tensione che non sono la gelosia, che sono le reazioni alla gelosia, sicuro, ma è tutto quello che ho a mia disposizione. Parto di là, e lascio parlare tutti quegli elementi tattili. Il corpo è una totalità e di conseguenza, quando sento la gelosia in una regione del corpo, si tratta ancora di una reazione di difesa. E’ solo quando sento la gelosia nella totalità del corpo che essa si libera.

Con la paura fissiamo l’emozione in una localizzazione. Il corpo non è limitato dal corpo visivo, ma dal sentire del corpo, dunque anche quella sensazione d’emozione va, a un certo momento, a sorpassare i riferimenti anatomici della sventurata scienza moderna. Allora sentiamo le emozioni, che sorpassano totalmente la fisiologia, espandersi nello spazio e bruciarsi…  Infatti, una tensione che si apre sempre più, perde le sue caratteristiche di tensione e non è più un’energia separata dall’ambiente. Quando quella energia si reintegra nell’ambiente, non è più una tensione.

E’ quando la frammentazione interviene in noi che l’ascolto ha tutto il suo posto. Non si tratta di diventare senza paura o senza gelosia, ma di diventare intimi con quei momenti.

Più mi rendo conto di quanto la mia vita sia fatta ad ogni istante di commenti affettivi, di gelosia, di paura, d’intenzione, di strategie, più vedo che non ho bisogno di essere libero da tutto quello.

Quando la mia gelosia appare, è quella la realtà. La gelosia non è all’esterno della coscienza; si tratta di lasciar vivere quello che c’è. Quando lascio vivere la gelosia in me, lei mi libera da ogni immagine di me stesso e, a un certo punto,  mi conduce alla tranquillità. Tutta la tecnica, se ce n’è una, è lì per condurvi ad essere disponibile al momento in cui rifiutate la via dell’evidenza. E non consiste nell’immaginario egotico di non essere più geloso, o di non avere più paura, ma al contrario di lasciar vivere liberamente ogni percezione.

3M.   L’idea di apertura che consiste nel lasciare l’emozione, alla quale si resiste, vivere in sé, è un’attitudine che può essere allontanata dal nostro funzionamento di difesa egotico. Possiamo dirci, inconsciamente: “Ecco un buon modo per eliminare l’emozione!”.

E.B.    Certo, è inevitabile perché si funziona per schemi. Ciò che si è proiettato sul seno della propria madre a sei mesi, i giocattoli a tre anni, la squadra di scout a otto anni, i professori a sedici, nei genitori, nei terapeuti, le donne, i cani, i mestieri, i partiti politici, la squadra di calcio, o nella vittoria del proprio paese in una guerra economica o militare, è la stessa cosa che si proietta nell’ascolto, o, per i più sfortunati di noi, nell’immaginario del risveglio.

Non si può fare altro che proiettare un’immagine della tranquillità. Per uno è un’auto rossa, per un altro diventare un Budda, per un altro una terza amante, tutti e tre sperano la stessa cosa.

Vogliono ciò che immaginano essere la fine della separazione: poter infine lasciare.

L’origine di tutte quelle motivazioni è lo scopo non cosciente di non essere niente, di non appropriarsi più di un’identità, perché è quello la tranquillità. Qualunque sia la motivazione, è sempre profonda e nobile perché non ce n’è che una. Spesso è poco chiara.

L’insegnamento consiste nel rendersi conto che ciò che si cerca è la tranquillità.

Un insegnamento non è fatto per lasciare sopravvivere l’immagine di una persona depressa quando una situazione non si svolge secondo la sua preferenza, ma di condurre a vedere che si è liberi e anteriori ad ogni problematica.

La bellezza della vita è là, qualsiasi siano le modalità delle sue espressioni.

3M.   Lasciar vivere un’emozione in sé quando si è condizionati a respingerla, è molto lontana dalla nostra comprensione ordinaria. Bisogna già aver compreso che l’emozione non è più una nemica.
E.B.   Sicuro; ci vuole un minimo d’intelligenza per capire che l’emozione non vuole che una sola cosa: eliminarsi. E che da parte mia non voglio che una cosa: rifiutare di sentirla.

