Home > pascal de neufville > Sofferenza e immagine di sé di Pascal de Neufville.

Sofferenza e immagine di sé di Pascal de Neufville.

13 Febbraio 2011

A cura di Luciana Scalabrini, dall’archivio di 3millenaire.

Lettera ad un’amica disperata.
Amica,  ora sei separata dall’uomo che amavi. Restano con te due bambini… Ti ha preso la sofferenza e ti affligge il corpo, anche i figli soffrono.

Attorno a te e a noi tutti vi sono miseria e violenza; la natura è violentata. Il tuo sguardo, il tuo udito, il tuo tatto sono aggrediti da ogni parte, così dall’esterno come dall’interno.

Le tue sensazioni, la tua disponibilità sono inquinate dal tuo passato e dalla storia dell’umanità e della vita tutta intera.

Tutto il “sentire” in questo momento si trova invaso dalle tue immagini accumulate, sabbie mobili voraci. Ogni sguardo d’amore vero, ogni ascolto silenzioso, ogni gesto libero sono inghiottiti in queste vischiosità che non gli lasciano nemmeno la possibilità di nascere, di respirare.

E tuttavia… attraverso i fili che hai intessuto tu stessa e che ti isolano dal mondo, danza la luce, quella brezza leggera così pura della libertà.

Quei fili concatenati e tanto chiusi, quei nodi, abisso senza fondo. Sono le immagini della tua infanzia, dei tuoi bambini, di tuo marito, dei tuoi genitori, dei tuoi paesaggi amati, tutte immagini che ad ogni istante ricreano quella tela, quello specchi liscio e compatto, che è te…
Ed ogni relazione col mondo, il tuo corpo, ciò che lo circonda e lo fa palpitare all’infinito, ad ogni miliardesimo di secondo, si trova risucchiato dalle tue immagini affamate d’oscurità. E se, per fortuna, un pallido raggio di luce arriva a filtrare in quel muro opaco in agguato, allora ti ci aggrappi disperatamente invece di lasciare che ti apra, ti riscaldi e ne fai una nuova immagine e la collochi solidamente con le altre con del vischio tenace; così la tela si ispessisce di un altro nodo… la banchisa invade l’oceano del tuo cuore un po’ di più…

Non c’è te e il tuo cuore, tu sei il cuore, noi tutti siamo il Cuore! Non c’è nemmeno te e le tue immagini, tu sei quella tela, quel muro, quella banchisa pietrificata!

Tu non sei un’entità separata da quelle immagini, quella entità è totalmente illusoria ed ha una solidità e una continuità apparente risultante semplicemente dalla velocità di quel torrente ghiacciato di visioni e di parole.

Se fai un po’ di attenzione, ti accorgi rapidamente che non sei altro che quel torrente e se si intensifica l’attenzione, cominci a vedere che quel torrente è una massa incredibilmente rapida di minuscole gocce distinte le une dalle altre come le perle di rugiada che giocano coi primi raggi del sole dopo una notte scura
E in effetti la luce illumina ogni particella d’acqua!

Così, vivi intensamente quella sofferenza, non vivi accanto a lei, perché tu sei quella sofferenza, tu sei solo questo, in questo momento. Non provare ad addolcirla, a metterla da parte: la dissociazione è un miraggio e non fa che amplificare il conflitto.

Al contrario, penetra sempre di più profondamente in quella sofferenza, vedi sempre più vicino e chiaramente come essa si comporta. Percepisci, è tutto, non giudicare, non spiegare.

La sofferenza si percepisce da sola. È un incendio che non vuole mai spegnersi.

Penetra senza paura tra le fiamme purificatrici, accetta di non essere niente altro che quel caos, perditi in lui. Accetta la bruciante solitudine.

E allora forse scoprirai veramente nella sua realtà più cruda la macchinazione perversa di cui sei stata fin qui vittima: tu stessa, le immagini, la sofferenza non sono che una meccanica sterile il cui contenuto trasporta un carico d’immagini morte costantemente rimestate ma la cui forma, il processo di una logica implacabile, sono sempre le stesse, inesorabilmente ripetitive.

Tutte quelle immagini di paesaggi, di visi di uomini, di bambini, amati o odiati, di piaceri, di lacrime, di bellezza, di squallore, tutte quelle immagini di tempo e di spazio, tutte quelle associazioni dolci o deliranti sono il passato, tutto ritorna alla stessa cosa, non c’è differenza tra loro perché ciò che le riunisce, è la loro morte, è la loro non- esistenza di fronte a ciò che è, alla vita multiforme ma una, eternamente provocatrice.

