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Toccare la paura di Toni Packer

2 Ottobre 2010

3ème Millénaire n. 86 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Guardiamo la paura, forse il nodo più penoso nella nostra vita.

Guardare in modo diretto la paura è come guardare la collera, il dolore, l’avidità, la gelosia, il desiderio, il piacere, ciascuno individualmente. Ciò che accomuna tutti questi stati della mente e del corpo è semplicemente vederli quando si manifestano, totalmente in coscienza senza trattenere nulla. Essere con quello senza un capello di separazione. Anche se il linguaggio definisce molti stati mentali e un “me” che li ha e forse con loro essere con ogni cosa significa semplicemente assenza di separazione, la totalità è presente e non è lasciato fuori niente. La paura finisce nel risveglio, semplicemente. Non c’è bisogno di nessuna storia per dire questo.

Ci sono tante paure nelle nostre vite, coscienti e inconsce. Appaiono ancora e ancora, inondando tutto l’organismo, particolarmente durante la vecchiaia, quando la resistenza diminuisce.

Certi dicono di non essere mai liberi dalla paura, ciò  implica che c’è uno stato mentale e corporeo che ne sarebbe libero. Come possiamo essere liberi quando viviamo nel modo condizionato della storia “me” per tutto il tempo? Siamo programmati da un linguaggio inesatto a credere in quel me separato, e per il fatto di crescere in un mondo dove vivono altri me, che si esprimono e si pensano tutti come entità separate.

La paura e la sofferenza accompagnano inevitabilmente la separazione. Da molti millenni è stato instillato in noi, attraverso traumi che si ricordano o che si nascondono, attraverso tradizioni, insegnamenti a seconda di come i genitori sono stati allevati e ci allevano con loro. Imparare a temere Dio o gli dei, la punizione, la mancanza d’amore, la perdita di un parente, la malattia, la morte. Paura di ciò che faremo e di ciò che dovremmo fare gli uni con gli altri nel futuro. Aver profondamente paura di essere uccisi nelle piccole come nelle grandi guerre. Paura della pena, del dolore, continuato nell’umanità da tempo immemorabile, e aver paura di quella ripetizione senza fine.

Poi vengono le paure di sbagliare, di aver fatto qualcosa di non giusto, la paura che le cose non vadano bene nel nostro organismo così delicato che diciamo che è il nostro. Questo non è il nostro. Questo vive, molto semplicemente. Questo si manifesta in questo mondo, e vive e muore con lui. E’ così delicato, così fragile…

Proprio in questo momento un caro amico è operato di un tumore al cervello. Un’operazione di dodici ore da una equipe chirurgica, così come nello stesso tempo altre centinaia o migliaia di altre operazioni chirurgiche. La vita di un giovane pieno di energia, di creatività e di amore rischia di spegnersi. A che punto siamo appesi a un filo, a  qualsiasi età.

Se non ci si pensa nel momento, non abbiamo paura. Poi, quando vengono i pensieri su un parente ammalato, o se ci immaginiamo ammalati come lui, esplode la paura. Si intreccia inevitabilmente con una esistenza  che si crede separata da ciascuno e da tutto, dalla vita come totalità. Le ultime parole che ho detto al telefono a quell’amico prima dell’operazione erano “non posso dirti che starai bene, perché tu stai bene!”. E non erano parole di incoraggiamento. Noi stiamo bene quando siamo malati, in buona salute, o sul letto di morte.

Il cervello è programmato per proiettare ciascuno di noi a condurre una vita separata, dove si deve lottare, battere, per noi stessi e i nostri bisogni, proteggersi. Nel momento in cui sentiamo l’esaltazione che dà il successo, allora il riflesso di paura si mette a rodere, pronto a passare all’azione. Poco importa il livello di protezione che possiamo avere in un bozzolo ben stagno, è sempre un muro creato dal pensiero che ha paura.

La paura cessa nel momento in cui il bozzolo crolla e si apre. Semplicemente non c’è nessuno qui. Nessun rifugio! La separazione è come un brutto sogno. Una volta svegli, non c’è più nessun bisogno di lottare per o contro gli altri, per il bene o il male comune. Tutto avviene secondo la sua propria e misteriosa maniera. Non abbiamo niente da fare perché si stabilisca il gioco delle ombre. Si fa da solo!

Senza bozzolo, non c’è paura. Essa non esiste nel momento in cui si diventa liberi dal me condizionato. Immaginare un rapporto tra sé e il mondo non deriva che dal bozzolo. Il bozzolo è il mondo dei sogni, e la paura è un frammento, una parte di lui. Allora, che fare? Perché è questo che si impara, no? Come fare con la paura?