Per l’ego l’emozione è ciò che c’è di peggio, perché in lei non c’è più volontà possibile, più intenzione, si è andati oltre. L’ego ha sempre un’immagine da vendere ed è traumatizzato all’idea di non controllare più; ne ha una paura folle. Ma l’emozione, che è il cuore della vita, non è negoziabile.

3M.   Quando l’emozione è lasciata libera, non è la gioia che si rivela?

E.B.   Ogni emozione è gioiosa. E’ meraviglioso lasciar vivere l’emozione della tristezza. La lettura di un romanzo triste vi porta a vivere una depressione sapientemente orchestrata e profondamente sentita, è per questo che l’apprezzate. Avete ascoltato quella tristezza. Di conseguenza, sappiamo tutti che l’emozione è gioiosa. Vi sentite bene quando avete visto un film dell’orrore.

La persona che ha pagato 10 euro per un giro sulle montagne russe, urla la sua paura. Esce da quella distrazione calma e gioiosa. Se durante l’avventura constata che la sua cintura è mal agganciata, durante la discesa, tutto il corpo, che prima era completamente libero nell’espressione della paura, si ritrae nella paura d’essere lanciato. Dov’è la differenza? Nella prima paura che ha lasciato libera, non aveva paura: sentiva la paura. Nella seconda paura, ha creato “ho paura”; e siccome tutto il suo organismo è organizzato per difendersi dalla paura, tre mesi dopo può ancora avere lo shock psicologico di aver creduto di aver potuto essere scagliato dalle montagne russe.

Non è la paura che traumatizza, è la paura della paura.

Non è il colpo che fa male, è la paura del colpo.

E’ l’immaginario “non devo ricevere il colpo”, che aggredisce; è l’immaginario della paura che aggredisce. Quando ricevo un colpo, mi tendo, ed è la tensione che mi aggredisce, non è il colpo in sé. Parliamo del dolore psicologico, s’intende… Il colpo crea una reazione fisica non immaginaria, ma anche in quel caso, colui che può assorbire lo shock ne sarà molto meno traumatizzato che chi si tende e si difende. Per questo le arti del combattimento a mani nude mettono spesso l’accento sulla capacità di incassare, assorbire i colpi con la totalità del corpo e non di reagire bloccando, tendendo la regione colpita.

Nella musica indiana, si trovano “raga” della paura, della tristezza, della gioia, della separazione, della riunione. Tutte le emozioni culminano forse, come formula l’Abhinavagupta, in una emozione superiore, che è lo spazio nel quale tutte le emozioni si qualificano, e si può dire che puntano tutte verso quella emozione essenziale. Contrariamente ai percorsi volontari come quelli degli Yoga Sutra, e a quelli purificatori, che mirano a escludere l’emozione come distrazione, Abhinavagupta e Jean Klein hanno sempre accentuato l’approccio del teatro e della musica, come tutto ciò che esalta l’emozione.

3M.   Le emozioni, nel modo patologico in cui si vivono, sono come la tranquillità legate al modo con cui respiriamo. La respirazione può essere contratta per la paura, o libera di riempire lo spazio nella libertà. Come è legato il respiro a un’energia, una vibrazione fondamentale?

E.B.   A livello puramente tecnico, la parola energia è un concetto che varia l’interpretazione secondo il suo impiego: in fisica quantica, nello yoga o in ogni ambito. Nello Shivaismo del Cashmire, è utilizzato il termine spanda e si traduce con vibrazione. La vostra immagine del termine energia è sicuramente differente dalla mia, e però ne parliamo insieme essendo d’accordo, ma  siamo d’accordo su qualcosa di diverso.

Quando parliamo al livello dello yoga, affrontiamo un’arte di decostruzione di tutto a priori cerebrale. I circuiti di neuroni costruiti per difendere e affermare, sono poco a poco decostruiti dallo yoga. Di conseguenza, lo yoga è proibito a tutte le persone che hanno problemi psicologici, perché bisogna essere in buona salute per imparare a morire. L’adepto senza antagonismo può entrare in quella destrutturazione tecnica dello yoga e lasciare morire tutti i suoi concetti e le idee sull’energia, per divenire sensibile a ciò che è lì, senza nominarlo mai.