Ma come rispondi a quella provocazione sempre rinnovata?

Attraverso le sensazioni; la vita  ti interroga da ogni parte e senza posa.
Benché le informazioni che i nostri sensi possono raccogliere siano molto limitate, e benché ciò che crediamo di vedere , sentire, gustare, toccare non sia il mondo reale, ma solo il prodotto delle nostre scale di osservazioni, dunque una elaborazione interna delle inter-connessioni del nostro cervello, non sei mai veramente cosciente di quella massa di informazioni che sono nel cervello, non ne percepisci che un’infima parte.

E ad ogni istante, come una pioggia di grandine, quelle sensazioni ti interrogano. E la maggior parte del tempo non ci fai attenzione, non ascolti, solo le più grossolane ti scuotono e tu gli rispondi con immagini morte riattivate…immagini che ne attirano altre, altre e altre… Ci sono dei poli d’attrazione, nodi attorno a cui gravitano le immagini; ora sono scene della vita passata accanto a quell’uomo che hai amato, i momenti d’armonia, i piccoli gesti quotidiani, i sorrisi, le bugie, le minacce… Tutte le sensazioni presenti attirano ossessivamente le stesse immagini, polo di sofferenza.

E poi, una fila di impressioni passate ha appena il tempo di formarsi che è interrotto da un altro, ancora più amaro. Non ha avuto nemmeno il tempo di finire la sua corsa.

Allora, amica, accetta di annegare in questo folle gioco elettronico, se hai capito bene che non sei separata da quelle immagini, che tu sei quelle immagini, quelle sofferenze o quei piaceri, che tutte quelle immagini, di qualsiasi natura, hanno un’origine puramente meccanica, che ogni azione  in vista di trasformarle n altra cosa è perfettamente illusoria poiché l’entità  che vuole trasformare è una creazione di quelle stesse immagini e che lo scopo da raggiungere non è che una auto proiezione del passato; allora quella terribile solitudine, quel deserto roccioso, saranno la pasta e il lievito di una nuova vita, la banchisa si scioglierà, lo specchio si incrinerà e tu lascerai che l’amore riscaldi il tuo cuore .
Percepirai senza intermediario, direttamente che quegli incatenamenti meccanici hanno una fine, che ci può essere un intervallo tra loro, che non corrisponde a niente che tu conosci, è fuori dal tempo e dallo spazio, creato dalle tue proprie scale, e quando lucidamente con la più grande vigilanza ti trovi fecondata da questo sconosciuto, allora non puoi più lasciarti ingannare da questa impostura, da quel miraggio che è l’entità separata di quelle immagini, è te…Tu non sei niente!…

Più l’attenzione sarà senza cedimenti, più gli spazi si espanderanno oltre i pensieri, andando ciascuna fino allo scopo del loro svolgersi logico, e allora l’amore abbraccerà la tua vita.

Non ci sarà la tua vita ma tu sarai la vita, quel cuore che batte nella roccia più dura e vivrai pienamente e non intellettualmente il tuo legame col mondo.

Non penserai più a dare e ricevere ma non sarai altro che relazione, scambio fluido e sempre rinnovato, fenice che rinasce ad ogni istante purificata dalle sue ceneri.

I rapporti con le persone, gli oggetti, le tecniche, le discipline si ritroveranno incredibilmente rovesciate.
Ruolo e limite dello yoga.

Sei insegnante di yoga. È una meravigliosa occasione ma anche una grande responsabilità… Perché lo yoga, tecnica efficace, come altre discipline, nel modo in cui è presentato è spesso un pericolo.

Per la maggior parte di noi, sono le sofferenze, l’insoddisfazione che viviamo, la mediocrità delle nostre relazioni, del nostro quotidiano che ci portano allo yoga. Abbiamo sentito dire o abbiamo letto da qualche parte che la pratica dello yoga può farci vivere stati straordinari, fuori dal comune e può alzarci al di sopra delle nostre piccole vite ordinarie.

Abbiamo sete d’ordine, d’armonia, di pace e d’amore, ma ne siamo spesso privati e dei maestri, degli scritti, ci promettono questo se ci avviamo su uno dei cammini che propongono.

Dobbiamo preparare il corpo e la mente con posture, con esercizi di respirazione e di concentrazione su dei punti precisi. Ma tutto questo è veramente serio?

Ciò che si propone è di  attivare attraverso quelle discipline un processo di trasformazione. Ma cosa si trasforma? E chi trasforma?

Siamo infelici, assaliti da pensieri negativi e vogliamo agire su  quelli , vogliamo trasformarli per liberarci.