La paura appare nel corpo mentale e prende il potere. Un pensiero o una memoria, senza parole l’ha fatta esplodere ed essa è lì. E’ molto sgradevole. L’avete mai sentita completamente, senza parole, senza fermarvi nel mezzo? Per molto tempo non ho veramente sentito la paura, non osando essere in contatto diretto con lei. Lei era lì, vagamente, ma non completamente sentita perché c’era nel corpo mentale una nozione, non messa in discussione, che essa non doveva essere sentita. Non dovrei sentire delle cose sono sgradevoli, perché dovrei restare lontano da loro. Guardarsi da loro, perché esse sono il segno di un grave pericolo. Far crescere una pelle impenetrabile che potrebbe impedire di sentirle, come la risposta di un organismo a un corpo estraneo. Il corpo incapsula le materie tossiche che lo penetrano. Ci sono in noi molte cose, psicologicamente e fisiologicamente, che finiscono incapsulate. Esperienze dolorose si trovano chiuse così ermeticamente che  diventano inaccessibili alle sensazioni e ai sentimenti del momento presente. Quasi inaccessibili, perché persistono, e covano, da qualche parte.

E così, c’è un postulato profondo e sotterraneo che non devo toccare quei sentimenti orribili e terribili. Siete andati a vedere quel pregiudizio in voi, sedendo con calma? E’ lì, in ciascuno di noi. E noi lo investighiamo ora. Guardiamo l’enorme resistenza che scatta immediatamente quando capita qualcosa di sgradevole, resistendo ai sentimenti intimi. Non abbiamo più familiarità con le emozioni che turbano? La resistenza si manifesta come un peso sullo stomaco, il cuore, gli intestini, i muscoli. Sia quel che sia, si può sentire a fondo, e non sottrarsene? Non può veramente farci niente di male, a parte il rifiuto o la fuga di  ciò che è ora, esattamente come è.

In questo momento nomino i sintomi della resistenza perché siamo insieme, ma per me stessa, silenziosamente, non ho bisogno di etichettare ciò che sento. Essendo totalmente in contatto con questo momento di vita completamente indivisibile, totalmente nuovo. Nessuna resistenza. Nessun attaccamento a quel che capita. Non riconoscerlo utilizzando il passato. Senza supporre che questo momento possa essere pericoloso, o che qualcosa debba essere evitata. Non sapere. Non sapere è la verità, noi non sappiamo. Lasciare semplicemente  le cose essere lì, pienamente sperimentate dall’inizio alla fine. Lasciatele manifestarsi da sole, non hanno bisogno del mio aiuto, è la Vita. Krishnamurti usava dire: “Lasciate fiorire. Lasciate fiorire la gelosia!” Qualcuno aveva replicato: “Come posso lasciar fiorire la gelosia? E’ talmente distruttiva!”  “Guardatela come se fosse un gioiello nella vostra mano”, aveva risposto.

Lasciamo andare la metafora e ritorniamo all’agitazione causata dalla paura. Sentitela in modo così evidente da far sparire ogni separazione. Non c’è paura, nessuno che ne soffra, nessuno che mi faccia paura. Qualsiasi cosa succeda, è semplicemente presente, dando un segno per dispiegarsi e dissolversi nello spazio vuoto. Forse che non c’è ciò che fa ogni sentimento e ogni sensazione? Appare, si dispiega e appassisce senza lasciar traccia, tranne se lo fa durare il carburante portato dal pensiero e dalla memoria.

Siamo pronti a questo? Ce ne ricorderemo la prossima volta? Ora! L’abitudine di mandare avanti ciò che è spiacevole è così grande. Non c’è bisogno di farne una montagna. Qualcosa appare, è subito autorizzato a essere lì, per essere visto e sentito. Diamogli lo spazio per vivere. Lasciamogli dire ciò che ha da dire. Il rumore di un aereo, il soffio di una dolce brezza sulla pelle, sono lì. Gli uccelli cantano. La respirazione è lì, forse un po’ irregolare. Essendo silenziosamente  con tutto ciò che c’è, la respirazione si avverte appena. Poi, avendo l’organismo bisogno d’aria, c’è una grande inspirazione.

Nessuna separazione. Solamente il contatto, la investigazione, l’ascolto e lo sguardo senza saperlo. E tutto appare in un grande spazio, pieno d’energia e d’amore. Nell’ascolto e nella domanda, le cose diventano coerenti, comprensibili, luminose. Troppo belle per essere messe in parole.

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