La prima esperienza, quando ci si siede o ci si allunga sul tappeto e si smette di pensare il corpo, è un sentire non concettuale. Sentire che, per sua natura, passa da un cammino di pesantezza, di densità, di calore e che arriva a un certo momento a ciò che possiamo definire vibrazione. Quella vibrazione è un vero sentire che non è né dentro né fuori. Nello yoga lasciamo ogni rappresentazione geografica d’essere situati in un corpo. Il corpo è percezione, vibrazione fatta del movimento della vita. La respirazione è una delle polarizzazioni di quel movimento… Quando un dinamismo precede l’esplorazione, come un’onda tattile che s’incarna poi psicologicamente, l’inspirazione fisiologica s’arresta e si sente un flusso di energia, che continua al di là di quell’arresto. Quell’onda ridiscende e inizia l’espirazione fisiologica; poi l’espirazione fisiologica s’arresta, ma non il prolungamento energetico e un’onda continua. L’entrare nel rito del pranayama è quella scoperta, quel movimento tattile d’energia che precede, succede e irriga la respirazione fisiologica. L’inspirazione e l’espirazione diventano allora completamente passive e quell’onda completamente attiva. Un po’ come quando facciamo un movimento del braccio nell’acqua, il braccio si ferma mentre le ondulazioni dell’acqua continuano. Più esploro ciò che prolunga quei movimenti, più mi accorgo che dopo l’ispirazione il movimento dell’energia è sentito come una chiusura, una forma di silenzio. E’ un silenzio dell’ispirazione e dell’espirazione, ma non è un silenzio dell’energia. Durante il punto di riposo, un immenso dispiegamento dell’energia si produce, poi l’energia si concretizza nell’espirazione. L’espirazione si compie, l’energia si dispiega nel vuoto e qualcosa ricrea l’inspirazione. All’inizio dell’esplorazione i riposi sono vuoti in rapporto all’inspirazione e all’espirazione. Più tardi la disponibilità a quei momenti d’arresto, dopo l’inspirazione e l’espirazione fisiologiche, nei quali l’energia si prolunga, diventa il cuore di quell’arte magica. I due momenti d’arresto sono allora il punto faro della pratica, il sole e la luna dell’atto rituale. L’astro raggiante del riposo dopo l’inspirazione sarà poco a poco assorbito, divorato dalla luna nera del riposo dopo l’espirazione.

Quella magnificenza della ritenzione positiva e la sua dissoluzione nel retroterra è l’essenza del pranayama cachmiriano.

3M.   Quel processo si svolge nell’assenza di pensiero?

E.B.   Quando c’è il sentire, non c’è pensiero.

La parola energia è una costruzione mentale. Ciò che i fisici concepiscono in termini di energia oggi, non sarà più la stessa cosa tra 50 anni. Non possono spiegare le loro esperienze, perché non hanno i concetti necessari alla comprensione.

Non è l’esperienza che è limitata, ma i concetti. Non si può pensare che in termini di passato e di futuro, di materia, di energia, di causalità, mentre là c’è un’altra cosa.

Non è una mancanza di tecnica, ma l’incapacità di comprendere cosa succede.

Altri concetti ci saranno, molto più fini di quelli della materia, coscienza, energia, spazio, tempo, centro, che diventeranno caduchi, perché il sentire, la realtà, saranno sempre al di là di ogni concetto.

Alla fine la parola energia deve essere riconosciuta come un’immagine, dove ciascuno proietta il suo limite mentale.

Il percepito non può essere diverso dall’ultimo osservatore.

Prima o poi il ricercatore dovrà rinunciare ad ogni tentativo, per trovarsi nel corpo, l’energia, il pensiero e riconoscersi come ultimo percipiente.

L’apparente studio, ascolto, disponibilità verso le modalità dell’energia non sono che per lasciar gli oggetti percepiti dissolversi nella coscienza, da dove rinasce non differenziata, legata all’ultimo come il fuoco e il suo potere di bruciare.

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