Vogliamo trasformare l’infelicità in felicità, la sofferenza in piacere, l’odio in amore, la violenza in dolcezza, il rumore in silenzio.

Ma non possiamo comprendere , capire istantaneamente che quegli stati apparentemente opposti sono nella continuità gli uni dagli altri, che i pensieri negativi sono dello stesso tessuto dei pensieri cosiddetti positivi, che sono il prodotto del passato, della memoria , che producono quel passato e quella memoria, quella entità illusoria che crea il tempo e che desidera agire sui pensieri per mantenersi ad ogni costo nella sua vita precaria e in ogni modo condannata un giorno o l’altro?…

Non possiamo vedere subito, nella nostra solitudine profonda, che quella frammentazione partecipa a ciò che è trasformato e quello che trasforma è una soperchieria che, quando il pensiero è passato, è superato, finiscono la sofferenza e la disperazione, perché esse non sono che il risultato di questo conflitto che viene da quella dissociazione malsana e che, per estinguere la sofferenza, bisogna che quel processo duale si trasformi, muoia da solo con una percezione acuta e chiara della propria inconsistenza, della propria irrealtà?

Allora, cos’è la meditazione, se non questa percezione, questa attenzione, questa vigilanza ad ogni istante?

La meditazione è uno stato che si prepara per lungo tempo prima, non si può meditare altrimenti che in una postura perfetta o con un loto sulla testa? La meditazione è un’altra cosa se non noi in relazione col mondo, fuori dal tempo e dallo spazio, imprigionati dalla nostra immaginazione?

Dunque, amica, devi comprendere bene ora che non si può voler meditare, che tutti gli esercizi come lo Hata yoga per la prospettiva  di arrivarci è un grave errore, perché viene da quella scissione interiore illusoria, che porta inevitabilmente  ad uno stato di ipnosi auto proiettata, di fissazione di un mentale pietrificato e che quel nirvana o quel samadhi non sono che condizionamenti come gli altri, se non peggiori e più pericolosi!

Non si potrebbe considerare lo yoga solamente a livello psicosomatico e riconoscere che, immerso nell’oceano di quella coscienza attenta, ci aiuta a conservare una mente sana in un corpo sano, che è indispensabile per la qualità sensitiva di relazione col nostro universo? Il nostro corpo deve essere un canale più fluido possibile e non un ostacolo; quando cominciamo a intravedere con una comprensione giusta e una visione giusta, il funzionamento del pensiero, quando sentiamo la necessità di vivere il nostro corpo molto più vicino e di captare, di essere  le sensazioni alla loro radice prima che siano deformate dalle immagini del passato.

Sentiamo la necessità di unificare il corpo e il pensiero che si erano frammentati; ciascuno aveva la sua vita e il suo punto d’unione, di congiunzione, che erano rari, mentre ormai non dovevano farsi che uno e questo uno non è più separato dal mondo, ma ne è una parte indissociabile.

Dunque lo yoga, delle tecniche di rilassamento, di esplorazione sensoriale, di respirazione profonda,fuori da tutte le suggestioni, vi aiuta a ritrovare quella trasparenza che abbiamo perduto fin dall’infanzia.
Quelle tecniche migliorano il buon funzionamento del corpo, ma il suo ruolo finisce lì, a livello meccanico, a livello di causa e effetto; non cerchiamo di raggiungere ciò che non è meccanico, senza causa, senza radice con un mezzo meccanico; non è che quando il meccanico finisce con la sua propria comprensione, percezione e visione totale, che si rivela la non- meccanicità che penetra ogni cosa ed è la sorgente di tutto ciò che esiste ed anche di ciò che non esiste ancora.

Ritmica e yoga:
La ritmica è una delle più efficaci per fluidificare  gli scambi sensoriali e motori del nostro sistema nervoso, permette una messa a punto, un accordo fine della nostra meccanica equilibrando le due parti del corpo, stimolando l’emisfero destro del cervello e dandogli più iniziative del solito in rapporto al sinistro troppo saturo.

Facilitiamo con la pratica della poli-ritmica applicata a tutte le parti del corpo, il risveglio delle parti che sono nelle potenzialità del nostro cervello destro, come l’intuizione, la visione olistica, un sentire affinato… Quelle qualità si sviluppano sempre nel seno di questa attenzione giusta, di una attenzione senza cedimenti.

Così lo yoga e la ritmica, aiutandoci a equilibrare gli scambi corpo/pensiero, pensiero/corpo, riunificandoci, non sono da dissociare dal gesto quotidiano, dalla relazione con gli altri, che esigono una qualità di sentire altrettanto profonda.